Jünger. Anche Aladino…

…ha i suoi problemi

A tutti gli amici e colleghi che mi chiedono, quando vengono a Roma, dei percorsi alternativi rispetto alle solite visite turistiche, consiglio sempre di andare a visitare la chiesa di S. Maria della Concezione comunemente chiamata “dei Cappuccini” a Via Veneto. La chiesa è nota soprattutto per il cimitero: quattro stanzoni sotterranei decorati con ossa di innumerevoli frati. Le composizioni realizzate con teschi, tibie, femori, rotule, peroni, metacarpi, falangi e così via, formano rosoni, lesene, stelle, fiori, festoni e persino lampadari. “Noi eravamo come voi e voi sarete come noi”: questo è il benvenuto che ci danno le ossa in persona in un cartello posto all’ingresso. Spesso sono accusato di essere macabro, ma io non lo credo affatto. Tutte le epoche si sono confrontate con la morte, magari in modo bizzarro. Tutte, tranne la nostra, che da un lato l’ha rimossa, dall’altro l’ha “vetrinizzata” e mercificata.

Per capire come la nostra epoca tratta la questione è proficuo andarsi a rileggere Il problema di Aladino, scritto da Ernst Jünger e pubblicato in Italia da Adelphi nel 1983. Junger trova ancora in tarda età (che, come non sempre succede a tutti, gli è alleata) la forza e la lucidità di confezionare un romanzo che è un capolavoro grottesque scritto con sublime sarcasmo e con cristallina preveggenza.

È un romanzo che narra l’epopea, tutta moderna, di una piccola azienda, nata dalla capacità di un giovane imprenditore, che si trasforma in una multinazionale. Una multinazionale del caro estinto.

Il protagonista Friederich Baroh, giovane prussiano cresciuto nell’esercito della Polonia comunista, dopo essere passato nel libero Occidente, si impiega nell’azienda di pompe funebri dello zio, la “Pietas”, come semplice gerente, un tuttofare che incontra subito l’indifferenza dei suoi sottoposti al problema morte e che Junger con deliziosa ironia minimalista descrive. «I portatori di bare e seppellitori di morti sono una strana gilda, un po’ come i frontalieri. Anche se non si fanno venire dei pensieri amletici, tuttavia si interrogano su quel che rimane di noi. Di solito appena un paio d’ossa nella tomba o un po’ di cenere nell’urna – questa era la loro conclusione». Ma il giovane prussiano, ambizioso e capace comincia a pensare in grande: prima scala tutte le posizioni all’interno della “Pietas” diventando il braccio destro dello zio. Poi decide che con la morte si possono fare grandi affari e bei quattrini e si mette a cercare un luogo dove poter dare il via alla sua impresa: la costruzione del più grande cimitero sulla Terra che possa accogliere i morti ma anche i vivi che li vengono a trovare. Il posto è la Cappadocia dove già esistono delle città interrate che debitamente ingrandite potranno essere utilizzate per questa immensa città dei morti sotterranea e dove si ergono i famosi “camini delle Fate”, torri che ospiteranno i visitatori che vengono a rendere omaggio ai defunti. Comincia così con freddezza e lucidità la più grande impresa in campo funerario che mai si sia vista. Base scientifica di questa impresa le conoscenze statistiche e la pubblicità, in quanto «il nostro commercio si basa su fondamenti statistici e i nostri bisogni vengono risvegliati dalla pubblicità». Con il suo socio cercano spunti per migliorare l’offerta e si scambiano pareri ed opinioni . Kornfeld continuò: «Così le tombe di famiglia vengono sostituite da file di lapidi tutte uguali. Dovetti convenire. L’uomo privo di storia non conosce la pace, tantomeno la pace eterna. Ha adeguato perfino le tombe al suo stile da chauffeur. Come tutte le sue costruzioni, sono anch’esse destinate a durare trent’anni (…) Io pensavo a grandi edifici, Kornfeld a boschi e pianure in prossimità dei circoli polari. Ci legava la convinzione di essere sulle tracce di un desiderio. Un bisogno che va risvegliato deve già esistere…».

