Il mercato e le sue funzioni

Al di là di capitalismo e comunismo
La “Terza Via” possibile

Negli ultimi due decenni del Secolo appena trascorso e nei primi anni di quello in cui stiamo vivendo abbiamo assistito a una vera e propria divinizzazione del mercato come panacea universale di tutti i mali dell’umanità, come se affidarci integralmente ai suoi meccanismi e ridurre la stessa vita dell’uomo alle sue dinamiche interne potesse portare alla risoluzione definitiva di tutti i mali che affliggono la nostra società: la povertà in primo luogo, ma anche le sperequazioni sociali, i problemi connessi al disagio sociale e alla criminalità ecc. ecc. La dinamica reale degli eventi ha dimostrato (e sta ancora dimostrando) che tutte le previsioni erano poco più che pie (e in parecchi casi molto meno pie) illusioni: a parte alcuni casi in cui lo sviluppo produttivo ha ricevuto un reale impulso, le controindicazioni alle politiche liberiste già sul primo medio termine si sono manifestate con una tale forza da non poter più essere sottaciute o trattate con sufficienza (senza entrare nei particolari pensiamo al crac attualmente in corso di molti istituti di credito americani e alla bancarotta argentina del 2001).

Ora è doveroso chiedersi perché un numero così imponente di persone di tutti ceti sociali si siano lasciati conquistare da questa concezione e perché un numero impressionante di governi abbiano intrapreso politiche ispirate a questi principi. Diciamo subito che un primo motivo risiede nel fatto incontestabile che sul breve periodo, a corto termine, queste politiche funzionano, ovviamente con differenze riconducibili ai diversi tessuti socio-economici preesistenti su cui vengono innestate e alla loro pratica applicazione (pensiamo all’America di Reagan o all’Inghilterra di Margaret Tatcher); e non sto ovviamente parlando qui dei costi sociali di queste politiche ma del loro effetto sulla lievitazione del Prodotto Interno Lordo, sulla creazione della ricchezza (questo può provocare, e provoca, l’impoverimento di alcune fasce della popolazione, ma anche l’arricchimento di altre, più o meno estese); il tutto ha dato l’illusione a moltissimi di aver trovato in questa ideologia ottocentesca la panacea per risolvere nel loro complesso e definitivamente i problemi dell’umanità; il risveglio oggi si sta rivelando abbastanza brusco.

Esiste però un secondo motivo che ha spinto un numero considerevole di persone ad abbracciare acriticamente il liberismo mercatista e il capitalismo sregolato senza rifletterci sopra in maniera ponderata: questo motivo si può definire come una reazione «e contrario» nei confronti di un’altra concezione che aveva abbacinato le menti e i cuori di non poche persone, anche di grande levatura intellettuale, a partire dai primi anni del ‘900 fino quasi alla fine del secolo passato, ossia l’idea che fosse possibile risolvere i problemi umani, materiali e morali, semplicemente abolendo il mercato; il crollo subitaneo dell’URSS e la conversione della Cina al capitalismo (in una forma piuttosto selvaggia, fatto salvo il controllo dell’apparato burocratico del partito sulla società dal punto di vista politico) ha reso insostenibile la fede nelle promesse messianiche del marxismo-leninismo; così non pochi individui, sconvolti dalla catastrofe che avevano davanti agli occhi, sono passati di riflesso, senza pensarci sopra adeguatamente, armi e bagagli nel campo avverso.

Ma è davvero possibile una società senza mercato, un’economia che prescinda «in toto» dai meccanismi di mercato? Vediamo di rispondere a questa domanda analizzando le funzioni del mercato.

