…la crisi caucasica

L’eredità di Kohl e Mitterrand ha pesato sulla presa di posizione europea che ha causato nervosismo in Usa.

La lezione da trarne. La guerra-lampo della Russia contro la Georgia è stata causata dai continui bombardamenti georgiani in Ossezia e dal conseguente e inarrestabile massacro dei civili osseti. Tbilisi non intende concedere l’autonomia alle regioni che si sono trovate incluse nel suo territorio più per forza che per amore, ovvero Ossezia del sud ed Abkhazia e ha intrapreso imperterrita la pulizia etnica. La Georgia non ha agito da sola: è stata armata e sobillata dagli Usa e da Israele. La provocazione bellica georgiana segue inoltre di pochissimo l’indipendenza unilaterale della narcorepubblica del Kosovo, anch’essa provocata da Washington e Tel Aviv (e si tratta di una repubblica islamica…). Il tutto s’inquadra nella disperata guerra americana per il mantenimento dell’egemonia mondiale, minacciata dagli sviluppi internazionali degli ultimi vent’anni. Gli scopi di quest’operazione erano due: cercare di tenere sotto ricatto energetico l’Europa e di allontanarla dalla Russia; alimentare lo stato d’animo atto alla creazione dello scudo stellare che la rigetterebbe in modo pressoché definitivo sotto il dominio statunitense.

Primo round perso dagli Usa. Per il momento agli Stati Uniti e ad Israele non è andata bene; non solo sul campo, dove i Russi, intervenuti dopo l’ennesima strage di Osseti compiuta dai Georgiani, hanno spazzato via l’esercito d’occupazione pur rinforzato da commandos di privati schierati da Washington, ma anche nelle relazioni internazionali. Infatti pur avendo fatto ricorso capillare ai soviet d’informazione che vantano nei media occidentali per condizionare l’operato dei politici, gli Usa hanno ricavato ben poco dalle trattative. Il cosiddetto “piano Sarkozy” stilato per la tregua ricalca in modo impressionante quanto proposto dal Presidente russo Medvedev (nella foro sotto a destra): rispetto dell’autonomia delle regioni minacciate dalla Georgia, ritiro delle truppe georgiane, ipotesi di referendum per l’indipendenza di Abkhazia e Ossezia del sud, interposizione di truppe internazionali dalle quali, almeno stando alla prima versione, non si escludono truppe russe. Si è persino ventilata l’ipotesi che gli Usa non partecipino alle trattative di pace perché, a detta di Kouchner, il ministro degli esteri francese, pur israelita e atlantista doc, sono attivamente coinvolti nelle ostilità.

Disuniti gli uni e gli altri. Il primissimo bilancio (che ovviamente potrà essere ribaltato in qualsiasi momento vista la precarietà del tutto) è di doppio smacco per gli Usa. I quali reagiscono gettando benzina sul fuoco: estromissione ventilata della Russia dal G8 ed eccitazione del partito Nato – convocato un vertice urgente per martedì 19 – nel quale patto militare, sostengono, dovrà essere associato al più presto il membro georgiano; e questo quando altri atlantisti doc, come Frattini o Dini si dicono contrari alla sua inclusione nell’alleanza. E dire che la Germania si oppone con tutte le forze all’allargamento della Nato ad est (ed è merito suo se in Ucraina, malgrado l’adesione al Patto, le tensioni con la Russia si sono assai stemperate). Come i Tedeschi si pronuncia Silvio Berlusconi, da tutti ritenuto americanista doc, il quale mostra perplessità sulla politica atlantista di allargamento Nato e insiste sulla necessità di stringere ulteriori rapporti con Mosca. Esattamente come ha fatto Sarkozy, benché in odore di appartenenza al partito israeliano. E mentre gli Usa si scalmanano, provando ad aizzare i suoi cavalli di Troia in Europa, primi tra tutti la solita Polonia che apporta sempre sciagure e la Repubblica Ceca, Israele, solitamente più freddo ed intelligente, sembra accettare di buon grado la via della mediazione prendendo, almeno per ora, atto della situazione generale. Del resto la politica di Tel Aviv è molto più sottile di quella americana, realista e spregiduicata. «Se gli Usa riusciranno a far degenerare la crisi – pensano nello Stato ebraico – tanto meglio; se non ce la fanno non ci lasceremo travolgere nella loro sconfitta che potrebbe rivelarsi epocale.»

Come mai l’Europetta? Le reazioni intrecciate all’aggressione georgiana hanno forse sorpreso gli Stati Uniti; di sicuro tutti gli anti-europeisti convinti per i quali l’Europa dei mercanti non riveste alcun interesse. Come mai, però, questa volta l’Europetta ha detto la sua e non ha cantato in americano? Com’è possibile che ciò sia avvenuto quando la classe politica, quella addetta alle mediazioni e allo spettacolo, è tutta atlantista doc, quando non sia addirittura, come Sarkozy, giunta al vertice per un’azione concordata e pilotata dalle centrali atlantiche?

