Il mio canto libero sei…

NON E’ STATA, NON E’ E NON SARA’ MAI (solo) UN’AVVENTURA

ll New York Times, con un breve necrologio pubblicato a una manciata di ore dalla sua morte, aveva capito più di tanti italiani quel che ha rappresentato Lucio Battisti per il nostro paese. Dimostrando che, a volte, per comprendere meglio l’essenza delle cose bisogna osservarle con sguardo distaccato, con interesse lontano: il quotidiano americano spiegava infatti come Battisti in Italia «avesse definito un’era». Aggiungendo: «Come Bob Dylan in America», paragone azzeccatissimo. Ecco, a dieci anni dalla morte, avvenuta il 9 settembre del 1998, ora che la lontananza temporale comincia finalmente ad aprirci gli occhi, si può ben dire che Lucio Battisti, con la sua musica, le sue canzoni, con tutto se stesso, anche, ha definito davvero un’era italiana (la fine dei Sessanta, i Settanta, gli Ottanta…) riuscendo come nessun altro a darle un’unità sintattica e immaginifica. Considerando la storia italiana, un’impresa quasi impossibile.

Lucio Battisti ha unito ciò che nessun altro è riuscito a unire, intrecciando fili invisibili di note e poesia. Ha dato forma. Ha scavallato schemi musicali e culturali. Abbattuto steccati.  Amalgamato. In anni di scontri e divisioni, Battisti è riuscito, sembra quasi un miracolo, a non essere cantante di nicchia, di barricata. O di odio. Unico tra i cantanti e cantautori, ha costruito la propria icona su quel distacco interessato che lo ha portato ad essere un iper-italiano, uno di quegli italiani, e ce ne sono stati veramente pochi, che ha concentrato su di sé l’immaginario condiviso di un intero paese. E da questo punto di vista, il suo essere considerato “fascista” e “di destra” («Negli anni settanta si sapeva che Battisti stava a destra e che era vicino al Msi. Non c’era bisogno di prove, lo si sapeva e basta», ha detto una volta Pierangelo Bertoli) alla fin dei conti ha rappresentato un “di più” che gli ha permesso ciò che agli altri era precluso: abbracciare un’Italia ancora divisa da un’eterna guerra civile psicologica prima che politica. Tantoché la collezione completa dei dischi del “fascista” Battisti, nel ’78, stava persino nel covo delle Brigate Rosse di via Montenevoso a Milano, dove fu sequestrata con stupore dai carabinieri di Dalla Chiesa.

Battisti, insomma, cantante politico più dei cantanti politici, nonostante la sua apparente distanza, perché ha saputo mettere in musica i cambiamenti profondi della società italiana. E se, nel 1998, l’allora sindaco di Roma Francesco Rutelli, alla sua scomparsa, rifiutò con motivazioni culturali e politiche più che legittime la proposta del consiglio comunale capitolino di dedicare il nuovo Auditorium proprio al cantante di Poggio Bustone, oggi si può dire che quel nome non avrebbe per niente stonato nell’indicare quel moderno tempio della musica: perché Battisti non è stato solo un uomo di spettacolo, non è stato solo un cantante. Battisti ha segnato un’era. E’ per questo che il paragone che arriva da oltre oceano con Bob Dylan, il menestrello rivoluzionario che non si piegò mai all’ideologismo di maniera, non è per niente fuori luogo: Blowin’ in the wind come Il mio canto libero.

Lucio Battisti, quindi, come eroe di un’italianità non conservativa, in qualche modo  anti-italiana. Sempre in movimento, comunque insoddisfatto. «Un artista – ha detto lo stesso cantante – non può camminare dietro al suo pubblico, ma davanti. E’ rischioso, ma è suo dovere correre il rischio». La sua fuga dal mondo, in fondo, può essere interpretata proprio così: «E’ necessario – spiegò – non confondere l’uomo, pieno di debolezze, con l’artista che deve essere perfetto, infallibile». La fuga come gesto definitivo, assoluto, estremo, rivoluzionario come è stata rivoluzionaria tutta la sua carriera. Dall’inizio
alla fine: dagli anni Sessanta ai Novanta.