Nasce così dalla piccola e familiare “Pietas”, la “Terrestra” con i capitali dello zio e con le idee del nipote. E subito acquista un respiro mondiale: «Poiché la fama della ‘Terrestra’ si era rapidamente diffusa oltre i confini, dovevo tenere il passo con una clientela mondiale, essere anzi preparato ad affrontarla. Stupefacente era la ressa degli eccentrici che in parte esigevano sistemazioni assurde. Allestimmo un reparto speciale detto “Curiosa”. Come tutte le multinazionali che si rispettino anche “La “Terrestra” poteva offrire un riposo ad perpetuitatem il cui prezzo era ancora inferiore a quello di un normale funerale berlinese…».

Poi la crescita diversificando il business: «Se la ‘Terrestra’ fosse riuscita a creare un grande luogo di culto, un cimitero centrale per l’intero pianeta, non sarebbero venuti solo i morti – sarebbe nata una meta di pellegrinaggio per schiere sempre più numerose di superstiti e di devoti…». Con uno sviluppo esponenziale dell’indotto: «Offriamo protezione nelle nostre torri e nelle nostre sale sotterranee – anche ai vivi (…) Già si intravedevano affari secondari: agenzie di viaggio, linee aeree, assicurazioni, alberghi, rifugi in caso di catastrofe».

Ed è tutta un’escalation: «Uno dei nostri reparti era incaricato dell’acquisizione di reliquie, a un altro era affidato l’inserimento nei calcolatori di opere standard come il Who’s Who? E il Gotha. Sorprendente fu la richiesta di torri. Le agenzie di viaggi per i vivi occuparono ancora spazio di quelle dei morti. Poi gli alberghi, le botteghe dei falegnami e degli scalpellini. Bisognava organizzare servizi permanenti…».

Poi la ciliegina sulla torta: «La costruzione dell’aeroporto centrale è terminata; lo circondano alberghi, banche, uffici. Al termine delle piste di atterraggio ci sono i magazzini per il carico. Da lì i nastri trasportatori conducono a un secondo complesso. È grande come una città di medie dimensioni. Qui cominciano le operazioni che ci sono familiari dal tempo della “Pietas”. La strada prosegue verso i luoghi di culto…».

Alla fine, il visionario imprenditore può con orgoglio esclamare: «Avevo pensato a una necropoli in stile planetario…».

Questo temibile e corrosivo romanzo sembra una provocazione quando costruisce un apologo beffardo su un mondo, il nostro, che non sa bene cosa fare della morte, se non trasformarla, come tutto, in un grottesco affare. E se il romanzo sembra fantasioso quello che succede oggi lo ha di gran lunga superato.

Snocciolando le frasi del romanzo, già citate, si scoprono curiose correlazioni.

“Io pensavo a grandi edifici” e circa un anno fa compare sulla stampa un articolo dal titolo “La madre di tutte le piramidi” in cui si preannuncia che una gigantesca piramide, una monumentale tomba per milioni di persone di ogni razza e paese potrebbe sorgere in futuro nei pressi di Dessau in Sassonia. Su una base di partenza di 220 metri per 220 la piramide dovrebbe crescere blocco a blocco fino a raggiungere un’altezza orientativa di quasi 500 metri (oltre il triplo dell’altezza della più grande piramide mai costruita nella storia umana, quella di Cheope a Giza). Considerando che il volume della piramide completa dovrebbe essere intorno ai 40 milioni di metri cubi, il business potrebbe fruttare una cifra astronomica, calcolabile attorno ai 20 miliardi di euro. La ricaduta economica del progetto non si esaurirebbe poi nella sola vendita dei loculi di calcestruzzo, ma aiuterebbe un rilancio turistico in grande stile della zona ora depressa e la nascita di un fiorente indotto.

