Il talismano della felicità

Tutto ebbe inizio con un diverbio. Avevo da poco acquistato uno di quei televisori che i venditori vantano come ultrapiatti e discutevo con mia moglie perché volevo vedere una partita di rugby, mentre lei si voleva immergere voluttuosa in uno di quei programmi di cucina in cui cuochi, rinominati chef, istruiscono i malcapitati telespettatori. Da quelle scorie nacque un iniziale disagio che sfociò poi in conclamato orrore. Mi andavo rendendo conto che, con il passare del tempo, le televisioni si erano affollate di programmi in cui si cucinavano (o meglio venivano descritti) piatti improbabili. Nel contempo la mia casa si era riempita prima di frullatori sempre più accessoriati, poi di minipimer, infine dell’odiato microonde e mia moglie aveva minacciato l’acquisto del famigerato Bimby, un aggeggio in cui, per fare un risotto, bastava buttar dentro gli ingredienti a casaccio ed il piatto veniva sfornato pronto e fumante (ci informa la pubblicità che : «Bimby è l’unico robot da cucina al mondo che in un solo boccale grattugia, trita, macina, polverizza, emulsiona, monta, manteca, impasta e soprattutto cuoce. Inoltre, grazie al Varoma, è anche in grado di cucinare a vapore. Alleato indispensabile nella vita frenetica di oggi. Prepara pranzi e cene gustose mentre ti dedichi ad altro»).

E per sovrapprezzo mi ero accorto dello scadimento della cucina casalinga perchè mia moglie, ottima cuoca di solide radici “burine”, aveva via via abbandonato i fornelli e che nessuna di quelle ricette che venivano sciorinate dal televisore prendevano mai corpo nella cucina di casa.

Insomma cominciai a trovare delle corrispondenze inquietanti tra il proliferare di queste maledette trasmissioni televisive, l’accumularsi di aggeggi sempre più inutilmente all’avanguardia e il peggioramento della qualità della cucina di mia moglie. Come se tanti strumenti e trasmissioni non aiutassero a crescere nella conoscenza e nella perizia dell’arte culinaria ma bensì la deprimessero oltremodo.

Fu così che mi vennero alla memoria da un lato l’ammonimento paterno: “Quando sei frastornato, torna ai classici!”, e dall’altro un libro che albergava nella casa di mia madre e che dopo la sua morte alloggia nella mia.

Sto parlando del famoso Il Talismano della felicità, di Ada Boni che oggi continua a ristampare Colombo e che io possiedo in una versione del 1948 (la XV edizione) con usuale dedica dei parenti alla fresca sposa (mia madre) augurante manicaretti e prosperità.

È un volume di grandi dimensioni in cui sono, con garbo e delicatezza, riprodotte, divise per portata, le ricette che ogni brava cuoca o massaia italica deve conoscere e di conseguenza servire ai commensali.

Ma andiamo con ordine.

Il titolo. Rimanda alla sacralità dell’oggetto. Talismano deriva dal greco “telesmena” che sta per cose consacrate e poi felicità sentimento ben più solido di quella emozione sciropposa da “american way of life” che ci viene propinata da film come “La ricerca della felicità” che si conclude con il primo milione di dollari guadagnato dallo sfigato diventato broker.

La dedica. Indirizzata, in modo politicamente scorrettissimo, alle gentili lettrici, novelle mogli, senza vergogna alcuna, perché capacità in cucina non è un’offesa, ma l’acquisizione di un’ulteriore conoscenza che rende migliori.

La lingua. L’uso sapiente dell’Italiano che rifugge dagli odiosi anglicismi e gallicismi odierni. Un esempio? “le uova al guscio” dall’elegantissimo gusto retrò al posto di “uova alla coque” dal sapore spocchioso nella sua affettazione francese. Oppure “vitello uso tonno” (e non vitello tonnato) che sostituisce l’idiotismo piemontese di “vitel tonnè”.

