Funny games II. Ovvero…

strani giochi dentro “Giochi Strani”

L’Italia, come noto, ha forse la migliore scuola di doppiaggio del mondo. Tale modesto “primato nazionale”, porta anzi alcuni a guardare quasi con sufficienza la scelta, che va per la maggiore in Olanda o in Danimarca e non solo, di utilizzare anche in sala – specie per i film d’autore – la banale tecnologia dei sottotitoli, consentendoci di sentire voci, suoni ed intonazioni della versione originale, cogliere le sfumature delle lingue che conosciamo a sufficienza, e magari imparare qualcosa di più di quelle che conosciamo poco. Sufficienza che coniuga la pigrizia con un “nazionalismo” o un “identitarismo” malinteso (“sono italiano, e i film li voglio vedere nella mia lingua”): un film inglese recitato da attori inglesi è un’opera inglese, e vederlo in inglese significa evitare di “piallare” almeno in parte una differenza (di stile, di recitazione, di significati) che invece va conservata ed esaltata per quanto possibile.

Sradicamento, globalizzazione, cosmopolitismo vengono infatti non dalla conoscenza e dall’apprezzamento delle culture, lingue e identità altrui, ma dall’uniformizzazione di tutto ciò, che avviene anche attraverso la riduzione ad un minimo comune denominatore “localizzato” che anestetizza la percezione della diversità, e tende a ridurre lo sforzo necessario per accedere consapevolmente alla medesima, in vista della più ampia fruizione di un prodotto di consumo insensato.

Ma questo gioco “glocalista” a Hollywood si gioca in un modo diverso. Sì, Hollywood, la terza capitale dopo Washington e New York,della nostra alienazione, o forse la prima. Il centro semimonopolistico di ciò che arriva sui grandi schermi, sui televisori, sui lettori di VHS, DVD e Blu-Ray di tutto il mondo. Il vero e proprio ministero della propaganda dell’entità statunitense e delle componenti che politicamente la controllano, il cui ruolo è stato puntualmente analizzato tra gli altri da John Kleeves, in I divi di Stato (Il Settimo Sigillo, 1999) e in numerosi articoli ampiamente disponibili in rete, e che con facilità ottiene l’allontanamento dalla nostra stampa di grandi critici che possano essersi resi sgraditi, come è avvenuto con Michel Marmin da Le Figaro.

Hollywood preferisce non doppiare i film stranieri. Quando qualcosa si presta ad essere riciclato, questa immensa betoniera dell’audiovisivo lo fagocita, lo digerisce e lo risputa, ottenendo il triplice vantaggio di parassitare utilmente a livello commerciale la creatività altrui; proteggere il proprio potere sul mercato interno ed internazionale riproponendo direttamente opere magari altrimenti suscettibili di suscitare un interesse nella loro versione originale; e correggerne le “imperfezioni” che possano appunto ostacolarne la rivendita o la political correctness, da cui non resta estraneo il pur formalmente abrogato codice Hays (con il relativo rifiuto puritano del “sesso illecito”, del “vizio glorificato” e del “crimine che paga”). Da Profumo di donna a Tre scapoli e una culla/Tre uomini un bebé a Nikita/Nome in codice: Nina, questo gioco è antico, e vede da tempo il cinema europeo sotto attacco, se mai ce ne fosse bisogno, anche da parte delle brutte copie americane… delle produzioni europee stesse, dopo naturalmente che lo spettatore locale si è umiliato a pagarne il doppiaggio nella lingua di provenienza! Un gioco che si affianca a quello di estirpare dalla loro terra i registi europei, verso un’evirazione talora perfettamente riuscita (come nel caso di Wim Wenders), talora meno facili (vedi il Paul Verhoeven che torna in Olanda a girare il suo Black Book, film in cui non a caso ogni personaggio parla la sua lingua, olandese, tedesco od inglese che sia, così come tiene alla sua causa, senza alcuna concessione a fittizie eliminazioni della “maledizione” di Babele).