Innanzitutto se per economia intendiamo non la semplice produzione di beni e servizi, ma l’impiego razionale delle risorse, cioè l’insieme delle pratiche che si confrontano con il problema della relazione tra «fini e mezzi scarsi applicabili ad usi alternativi», la funzione del mercato risulta insostituibile. I prezzi che si formano sul mercato tramite la legge della domanda e dell’offerta sono gli «indici di scarsità», che rendono possibile il calcolo economico, ossia l’uso razionale delle risorse. Senza i pressi espressi in moneta (che riduce tutti rapporti di scambio a un denominatore comune) gli attori sociali non sarebbero assolutamente in grado di regolare le loro scelte economiche sulla base della «ratio», che è il cuore dell’agire economico, e si troverebbero a dover agire alla cieca, sulla base di decisioni arbitrarie. Le economie collettiviste che, avendo soppresso il mercato, non hanno la possibilità di eseguire calcoli monetari e quindi di effettuare scelte razionali basate sugli «indici di scarsità», possono sì realizzare grandi imprese, ma non sono in grado di conoscere i relativi costi; esse sono condannate ad agire come il despota di Montesquieu, che, quando vuole una pera, abbatte l’albero; conoscono solo (limitatamente) l’efficacia, non l’efficienza; esse sono, esattamente come le economie di guerra, potenza e spreco insieme. Cessando la moneta di essere il regolatore dei processi produttivi e distributivi interviene al suo posto il Pianificatore che con i suoi decreti, le sue ingiunzioni, i suoi interventi coercitivi decide che cosa deve essere prodotto e attraverso quali criteri, discrezionalmente fissati, la ricchezza sociale deve essere distribuita e consumata, con il risultato che produzione e consumo si sottraggono alle leggi economiche e diventano materia di esclusiva competenza della burocrazia statale; da ciò deriva il controllo della burocrazia, divenuta onnipotente, sull’intera società nel suo complesso, dal momento che chi controlla la vita economica controlla la vita «tout court»; e soprattutto ne deriva l’impossibilità del calcolo economico (come i regimi dell’Est Europa hanno ampiamente dimostrato).

Entra a questo punto in gioco il problema delle esigenze e delle preferenze dei consumatori: è vero che nel sistema capitalistico la libertà di scelta del consumatore può essere facilmente manipolata da agenti palesi od occulti in maniera surrettizia, ma, a parte il fatto che è ben possibile (e succede) che all’interno di una società in cui esiste la critica e il dibattito (più o meno libero a seconda delle circostanze) sorgano anticorpi che contrastino queste tendenze manipolatrici, non si capisce quale dovrebbe essere il vantaggio, proprio da questo punto di vista, utilizzato capziosamente da molti critici marxisti del mercato, di affidare insindacabilmente ogni decisione sulle esigenze che devono essere soddisfatte a un Pianificatore universale responsabile solo verso se stesso.

La molteplicità degli operatori economici insita nel mercato genera ovviamente la concorrenza, che, sotto l’incentivo del profitto, tende a operare nel modo più efficiente possibile; i regimi comunisti, giudicando il profitto incompatibile con la loro idea di «società armoniosa», poterono ricorrere a due soli surrogati (in accoppiata) per indurre gli individui a lavorare con il massimo impegno, l’entusiasmo e la paura, comunque di gran lunga inferiori quanto a operatività.

Inoltre il profitto è l’unico strumento che permette di misurare la produttività di un investimento; lo si potrebbe definire un «misuratore di efficienza»: c’è profitto infatti quando c’è «eccedenza sui costi», quando cioè il volume monetario guadagnato è superiore a quello investito. Avendo eliminato il profitto, i regimi comunisti avevano eliminato un poderoso fattore di razionalizzazione che nessuno è riuscito finora a indicare da cosa potrebbe essere sostituito.

Così, anche ponendo che nella natura umana intervenisse quella prodigiosa «metanoìa», che il Cristianesimo aspetta nel mondo a venire e che dovrebbe provocare una trasformazione «ab imis» con la morte dell’«uomo naturale» e la nascita dell’«uomo nuovo», si potrebbe fare a meno del profitto come incentivo al lavoro, ma non come misuratore di efficienza.

Infine c’è un’importantissima funzione del mercato (strettamente collegata alla concorrenza) che nessuna pianificazione è in grado di surrogare: il mercato è «una procedura per la scoperta del nuovo» (F. A. von Hayek), un metodo per esplorare lo smisurato «campo dei possibili», seguendo il metodo del «trial and error». Infatti se le competenze tecniche possono essere trasmesse attraverso la socializzazione professionale, non così per l’ideazione del nuovo e la sua sperimentazione: esse richiedono che l’organizzazione sociale sia strutturata in modo tale che esistano ampie zone giuridicamente protette nelle quali gli individui creativi possano muoversi liberamente, aree nelle quali sia vigente la «legge darwiniana» della selezioni delle soluzioni migliori o comunque capaci di soddisfare meglio i bisogni dei consumatori; queste condizioni possono essere date solo dall’istituzionalizzazione del «gioco catallattico», ovvero del mercato; l’Unione sovietica e i paesi che ne seguirono l’esempio, accecati dalla ideologia marxista, avendo rinunciato a questo insostituibile strumento si impantanarono tutti nella stagnazione economica, scientifica e tecnologica, da cui si sono liberati solo nel momento in cui sono ritornati a farne uso.

