I fasci siciliani del ’69

Mamma stanotte non torno – Quella Palermo del ’69 (Ed. Publisicula, 2007). Bibi Bianca. Direttamente dal cartone incellofanato alle mie mani. Se non mi fosse stato vivamente consigliato, non l’avrei neppure comprato. Il solito libretto d’ “area” – ho pensato lì per lì -. Considerazioni miopi e parziali, sindrome di Calimero, apologia spicciola e i soliti, ottimisticamente parlando, 25 lettori.

Poi l’ho aperto e ho dato uno sguardo alla premessa:

«Gestirono il loro ’69 come un rullo compressore, dissotterrando l’ascia di guerra, alcuni pagando in proprio, altri galleggiando tra lotta e speranza. Molti vissero senza chiedersi nulla, presero poco, ma diedero tanto: regalarono sorrisi, sgangherate discussioni, cogliendo l’attimo e non pensando al poi…».

Interessante. Ma, tutto sommato, niente di nuovo. La solita retorica!, mi sono detto. E invece no: «…presero poco, ma diedero tanto…». Ma chi?!?Tra i protagonisti si fa spesso menzione di un certo Ciccio (pseudonimo poco pseudo!).Nell’ultima pagina, si dice esplicitamente che è stato ucciso il 9 settembre del 1980 a Roma, omettendo però il complemento d’agente.

Se 2+2 fa 4, il complemento d’agente non può che essere uno ed uno solo. Ergo, quel Ciccio deve essere “quel” Ciccio: Mangiameli.

A quel punto mi son detto: Se i protagonisti del libro sono questi, le parole “presero poco, ma diedero tanto” non sono affatto frutto di vuota retorica. Tutt’altro!

Leggendo voracemente una pagina dopo l’altra, non ho potuto far altro che sgomberare la mia mente da tutti i pregiudizi iniziali su questa piccola ma brillante chicca storico-letteraria. Tralasciando la scrittura piacevole, mai banale ed anche piuttosto “colorita” di Bibi Bianca, ogni pagina del libro, raccontando le vicende dei ragazzi della Palermo del ’69 – e sottolineo: del ’69! Non stiamo certo parlando di anni “tranquilli”! -, riesce ad aprire una efficace finestra su un mondo che storici-militanti e giornalisti prezzolati dalle segreterie di partito raramente riescono a consegnarci nella sua oggettività.

Per carità, anche in questo caso l’autore – che quantomeno non pretende di fare lo storico! – non è certo super partes: leggendo fra le righe, si nota qualche sua sfumata, ed anche più che sfumata!, simpatia. Possiamo però dire che riesce efficacemente a mantenere un felice atteggiamento ironico: c’è distacco senza separazione, coinvolgimento senza faziosità.

Di che cosa parla questo libro nello specifico? Di ragazzi.

Volontariamente, non utilizzo termini come “militanti politici”, “attivisti”, “rivoluzionari” e altre sterili etichette che colgono aspetti circoscritti e parziali rispetto a una realtà ben più ricca e complessa che mal volentieri si lascia ingabbiare in queste definizioni.

Parla di ragazzi che vissero esperienze totalizzanti, vicende in cui mente e cuore, gruppi e individui sono difficilmente distinguibili.

Parlando dunque di ragazzi che frequentavano il liceo, non si può che far riferimento a occupazioni, volantinaggi, risse davanti al portone dell’istituto, assemblee… Ma si racconta anche di scampagnate sulle montagne sicule, di campi paramilitari vissuti con un manipolo di fratelli, di amori più o meno duraturi, sino ad arrivare alle descrizioni particolari dei luoghi di ritrovo “cult” della città (ne cito, per rilevanza, soltanto uno: l’Extrabar di piazza Castelnuovo, tradizionale zona-dei-fasci), di interminabili partite a carte, di superstizioni popolari e persino delle canzonette di Morandi, Mina e Celentano.

Detto questo, mi chiedo: che bisogno c’era di scrivere un libro che parla, più o meno, degli stessi identici fatti che avvengono oggi, mutatis mutandis, nelle nostre scuole, nelle nostre piazze e, in generale, nelle nostre vite?