E veniamo ai Giochi Strani dell’omonimo film di Michael Haneke (nella foto in alto a destra), di cui è appena diventata disponibile su Amazon la versione in DVD e Blu-Ray. Il film è già stato recensito da Adriano Scianca sul Fondo (clicca qui per leggerla) e non staremo qui a commentarlo ulteriormente.

Ma, attenzione! Non si tratta del film originale.

Il film originale è stato girato in tedesco in Austria, dove è ambientato, nel 1997, è tuttora a sua volta disponibile su DVD, e si chiama, guarda caso,… Funny Games in inglese, non Komische Spiele. Si tratta infatti di un film certamente polisemico e senza un messaggio immediatamente evidente, ma il cui scopo dichiarato – e del resto fatto palese dagli episodi in cui il killer si rivolge allo spettatore, o usa un telecomando per fare un fast-rewind della scena in cui una vittima riesce a reagire con successo – è quello di decostruire il consumo cinematografico della violenza, all’interno di una società occidentale (ormai appunto divenuta “americana”, secondo l’allusione del titolo) che è ossessionata dalla rimozione della violenza a livello sociale, penale, educativo, politico, familiare, etc. e al tempo stesso pervasa dal ritorno di tale rimosso sotto forma di crollo della norma comunitaria e di fruizione spettacolare della violenza stessa (i passanti di Stephen King che rallentano affascinati dal sangue e dai corpi abbandonati sull’asfalto…).

Sino qui, tutto bene. Poi, qualcuno è andato al mercato, ha pagato lo stesso Haneke, ed ha fatto rigirare in inglese nel 2008 un film americano, ambientato in America, con qualche faccia di plastica hollywoodiana nel cast, e l’ha chiamato di nuovo Funny Games, cambiando così del tutto, già a partire dal contesto del titolo, la prospettiva dello spettatore, magari dello spettatore austriaco teenager che se lo vedrà per la prima volta… doppiato dall’inglese. Haneke, nell’intervista rilasciata all’atto della realizzazione del primo film, e disponibile sul relativo DVD, l’aveva pur previsto, verbalizzando la sua rassegnazione a che un film come questo sul prodotto cinematografico sarebbe stato destinato a diventare ricorsivamente, in un diverso contesto di epoca e luogo, il prodotto stesso che mirava a decostruire…

httpv://www.youtube.com/watch?v=pdplHwx3q7M
(da: Funny Games del 1997)

Ma il vero “strano gioco” sta questa volta in un’ultima ironia del regista, destinata ai pochi che per curiosità si metteranno come il sottoscritto a guardare in successione, una dopo l’altra, le due versioni del film. Il secondo film infatti non è un remake. E’ esattamente la copia del primo, copia ridicolmente spinta sino ai più minuti particolari della storyboard, dagli identici movimenti della coda del diverso cane del secondo film, a come un identico coltello affetta analoghe bistecche avvolte nella medesima carta estratte da un identico frigorifero e nel diverso lago (americano) del rifacimento viene posta una barca vela ricoperta dello stesso legno che solcava il lago austriaco dell’originale, a come gli slavati interpreti della nuova versione ripetono testualmente battute tradotte in American English dal tedesco in modo tanto letterale da sfiorare il limite della plausibilità linguistica.

Una copia perciò che diventa pura caricatura che Haneke ha fatto della sua opera di dieci anni prima, film che – come suggerisce lui stesso nei soliti materiali supplementari all’edizione su disco – non si sognerebbe mai oggi di girare nello stesso modo. E che indica chiaramente cosa il regista pensi dei gesti e della marchetta che gli è stato richiesto di fare, e cui si è prestato – ma di cui certo nessuno può pretendere dovesse anche godere.

In altri termini, coloro a cui piace Haneke possono tranquillamente evitare di sostenere finanziariamente Naomi Watts o la Warner, guardandosi o riguardandosi l’omonimo film già in circolazione da undici anni e riservando le loro opere di bene a soggetti più bisognosi.

Stefano Vaj

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