Figlio legittimo del suo tempo e di quegli anni di sviluppo e libertà, figlio di quella rivolta anti ideologica prima della stagione dell’ideologia, da ragazzo Lucio aveva la stanza tappezzata di chitarre, ma si era dovuto prendere il diploma di perito tecnico. Il padre voleva che  ominciasse a lavorare. Lucio era un artista, voleva vedere il mondo, andava in Olanda, in Germania, senza un soldo perché il padre non lo voleva incoraggiare su quella “brutta strada”.

Certe volte dormiva nei sottoscala. Una volta il padre gli ha rotto una chitarra in testa. Lo faceva per il suo bene. Non sapeva che sarebbe diventato Battisti. Il “suo” Sessantotto lo ha vissuto partecipando al Cantagiro con Balla Linda, che sale ai vertici della classifica di vendita; poi il grande successo lo ottiene da autore, per l’Equipe 84, con 29 settembre e Nel cuore, nell’anima, accanto ad una fallimentare prima esperienza sanremese come autore di La farfalla impazzita, proposta da Dorelli e Paul Anka.

Ma la strada giusta è quella solistica e, dopo brani come Io vivrò e La mia canzone per Maria, nel ’69 è proprio Sanremo a consacrargli il successo con Un’avventura, cantata in coppia con Wilson Pickett: «Non sarà un’avventura, non può essere soltanto una primavera…». Il nostro caro Lucio,  un rivoluzionario oltre ogni bandiera…

Filippo Rossi

TU CHIAMALE SE VUOI EMOZIONI

(Capire tu non puoi)

Detto brutalmente: l’arte non è democratica. Non ha bisogno di nessuna legittimazione popolare. Non cerca il consenso. Tanto meno lo insegue. Semmai lo trova, come un effetto collaterale che può essere gradito finché si vuole ma che mai, in nessun caso, diventerà la causa primaria di ciò che si fa.

Detto a chiare lettere: Lucio Battisti era un individualista che credeva in se stesso e che non riconosceva nessun altro impegno al di là della sua ricerca creativa, nessun altro vincolo al di là del rispetto del proprio talento, nessun altro obbligo al di fuori del tentativo, continuamente rinnovato, di superare le acquisizioni precedenti per approdare a nuove prospettive. O per lo meno a nuovi spiragli, attraverso i quali intravvedere un modo differente di esprimersi.

La parabola artistica di Battisti, com’è noto, viene divisa in due fasi nettamente separate, contraddistinte dalla presenza al suo fianco di due parolieri altrettanto notevoli ma diversissimi: la prima, quella che lo portò a dominare le classifiche di vendita e a imporsi come straordinario autore di canzoni tanto immediate quanto innovative, è segnata dal sodalizio con Mogol; la seconda, che è introdotta dal prologo di E già e si snoda attraverso altri cinque album sempre meno accessibili e compiacenti, è caratterizzata dalla collaborazione con Lino Panella. La versione corrente è che a un certo punto, per motivi imprecisati, Battisti abbia deciso di farla finita col suo passato di cantautore accattivante e celebratissimo – capace di sfornare una dopo l’altra canzoni memorabili e per nulla ripetitive – e di contrapporre a quell’immagine ormai stereotipata, che tendeva a imprigionarlo in un cliché, una figura defilata e pressoché inafferrabile, che gli garantisse una piena e rinnovata libertà d’azione. Al posto della star che non sbaglia un colpo, ma che deve sempre rimanere uguale a se stessa, una sorta di perenne esordiente, che può rimescolare le carte ogni volta che lo desidera. Al posto del suo stesso monumento, più ingombrante che lusinghiero, un viandante inafferrabile, affrancato una volta per tutte dal gioco, amorevole e ricattatorio, delle aspettative da parte dei fan.