La risposta non può essere riduttivamente data facendo appello alla diversa “intensità emotiva”. I discorsi paternalistici, del tipo “voi ragazzi di oggi non potete capire quello che provavamo noi, ai nostri tempi“, lasciano il tempo che trovano. Fino a prova contraria, infatti, l’uomo non cambia e, con buona pace di Darwin, alcune invarianze antropologiche permangono in tutte le epoche, in qualsiasi luogo dello spazio e in qualsiasi istante del tempo. E il cuore, probabilmente, è la parte dell’uomo meno soggetta alle variazioni. Si ama oggi come ieri. Si odia oggi come ieri.

La risposta, che l’autore non sottolinea (almeno apertamente), ma che emerge con vigore, consiste tutta nello sfondo motivazionale dei protagonisti. Questo libro ha una sua ragion d’essere perché, seppur in modo frivolo e a tratti comico, lascia intuire una rete di motivazioni, ragioni, pulsioni e, oserei dire, anche di “atteggiamenti di fede” che, nonostante continuino ad essere ancora oggi presenti, non si presenteranno mai più in quella peculiare modalità con cui si sono manifestate in quel periodo della storia d’Italia. In che cosa consiste questa peculiare modalità?

Nelle pagine di questo libro si parla principalmente di fascisti e comunisti, di anarchici e socialisti. Insomma, di categorie politiche – ma ancor prima che politiche, umane – che possiamo, almeno formalmente, trovare ancora oggi, in barba al pensiero debole e al muro di Berlino caduto.

Ebbene, nei personaggi di queste storie – così vicini nel tempo ma così lontani in quanto a “visione del mondo” (il termine tedesco Weltanschauung rende ancora meglio l’idea) – c’è un minimo comune denominatore che noi, oggi, troviamo, espresso in quel modo, in tutta la sua potenza, soltanto in pochissime eccezioni.

Questo denominatore è la “consapevolezza del fine”, ossia la consapevole polarizzazione del mondo attorno a un’idea. L’uomo è per l’Idea, non l’idea per l’Uomo. È questo, in sintesi, il messaggio più alto del libro.

Il contenuto profondo (descrittivo, non normativo) che tacitamente si insinua nella mente di chi si immedesima in queste storie è che tra “noi” e “loro” c’è un divario per certi versi incolmabile; una differenza specifica della gioventù degli anni ’60-’70 che rende quasi impossibile una gadameriana fusione di orizzonti tra il ragazzo di allora ed il ragazzo di oggi.

Per certi versi il lettore viene incuriosito. Per altri versi, specialmente se il suo sostrato culturale è non solo distante ma addirittura opposto a queste logiche (virtuose per alcuni, perverse per altri), rimane anche un po’ scandalizzato da questa dedizione totale all’idea, da questa spersonalizzazione dei protagonisti che, non curanti di alcuna regola esterna all’universo nel quale essi si trovavano a vivere, affrontano la vita di tutti i giorni con tutto il proprio essere rivolto a fini ultimi da conseguire (nella maggior parte dei casi irrealizzabili) piuttosto che a diritti/doveri immediati – che si identifichino, di volta in volta, con la scuola, la famiglia o il lavoro poco importa – da compiere o ottenere.

Un’ultima considerazione va fatta: proprio per l’irriducibilità ermeneutica a cui facevo prima riferimento, non si può non apprezzare il lavoro fatto da Bibi Bianca. In parole povere, se non ci narrano di quegli anni i diretti protagonisti, ossia gli allora 16enni che giorno per giorno vivevano sulla propria pelle queste esperienze, gli anni ’60 e ’70 continueranno ad essere l’oggetto di menzogne e verità strumentali di comodo che fino ad oggi sono stati, in balìa di uomini armati di penna, sentenze ed astio, sempre pronti a crocifiggere chi non ha mai provato vergogna di stare “dalla parte sbagliata”.

Dire la verità su quegli anni, senza rancore e senza timori, e con tutta l’umiltà possibile, è sempre una mano tesa alle vittime di chi non vuole questa verità. E Luigi Ciavardini, oggi, agosto 2008, ne sa qualcosa…

Francesco Mascellino

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