L’Introduzione. Un’orgogliosa rivendicazione dell’italianità, non a caso intitolata “Elogio della cucina italiana”, di cui vale la pena riportare i passi più evocativi:

«In Italia si deve cucinare da per tutto all’italiana e ci si deve adoperare a far conoscere questo nostro patrimonio agli Italiani prima, e poi agli stranieri. E soprattutto non esitiamo a scrivere in Italiano le liste delle vivande. Questa della terminologia gastronomica è un’altra questione non priva di importanza. La nostra lingua così ricca di vocaboli può ben piegarsi ad esprimere la più complicata lista di cibi senza ricorrere per aiuto ad alcun’altra lingua».

E ancora:

«Circa la cucina italiana gli stranieri hanno delle idee assolutamente inesatte a partire da quei maccheroni che essi conoscono tanto imperfettamente che a noi Italiani non riuscirebbe possibile nemmeno assaggiare. A parte il fatto che i maccheroni vengono serviti quasi sempre come contorni di carni, la loro cucinatura è talmente diversa dai nostri usi gastronomici che li rende addirittura irriconoscibili. Senza tener conto delle trovate di alcune Case americane che preparano gli spaghetti al pomodoro già cotti e conservati in scatole – cibo da non augurarsi neanche al peggior nemico! – le più reputate case alberghiere all’estero hanno infatti, nei riguardi dei maccheroni, ricette inverosimili e presentano le nostre paste scotte e condite con una accozzaglia di salse e sughi. E tutte queste astruserie, che di italiano non hanno assolutamente nulla, vengono per lo più raggruppate in due unici tipi: “maccheroni à la napoletaine” e “nouilles fraiches à l’italienne”. Ed è tutto! I nostri maccheroni potrebbero invece figurare da soli in un’ampia mostra gastronomica ed occupare un intiero padiglione, non solamente per ricchezza di preparazioni ma anche per la varietà ricchissima di qualità di pasta, in cui la nostra industria ha raggiunto una perfezione inimitabile».

La varietà delle ricette. A me, patito del baccalà con le cipolle, lascia sbigottito. Il baccalà può cucinarsi: fritto in filetti, alla livornese, all’arlecchino, all’olandese, al gratin, in polpettine, in budino, con le visciole, con le olive verdi, in umido, con i peperoni, alla napoletana, alla bolognese, con gli spinaci, in flan, arrotolato, alla provenzale, mantecato alla veneziana. Per gustarli tutti un’intera vita consacrata al baccalà non è sufficiente.

Ma anche le uova, che noi disprezziamo come cibo economico e noioso e che conosciamo più o meno solo sode, al tegamino o in frittata, vengono declinate in 85 modi diversi. Un universo d’immaginazione da un solo vil tuorlo. Economica autarchia con immensa fantasia.

La descrizione delle ricette. Volutamente approssimativa, reticente soprattutto sui tempi di cottura. A ribadire il fatto che per apprendere bisogna provare e riprovare ma anche sbagliare, e che non serve dare indicazioni da seguire alla lettera perché in tal modo nessuno impara nulla, ma diventa solo l’umano replicante di una svilita e presunta sapienza cartacea. Diventa lo schiavo, il golem di un libro sacro che non rispetta l’individuo, la sua possibilità di sbagliare, ma anche la gioia di trovare nei suoi errori una via personale e autonoma che permette una creatività che deraglia dagli schemi. Per dirla con Francesco de Gregori: «tra bufalo e locomotiva / la differenza salta agli occhi: / la locomotiva ha la strada segnata, / il bufalo può scartare di lato e cadere».

Ecco Il Talismano della felicità insegna una disciplina che non è schiavitù ma moltiplicatore delle nostre infinite possibilità creative. Insegna, in un ambito casalingo, il muto eroismo della disciplina come atto creativo.

E questo grazie alle sue radici che affondano in quel lontano 1929 (anno della prima edizione) che fa da preludio in Italia agli anni trenta densi di molte civiltà che aprirono una voragine e che allontanarono il secolo precedente, come “Il Talismano” fece affiancandosi all’ottocentesco Artusi.