Ma è proprio così? C’è davvero, nel percorso (e nella personalità) di Battisti, questa demarcazione tanto netta tra un prima e un dopo? Tra il periodo delle canzoni orecchiabili che tantissimi adoravano, e che in tantissimi accendevano la voglia di ricantarle, e il periodo dei brani spigolosi e schivi, difficili da ascoltare e ancora più difficili da mandare a memoria?

Vale la pena di approfondire. Le distanze tra la prima e la seconda fase sono troppo evidenti per essere negate, ma allo stesso tempo nell’attività di Battisti c’è dall’inizio alla fine un elemento che non viene mai meno, un filo rosso che collega i primi 45 giri agli ultimi album e che li rende, sul piano dell’approccio creativo, assai meno lontani di quanto non sembri. Quale che sia il risultato finale, infatti, il suo obiettivo non è mai assecondare il gusto dominante. E non è nemmeno, una volta agguantato il successo, replicare all’infinito il proprio marchio di fabbrica, come pure fanno, con una manipolazione tanto più grave in quanto più sottile, e formalmente ineccepibile, la massima parte dei professionisti delle Hit Parade.

Battisti non corre insieme al pubblico. E non si ferma ad aspettarlo. Battisti segue il suo ritmo interno e allunga il passo in progressioni continue. Individua una meta e la raggiunge. Tende l’orecchio e percepisce in anticipo ciò che gli altri, più distratti o meno dotati, coglieranno solo in seguito. Ma non è la sagacia di chi osserva le mode internazionali e si sforza di introdurle in Italia per assicurarsi una posizione di favore, in vista del momento in cui la massa scoprirà finalmente l’ennesima novità e se ne lascerà sedurre.

Battisti fa quello che fa perché, in quel dato momento, la sua elaborazione interiore è arrivata a quel determinato punto. La vastissima popolarità conquistata a partire dal 1969, con tre singoli nella Top 20 e l’album d’esordio al primo posto, non dipende affatto da un’affinità permanente coi suoi ammiratori: è solo l’incrocio, prolungato ma transitorio, tra un musicista che si evolve di continuo e un pubblico che, dopo la grandiosa accelerazione collettiva vissuta tra i Sessanta e i Settanta, rifluisce nella consueta passività. Perdendo il gusto per ciò che è inconsueto, e magari spiazzante, ma significativo. Smarrendo la disponibilità a farsi guidare in territori sconosciuti.

Il problema, sintetizzando al massimo e azzardando una formuletta stringata, è che Battisti è un artista rock che per una serie di motivi, per molti versi accidentali, è stato scambiato per un artista pop. Non è questione di linguaggio sonoro. La differenza, specie in quegli anni, si fissa nell’autenticità dell’ispirazione e nella determinazione a non fare nulla solo perché funziona sul piano commerciale. In questo senso, il che contribuisce a spiegare l’equivoco, Mogol è un abilissimo paroliere pop, che ha come massima ambizione quella di scrivere canzoni di successo, mentre Battisti è un talentuoso musicista di matrice rock che scrive quello che gli passa per la testa: e se va in classifica, bene; se no, pazienza.

L’altra faccia dell’equivoco – poiché la superficialità ha più maschere del diavolo – è che Battisti è stato sottovalutato, o addirittura ignorato, dal pubblico “di sinistra”, talmente risucchiato nella politicizzazione della musica (e di tutto il resto) da non concedere alcun riconoscimento a chi non fosse schierato sulle sue stesse posizioni. Lasciamo pure da parte l’abusata querelle sulle convinzioni personali di Lucio e sul fatto che lui avesse, oppure no, simpatie per la destra più o meno estrema: quello che per troppo tempo non si è capito è che la sua musica era un grandissimo esempio di contaminazione. E quindi di curiosità, di apertura, di assoluta mancanza di pregiudizi. In una situazione meno irrigidita, e ottusa, Battisti sarebbe stato visto serenamente non solo come uno dei più felici inventori di melodie del panorama italiano, ma anche come uno dei massimi artefici dello svecchiamento del gusto nazionale. E le sue canzoni non sarebbero mai diventate, come si è scoperto col tempo, il “vizio segreto” di chi d’istinto amava le varie Emozioni, Mi ritorni in mente e La canzone del sole, ma era poi costretto a negare, agli altri e un po’ anche a se stesso, di annoverare il “fascista” Battisti tra i cantautori prediletti.