Si può sorprendere solo chi abbia una concezione superficiale, esteriore e tutto sommato primitiva della politica. Nelle società di stampo mercantile, infatti, sono gli interessi oggettivi (quelli economici innanzitutto) a fungere da struttura mentre la politica spettacolare fa da sovrastruttura. Così quelli che davano per scontata la posizione anti-russa della Ue non avevano fatto evidentemente i conti con i cambiamenti strutturali (e dunque politici) che hanno consentito ai Russi di ottenere un sostanziale sostegno europeo.

Interessi energetici (si veda a finaco la mappa del cosiddetto “Oil Corridor”), interessi economici ad est dettano questo genere di politica; altre considerazioni, quali la crisi finanziaria americana e le divergenti direttrici di sviluppo per la fuoriuscita dalla crisi da parte delle due sponde dell’Atlantico dettano questa necessità. Una necessità rafforzata dal potere dell’euro (che da nove anni in qua sta provocando una serie di guerre preventive americane) e dalla crescita politica franco-tedesca cui si è andata aggregando da poco la presenza italiana (una primizia nel dopo Craxi). Al tutto si aggiungano il rapido declino britannico e la costante attrazione della City nella periferia di Francoforte. Possiamo dire, con orgoglio e soddisfazione, che la politica di Mitterrand e di Kohl alla lunga ha dato i suoi frutti. Ma c’è ancora un gap da colmare tra la sostanza e la forma; soprattutto la cultura ideologico-politica che impera in Europa occidentale è ancorata alla situazione antica. Assistiamo così, oggi, a un sorprendente squilibrio tra la sovrastruttura ideologico-informativa e la struttura politico-economica. Grottesca e stridente si è dimostrata nella vicenda l’informazione: a sentire i telegiornali sembrava che la Georgia fosse l’aggredita e che l’emergenza fosse tutta anti-russa. Il paradosso non sta nel fatto che la realtà tangibile ed evidente delle cose fosse diametralmente opposta e riconosciuta anche da diplomatici americani, come lo stesso veterano del Caucaso Carey Cavanaugh (tanto siamo abituati alla menzogna come filo conduttore, alle leggende nere, ai ribaltamenti della verità), bensì che la linea diplomatica intrapresa dai governi europei andasse in direzione assai diversa da quella dipinta dai soviet della comunicazione. Ma questo squilibrio può ingannare le masse e i superficiali, non di certo chi opera concretamente. E gli strateghi del partito atlantico, che non sono quelli delle avventure georgiane ma persone più avvertite, rispondono a questo smottamento continuo, di cui sono ben consci, garantendosi in mancanza di meglio il controllo lobbistico dei politici principali: così facendo non sventano ma rallentano il processo di emancipazione europea e d’intesa eurorussa (che tra l’altro sono stati i temi principali toccati da Berlusconi immediatamente dopo la vittoria elettorale) e tutto resta così ancora possibile. La partita insomma si gioca nel cuore della Piccola Europa in cui non c’è ancora corrispondenza tra la sostanza (che c’è) e la sovranità (che ancora non c’è).

Come Cicerone che proprio non capì. Gli anti-europeisti per partito preso ci dicevano che l’Europa a una voce avrebbe parlato per forza americano; che dotarsi di una politica comunitaria unificata avrebbe significato obbedire al Pentagono. E invece la prima volta in cui l’Europetta ha espresso, di fatto anche se non ancora di diritto, una sua politica estera se n’è infischiata della voce dei piccoli (tutti pro-americani i micronazionalismi…), li ha ignorati e ha seguito la linea tedesca. Certo, è da vedere come resisterà alle pressioni e ai ricatti di parte americana la settimana ventura al vertice Nato cui si troverà, come ben sanno gli Usa, senza la guida franco-tedesca ma, al momento, la scelta di campo è chiara e ha deluso la Casa Bianca. Alla prima prova dei fatti è apparso chiaro che l’anti-europeismo, sbandierato nel nome di sovranismi nazionali del tutto nominali, irreali, inattuali, non concreti, non possibili se non come valvassinaggio, non solo è sterile reazione ma è un fattore di attrito molto gradito oltreoceano. Solo chi ha una concezione inerte della storia, una visione primitiva della vita, una percezione superficiale e spettacolare della politica, del resto può liquidare un fenomeno in potenza, quale l’europeo, come qualcosa dall’esito scontato, può rifiutare a priori di battersi per condizionarlo, abbarbicandosi invece in difesa di barricate immaginarie già travolte oltretutto da quel dì. E’ fare come Cicerone o Catone l’Uticense che, per mantenere a ogni costo una vecchia concezione di Roma, le stavano impedendo non solo ogni avvenire imperiale, ma ogni possibilità di tenuta. Molti anti-europeisti sono sicuramente animati da un buon sentimento ma non c’è in loro alcun senso dei tempi, alcun gusto della sfida, alcuna volontà di potenza. E, per giunta, i fatti sono lì a dimostrare che le stesse valutazioni che danno delle cose, delle dinamiche, delle evoluzioni politiche, sono complessivamente sbagliate; le verifiche danno loro quasi sempre torto, né potrebbe essere diversamente.