Il Talismano della felicità è una metafora di tempi e di valori che possono essere riesumati e che si contrappongono allo sfacelo di un modernismo che li ha travolti.

Un baluardo che si oppone silenziosamente a quel analfabetismo tecnologico di ritorno che la tirannia della tecnica, la rete virtuale, l’imperante uso del suffisso “light” (per cui tutto dovrebbe essere leggero) hanno sparso come un morbo mortale e che può essere facilmente individuato in alcuni comportamenti tipici del vivere contemporaneo.

Chi di noi oggi sa interpretare una carta topografica, o più semplicemente sa farsi un itinerario o conosce vie traverse in caso di incidente o le sa trovare leggendo una carta stradale? Alla nostra perizia, conquistata con sforzo e dedizione, si è andato sostituendo prima google maps che ci computa al metro le distanze, che costruisce un binario tra partenza ed arrivo da cui ci è impedito deragliare pena lo smarrirci (un primo passo di questo binario è stato l’utilizzo dell’autostrada, poi virtualizzata da google) e poi è arrivato il gioiello della tecnica il Tom Tom che con tecnologia GPS ci informa in tempo reale su cosa dobbiamo fare per giungere a destinazione. Certo si può sempre sostenere che il GPS può salvare la vita, ma i tragici fatti di questi giorni, la scalata al Nanga Parbat che è costata la vita ad un nostro scalatore, dimostrano due cose. La prima: che quando il destino chiama non c’è GPS che tenga. La seconda: che un’impresa romantica ed eroica, nel suo mistico mistero dell’ascensione, viene completamente tramutata, svilita e svuotata di senso in questo costante ed invasivo collegamento. Abbiamo immolato alla connessione perpetua tutto il fascino ed anche il pericolo dell’agire senza rete (reale o virtuale che sia).

Dei lobotomizzati, analfabetizzati dalla tecnica e dalla presunta conoscenza della rete (torna l’odiata rete) accessibile senza sforzo (Wikipedia ne costituisce l’enigmatico e circolare punto di non ritorno, ultramoderno idolo che resuscita in forma leggera, manco a dirlo, i fantasmi di Diderot) che azzerando tutti i sensi ci priva della conoscenza e si sostituisce a lei. Siamo, come dicevo, dei golem, dei manichini senz’anima, servi della tecnica.

Lo stesso si può dire per un mucchio di altri diabolici attrezzi. Le memorie dei telefonini hanno espropriato la nostra mente dal ricordare e ci hanno ridotto a dei cyber-lotofagi, felici di non rimembrare più nulla, certi che qualche megamacchina incamererà per noi l’informazione e la risputerà al momento opportuno.

Le calcolatrici elettroniche si sono sostituite alla nostra capacità di computare a mente, con gli esiti finali che leggiamo sui giornali: le nostre conoscenze scientifiche e le capacità matematiche sono ormai a livelli di latenza patologica.

Diventa quindi un atto di ribellione comprare, regalare, divulgare, usare ed esaltare questo volume, assai “voluminoso”, ingombrante, difficile da maneggiare, volutamente incompleto, sapientemente reticente, politicamente scorretto, contro una filosofia di vita che vorrebbe il nostro destino fagocitato dalla tecnica creatrice del nulla attraverso la leggerezza spensierata (nel senso di priva di pensiero) della cultura del “light”.

Così silenziosamente Il Talismano della felicità rivendica per tutti noi una vita che abbia un senso, contro il nichilismo propalato da tutte le virtualizzazioni cui siamo esposti.

E poi non posso dimenticare che, grazie al “Talismano”, riconquistai mia figlia servendo a lei ed ai suoi amici delle gustose crepes al burro fuso e zucchero. Io che non avevo mai cucinato neanche un uovo al tegamino, mi ritrovai per un giorno Re, con quelle crepes che, con il burro fuso e con lo zucchero, furono un’ulteriore ribellione, con la loro squisita pesantezza, a questo mondo invaso da una vacua leggerezza che opprime tutti noi come un macigno.

Mario “vox clamans in deserto” Grossi


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