L’ottusità, del resto, non si limita certo alle chiusure ideologiche. Battisti, che pure aveva un carattere fin troppo riservato, avrebbe avuto bisogno di un ambiente molto più vivo e generoso di quanto non sia, tradizionalmente, quello che popola il nostro mondo discografico. In un contesto diverso, nel quale gli artisti si preoccupino innanzitutto di creare cose belle e non di conquistare, o difendere, con le unghie e coi denti il proprio posticino alla tavola imbandita dei diritti d’autore, si sarebbe potuto sperare che lui trovasse buoni motivi per aprirsi a chissà quante collaborazioni artistiche e a chissà quali contatti umani, evitando dapprima di tenersi in disparte e, infine, di isolarsi completamente. Se a circondarlo non fosse stato il solito, avvelenato miscuglio di soggezione e di invidia che avvolge i migliori, ma un’atmosfera gioiosa di sincera ammirazione, forse la sua ritrosia sarebbe stata sconfitta. E i suoi ultimi quindici anni, dalla rottura con Mogol in poi, si sarebbero snodati diversamente, sia sul piano artistico sia su quello umano.

Se da un lato la “rivoluzione copernicana” degli anni Ottanta e Novanta è ammirevole, per come dimostra una sana e orgogliosa indipendenza dalle lusinghe del successo, dall’altro suscita almeno qualche perplessità sulla freddezza emotiva che la attraversa. Nello stesso momento in cui riconosciamo il coraggio di una scrittura che non vuole più accontentarsi di una bella melodia o di un ritmo trascinante, e tanto meno dei sapienti, calcolatissimi versi di Mogol, ci chiediamo se i meriti dell’artista Battisti siano sufficienti a scaldare il cuore dell’uomo Lucio. Se la vita che conduce sia quella che voleva: o se, come accade continuamente, né il talento né la forza morale siano sufficienti a tenere vivo l’entusiasmo e a regalare quel po’ di gioia di cui si ha comunque bisogno.

Ammettiamo che l’ipotesi che abbiamo già visto sia esatta. Che davvero, all’origine del suo chiamarsi fuori dalla scena italiana, e dal suo stesso mito, ci sia stato innanzitutto il rifiuto degli effetti distorsivi della celebrità. Il prevalere del personaggio sulla persona. E addirittura sull’opera, con un rischio di stravolgimento che non è sfuggito neppure a una superstar cinica e smaliziata come Madonna. «La fama – ha affermato lei recentemente – è un sottoprodotto. Dovrebbe arrivare perché fai delle cose che parlano alle persone e le persone vogliono sapere del tuo lavoro. Sfortunatamente il personaggio ha il sopravvento sull’operato artistico».

Ammettiamo tutto questo. E riconosciamone le ottime ragioni, le buone intenzioni, l’intrinseca coerenza. Eppure, la reazione di Battisti appare troppo granitica, troppo deliberata, per essere accolta a cuor leggero e del tutto condivisa. Gli ultimi album sono senz’altro interessanti, ma quasi mai coinvolgenti. Anche restando a distanza di sicurezza da ogni genere di banalità da classifica, e da ogni automatismo dell’emotività a buon mercato, si sente la mancanza di uno slancio più genuino e viscerale, che sprigioni il suo potenziale con la forza di un incantesimo. Forse, la risposta ideale doveva consistere in una scelta ancora più drastica: rinunciare alle canzoni, con il loro corredo di parole da cucire alla musica, e dedicarsi solo alla composizione strumentale. Oppure, che è una variante della stessa soluzione, rivolgersi al mercato di lingua inglese come autore, sperando di incontrare un paroliere del calibro del Bernie Taupin del migliore Elton John.