Eppure gli atlantisti… l riconoscimento da parte russa delle repubbliche di Abkazia e Ossezia del sud, dettato dalla necessità d’impedire la pulizia etnica intrapresa dai georgiani che fu la causa scatenante del conflitto dell’8 agosto, mette la UE alle prese con la sua fragilità interna. Gli atlantisti spingono per un secco no al proclama moscovita e dettano in qualche modo la presa di posizione ufficiale euroccidentale. Posizione tutt’altro che univoca od omogenea perché mentre l’Inghilterra alza i toni, la Francia parla di errore, l’Italia richiama alla prudenza e la Germania dice che ci vuole dialogo. Una posizione più ferma, che tenendo conto degli interessi europei, del buon senso e della giustizia tout court, non potrebbe che essere nettamente filo-russa, è ostacolata dalla necessità di contenere il variegato fronte americanista. Questo si compone di Paesi letteralmente acquistati e sostanzialmente servili (Polonia e Repubblica Ceca), dell’alleato storico di Wall Street (Londra) con codazzo di area nordico/protestante Wasp e delle ex repubbliche sovietiche. Tuttavia il fornte atlantista è a sua volta fragile e poco coeso. L’Inghilterra, ad esempio, è in rotta su tutta la linea (geopolitica di droga e petrolio, finanza) e sempre più attratta dall’orbita europea. I Paesi baltici sono spinti da un revanscismo antirusso che, però, è più dettato dal timore di perdere l’indipendenza che altro. L’Ucraina sta alzando il tiro; ma, di fatto, è il suo Presidente Yushenko che getta benzina sul fuoco nella speranza avventata e sventurata di uscire dalla sua crisi (i sondaggi gli hanno attribuito una popolarità di appena 7%) scatenando una crisi generalizzata. Gli ucraini si dimostrano molto più prudenti di lui e anche la premier Tymoshenko dà segni di ponderazione. Chiamata a prendere posizione tra due fuochi (non dimentichiamo che è stata Washington a far precipitare la crisi prima con le sue dichiarazioni esaltate ed assurde e poi con l’invio di una flotta da guerra nel Mar Nero), la UE non sa che pesci prendere. Si parla di un incontro internazionale in ottobre per proporre la pace nel Caucaso; ma è ben difficile riuscire a convincere i russi a parteciparvi se si continua a prendere una posizione pubblica unilaterale e dettata dalla mala fede, come tutti gli addetti ai lavori ben sanno. Allora, come atto preliminare, non sarebbe il caso di disconoscere l’indipendenza unilaterale del Kosovo che ci siamo affrettati ad accettare senza riflettere, e richiedere la sua restituzione alla Serbia? Partendo dai Balcani (ove l’attacco americano all’Europa e alla Russia è iniziato) la diplomazia potrebbe estendersi al Caucaso e provare a trovare una soluzione condivisa e stabile.

Thiriart + Corridoni. La lezione che dobbiamo trarre da questa storica, anche se forse passeggera, soluzione della crisi osseta è che si deve iniziare a ragionare in termini europei, ad agire in spazi europei, mirando alla possibilità di potenza, dunque d’indipendenza. Bisogna condizionare quello che si muove invece di passare il tempo a controbattergli quello che va in decomposizione. Non ha senso dire “quest’Europa non ci piace” se invece di costituirne apertamente un’altra (Nazione delle Patrie) le si contrappone un’Italia (o una Spagna, o una Francia) che, così com’è, ci piace ancor meno e che, soprattutto, è più suddita e non ha alcuna prospettiva di uscire dalla sottomissione: si agisca anziché lamentarsi! Questo non solo per andare in pressing sulle espressioni politiche del Vecchio Continente in unificazione, in modo da aumentarne il desiderio di autonomia e spingere un po’ più in là le relazioni organiche con la Russia (il che significherebbe anche rinnovarle per completo le rappresentanze politiche), ma anche per riprendere ed attualizzare l’ideale nazional-europeo anticipato magistralmente da Jean Thiriart. E il tutto va collegato con l’ideale sindacalista rivoluzionario diretto di Sorel, Corridoni e Ledesma Ramos, in una logica di corporazioni europee che consenta il superamento del liberismo operando e andando a battaglia e a trattativa laddove ci sono possibilità di soluzioni economiche reali perché, a differenza dei micro-feudi nazionali, c’è potere economico effettivo. Si tratta di un’azione di riconquista sociale che s’innesta su quella di riconquista nazionale. La strada è aperta, bisogna lastricarla; in ogni caso quanto accade dalla caduta del Muro di Berlino ad oggi ci dimostra che prenderla o meno dipende solo da noi. E questo è il problema: non l’unico ma il principale.

Gabriele Adinolfi

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