«Dovevo tenere il passo con una clientela mondiale, essere anzi preparato ad affrontarla. Stupefacente era la ressa degli eccentrici che in parte esigevano sistemazioni assurde. Allestimmo un reparto speciale detto ‘Curiosa’…» …e se si consultano i siti di alcune imprese americane di pompe funebri possiamo acquistare un alloggio da morti in cimiteri/barriera corallina sommersi e vista oceano oppure venire sparati una volta ridotti in cenere negli spazi intergalattici.

«Offriamo protezione nelle nostre torri e nelle nostre sale sotterranee – anche ai vivi…», ed è funzionante, a Milano in Via Amantea zona Baggio di fronte al locale cimitero comunale, “l’albergo dell’ultimo saluto” in cui i parenti alloggiano in suite da 200 euro al giorno. Uno psicologo assiste i familiari durante la veglia, il bar ristorante dà pace allo stomaco, il personale della casa si occupa di tutto il resto. Dalla preparazione alle vestizione del caro estinto, finanche all’ imbalsamatura. La cappella dei commiati ospita riti funebri tutti i giorni, dalle 7 alle 22. Cerimonie religiose e laiche: le pareti sono scorrevoli e i dipinti della tradizione cristiana scompaiono a richiesta per non urtare fedi e sensibilità. L’ albergo dei defunti copre oltre duemila metri quadrati divisi tra sette appartamenti con camera ardente, un bar ristorante, diciotto celle frigorifere e camere ad hoc per i corpi infetti o contaminati da radiazioni. Tutt’ attorno, tremila metri quadrati distribuiti tra parco e parcheggio. L’albergo dignitoso e all inclusive, in ossequio alla filosofia del pacchetto famiglia, è stato inaugurato da Roberto Formigoni.

Dopo questi assaggi non giunge sorprendente la notizia che il mercato del caro estinto è conteso duramente dalle aziende del settore ed è in piena crescita. È di pochi giorni fa la notizia che la Service Corp., che controlla il 15% del mercato del caro estinto a stelle e strisce ha lanciato un’ Opa da 1 miliardo di dollari sulla rivale Stewart Enterprises per mettere le mani sui suoi 100 camposanti e le sue 200 agenzie funerarie. Non solo. Nelle stesse ore, due dei più aggressivi hedge fund Usa, Sac e Aqr, hanno arrotondato significativamente la loro quota nel suo capitale. Il motivo è semplice, dalla Service Corp. o da uno dei suoi concorrenti prima o poi debbono passare tutti. I titoli della Service Corp. hanno moltiplicando per cinque il loro valore dal 2000 ad oggi.

Come si vede, il romanzo di Junger è superato dalla realtà dei nostri giorni, così come il suo sterminato cimitero turco viene spazzato via dall’offerta odierna fatta di tumulazioni di ogni tipo.

Ma tant’è! E visti i tempi, per non farci cogliere impreparati, perché non fare un salto alla prossima TanExpo, la fiera annuale del settore? Potremo acquistare una bara tecnologica fornita di telecamera a circuito chiuso che permette la visione del defunto via cavo o delle urne cinerarie con lo stemma della squadra del cuore impresso sopra o una con gatti stilizzati in stile egizio per prepararci alla “dipartita” del nostro felino domestico.

Già! “Dipartita”. Perché se è vero che abbiamo mercificato anche la morte, tentiamo in tutti i modi di rimuoverla. Non si muore più. Troppo deprimente! Si preferisce dipartire, addormentarsi, dormire per sempre, apprestarsi all’ultimo viaggio, trapassare, passare a miglior vita, spegnersi, mancare, scomparire, andarsene, estinguersi, giungere a nuovi lidi. Tutti sinonimi edulcorati che permettono una migliore positività, ci spiega il funeral marketing, che ci spinge all’acquisto.

Business is business! Baby!

Mario “vox clamans in deserto” Grossi

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