Resta quello che resta, invece. I testi di Panella che si arrampicano dappertutto con innegabile perizia, ma anche come free climbers che scalano le pareti a specchio di un grattacielo e che, con tutto il loro sfoggio di bravura, fanno rimpiangere un qualunque, onesto alpinista dilettante che se la suda in montagna. I suoni di Battisti che promettono più di quello che mantengono, rincorrendo le parole nel tentativo di avvolgerle in un mantello avveniristico che poi, alla prova dei fatti, si rivela troppo leggero per scaldarle e troppo hi-tech per abbellirle.

Resta il rimpianto che almeno qualche volta, magari in coda a un intero album stilizzato e rigoroso, non abbia fatto la sua comparsa un brano meno chiuso in se stesso: qualcosa che, pur senza ripetere la forma delle grandi canzoni del passato, ne recuperasse almeno un poco della limpidezza, un po’ di quella fresca inventiva che fa sgorgare le note come un respiro a pieni polmoni e che, dopo, permette di tuffarsi nuovamente negli abissi di qualsiasi riflessione, e di qualsiasi disincanto.

Federico Zamboni

I RITORNI DI UN ALTRO BATTISTI


E mo’ nun me venite a dì’
che ne scrivo perché, in fondo in fondo, lo sanno tutti che Lucio Battisti era fascista, perché sennò ve sparo (metaforicamente parlando, s’intende…). A me, personalmente, nun me ne pò fregà de meno se Battisti era o non era fascista, se era o non era di destra… Io mi sono innamorato della di lui (della di loro…) musica-e-parole prima ancora di capire che c’erano una destra e una sinistra; se c’era e qual era lo sfondo culturale di riferimento alla sue note e ai versi del più noto dei suoi (tre successivi…) parolieri: Mogol…

Ma non è di lui che vi voglio parlare. O meglio: non voglio parlare del cosiddetto “primo Battisti”, quello che, all’epoca, c’ha invaghiti tutti: dichiarati e non dichiarati… Troppo facile, troppo comodo far leva su Emozioni (1970) dei nostri begli anni andati… Parliamo invece del “secondo Battisti” (che poi è il terzo…). Quello che (ri)parte dall’interruzione del sodalizio con il grande Mogol. Quello, soprattutto, che spinge alle estreme conseguenze la sua linea di ricerca musicale, (pur tenendo conto che Anima Latina (1974) anticipava già altre d-istanze). Quello che spudoratamente dichiara di «non voler più emozionare…». Ahi, ahi, ahi… quante defezioni si possono contare allora nei ranghi dei suoi aficionados. E quante incomprensioni…

Incomprensioni? Oh, sì! Proprio dalla dismessa ditta Battisti&Mogol, la cifra della produzione del reatino diventa epifenomeno della rottura del canale di comprensione con il pubblico… Perché, un conto è portare avanti la ricerca nel solco della tradizione melodica, un conto è cercare un altro punto di origine… Oh! allora, l’incomprensione non è solo giusto metterla nel conto, è giusto, invece, praticarla con tutti i rischi d’incomunicabilità debitamente annessi. Chi è che diceva (cito a memoria): «Ci si trova più spesso d’accordo con chi si capisce quando, invece, bisognerebbe fare l’esatto contrario»? Nietzsche, forse? Sì, mi sembra proprio di sì… Perché è lì, nel punto di non-comprensione, che cominciano a muoversi le rotelle dell’intelligenza spinta in avanti… Se, poi, uno preferisce lasciarsi cullare dal buon senso antico che si rinnova sui suoi soliti fasti, beh! legittimo farlo, perché no? Il non lecito è bollare a priori di fallimento le altrettanto giuste pretese dell’artista a non restarne schiavo… O pensate che per non disturbare il vostro buon gusto, e non tradire le attese, si debba adattare all’infinito alla ripetizione della stessa identica formula? D’altronde, Una giornata uggiosa (1980), l’album che conclude la collaborazione storica con Mogol, non è forse il meno memorabile della loro produzione? La parabola volgeva a termine comunque. Il primo a capirlo fu, forse, proprio Battisti. Che andò oltre…