Detto questo, dovremmo forse accodarci ai più acritici ed entusiasti celebratori del mercato, ai sostenitori del liberismo e del capitalismo senza freni come von Mises e von Hayek (che ho sopra citato)? Assolutamente no, e vediamo perché.

Gli argomenti per rifiutare la logica del mercato autoregolato, come ho già detto all’inizio, sono molti e solidi, sia da un punto di vista tecnico che da un punto di vista morale; possiamo al proposito ricordare le parole di Keynes quando ne afferma «l’incapacità a provvedere alla piena occupazione e la distribuzione arbitraria ed iniqua delle ricchezze e dei redditi»; ma anche studiosi di impronta decisamente liberale del calibro di Giovanni Sartori non hanno esitato ad affermare che il mercato è «impersonale…inumano…crudele». Ma il fatto fondamentale è che è possibile preservare i vantaggi di questa macchina al servizio della società attutendone fortemente gli svantaggi.

Innanzitutto vanno difese l’economia mista, la programmazione e lo stato sociale (in quali forme poi ciò si può fare deve essere oggetto di discussione misurandosi con i reali problemi che si incontrano e con le esigenze della Nazione e delle realtà etno-culturali che la compongono). Ma è possibile fare molto di più.

E’ infatti possibile delineare, senza rinunciare al mercato, un modello di economia partecipativa basata sulla proprietà sociale dei mezzi di produzione e sull’autogestione. Ed è quello che ha fatto per esempio P. J. Proudhon, formulando l’idea che il socialismo attraverso la ricostituzione della proprietà secondo i principi del mutualismo e del diritto federativo potesse rendere l’operaio comproprietario dell’apparato industriale e partecipe dei suoi benefici invece di incatenarlo come uno schiavo; questo è quindi un socialismo che non intende abolire il profitto, come intendevano fare i marxisti-leninisti, bensì socializzarlo.

Ma qualcuno ha fatto ancora di più: la Repubblica Sociale Italiana non solo aveva espresso tramite un provvedimento legislativo (il Decreto Legislativo del 12 febbraio 1944, N. 375) un piano per mettere in pratica i principi di una socializzazione dell’economia che non coincidesse con la sua nazionalizzazione e preservasse l’iniziativa privata e i meccanismi di mercato mettendo l’accento sulla giustizia sociale e sul valore umano e morale del lavoratore, non più considerato una merce che il capitale può comprare e vendere liberamente, ma un pieno soggetto di diritto anche all’interno dei meccanismi economici; non solo aveva elaborato questo meraviglioso e ineguagliato, ma concreto e realizzabile, progetto di ingegneria sociale ed economica che non ha pari nel secolo ventesimo, ma aveva anche iniziato a metterlo in pratica; purtroppo dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale (e della Guerra Civile) le forze industrial-capitaliste da una parte e i comunisti dall’altra (con motivazioni ovviamente diverse) decisero di porre fine a questo esperimento, che rappresentava un pericoloso tentativo (tanto più pericoloso quanto più foriero di buona riuscita) di superare le rispettive visioni ideologiche dell’uomo e del mondo.

E’ da qui dunque che bisogna partire per creare un’alternativa vera al sistema mondialista-capitalista che sembra oggi prevalere sulla Terra ma che mostra già i primi segni di affanno; un’alternativa che non sia una sua emanazione e un rimedio peggiore del male, come è stato il marxismo-leninismo, bensì che sia davvero una “Terza Via”, che preservi al tempo stesso le identità culturali, nazionali e locali, minacciate dall’omologazione livellatrice insita nell’ideologia liberista (e marxista-leinista), ma anche i presupposti per lo sviluppo economico, scientifico e tecnologico, dei quali il mercato è strumento indispensabile: si tratta insomma di avere non più un uomo a misura di mercato, ma un mercato a misura d’uomo. Vedremo cosa ci riserverà il futuro.

Francesco Ferrari

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