Tradizione, tradire – si diceva sopra – non hanno forse una stessa identica radice etimologica? Claro que sì… Ma, allora, tradirsi non è una particella logico elementare del nostro stare al mondo, senza la paura di verificarsi fuori dai limiti di una tradizione che viene spesso confusa con l’abitudine e il convenzionale? Essere fedeli a se stessi pretende la verifica del confermarsi essere esattamente quelli che siamo: altrimenti, a quale me stesso dovrei essere fedele? Allo specchio che mi rimanda l’immagine mattutina del mio me indiscusso e indiscutibile? E che altro si può fare, a tal fine, se non tradirsi? Solo nel punto in cui sperimento nella mia anima l’altro da me, posso confermarmi d’essere esattamente quello che sono… O scoprirmi un altro che non conoscevo. Restandogli, poi, eventualmente, fedele… Bene, allora: se Battisti trasumanando dal suo primo manifestarsi, transitando nell’interregno della mediocrità di E già (1982, con i testi improponibili della moglie…), s’andò poi a ricostituire nel lessico del poeta romano Pasquale Panella; se trasumanando – dicevo – s’è tradito, il proposito, conscio o inconscio, era quello di andare a ritrovarsi al di là del se stesso dato. Forse, finanche, al di là di avanguardia e tradizione. O, meglio: dove avanguardia e tradizione si coniugano all’infinito del verbo essere… E fu ancora poesia…

Mettetela un po’ come vi pare, ma: Don Giovanni (1986), l’album che inaugura il terzo, ultimo sodalizio di Battisti, con il beneficio del Panella di cui si fa parola, è un superlativo di ciò che la cosiddetta musica leggera può esprimere… Agli estremi frutti, “ma più dolci e più rossi”, del Battisti finale fa, ora, il controcanto la vivacità di chi non si accontenta di far marciare le parole su contenuti acquisiti e pretende, piuttosto, di celebrare innanzi tutto la forma e il suo enigma… Il risultato? Ascoltate bene il testo più sperimentale di quel lavoro: Equivoci amici… Roba da non sfigurare a fianco di un Bartezzaghi, di un Bergonzoni e di tutti i fini dicitori della parolibera, del non-sense, del calembour, della paratassi spinta a concetto, tra segrete strategie grammaticali e sfrontate sin-tattiche d’assalto: da Marinetti a Petrolini; da Totò a Carmelo Bene; da Joyce, a Lewis Carroll, a Cacciatore…

Ma l’ancora più bello accade dopo… Perché, sapete? l’appetito viene spesso mangiando… E se fino a Don Giovanni il musicista si era conferito il ruolo d’ispiratore dei suoi parolieri, con atto d’umiltà e di sfida (a se stesso – penso – più che agli altri), concepì l’inversione del metodo: “dammi i tuoi testi e io li metto in musica… “. Oddio! Anche qui niente di nuovo. Ma il nuovo non è, forse, un’invenzione antica? E vi risulta che Verdi componesse prima di aver scelto il libretto dell’opera? Così nascono e sono realizzati gli album autunnali e invernali del sempreverde: L’apparenza (1988), La sposa occidentale (1990), Csar (1992), Hegel (1994)… Un florilegio che distrugge la forma-canzone tradizionale. E restituisce alla musica il suo parterre di poesia… Andatevi a sentire quella che, a sorpresa, gl’irriducibili fan’s club web considerano la sua migliore canzone di sempre:  I ritorni ne La sposa occidentale . Non ne avete voglia? Va beh! nessun problema: c’è sempre un Jovanotti che vi sollazzerà  «Tanto, tanto, tanto, tanto…».

miro renzaglia

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