Fine del capitalismo

Contrariamente alle previsioni e alle dichiarazioni governative di appena due giorni fa, ieri, la Federal Reserve ha nazionalizzato, con una trasfusione salvavita, la più grande compagnia assicurativa del mondo: l’American International Group (Agi). L’investimento è di 85 miliardi di dollari ed è il più grande effettuato nella storia dalla Banca centrale Usa.

Il piano di nazionalizzazione di intraprese private non finirà qui: l’effetto domino, avviato con i mutui subprime, sta facendo venire giù, uno dopo l’altro, tutti i muri e tutte le colonne portanti di Wall Street e zone collegate…

Si prevede che, a breve, le speculazioni al ribasso già in atto, metteranno il governo americano nella condizione di nazionalizzare altri due mostri della sua, ormai ex, economia capitalista: la Morgan Stanley (che già a marzo aveva ricevuto in soccorso 35 miliardi di dollari) e la famigerata (anche qui da noi per i noti esponenti politici che risultano esserle affiliati…) Goldman Sachs. Qualora avvenisse ciò, La Federal Reserve non si potrebbe più esimere da intervenire a salvataggio di tutte le banche che si dovessero trovare in analoghe situazioni…

Anzi, e meglio: il Governo Usa ha già pronto il piano per la nazionalizzazione di tutti gli istituti di credito e di finanza ancor prima che entrino nella zona rossa di pericolo fallimento. Qualcuno ha già paragonato questo maxi-trust ad una “Iri” (di italica memoria) «elevata alla ennesima potenza…».

Di fatto, è la dichiarazione di fallimento del capitalismo liberista, così come il pianeta Terra lo ha fin qui conosciuto. Perché, una cosa è certa: non si tratta di una crisi fisiologica e tutta interna al sistema americano ma, piuttosto, di una “tempesta” che, proprio a causa della globalizzazione del sistema finanziario, si farà sentire sopra e sotto la linea equatoriale, al di là e al di qua del meridiano zero…

I dati in negativo registrati in questi giorni in tutte le borse del mondo sono lì a dimostrarlo…

E non servirà a niente, al fine di uscire dall’occhio del ciclone, il ricorso a esperienze di crisi pregresse: è ormai chiaro che sta accadendo qualcosa che il mondo capitalista non ha mai dovuto affrontare prima… Non è detto, infatti, che il piano di nazionalizzazioni, in corso in America, dia i risultati (da loro…) sperati… Perché quel piano ha dei costi enormi per l’Erario, ovvero: per il contribuente che, inevitabilmente, porterà ad una regressione della produzione e dei consumi la cui gestibilità è tutta da verificare…

Tanto per fare l’esempio a noi più prossimo e quindi per essere più chiari: di fronte a questa situazione, il ministro dell’Economia italiana, Giulio Tremonti, ha già dovuto ammettere che il previsto piano governativo di “tagli alle tasse” non potrà essere perseguito. E, almeno stavolta, non si tratta del solito escamotage per non tenere fede alle promesse elettorali. Quel “taglio”, nella attuale congiuntura, per di più in un paese a “crescita zero” come è il nostro, porterebbe al fallimento, più che probabile: certo, lo stato…

Più che il taglio delle tasse (inoperabile), sono personalmente convinto che un qualche beneficio al mercato europeo lo apporterebbe il “taglio dei tassi” d’interesse sul costo del denaro… Ma sono almeno assai dubbioso che il signor Trichet, in nome e per conto della Banca centrale europea, voglia operare in tale direzione. Lui, di fronte al mostro incombente del crollo di tutto, è attestato sulla misera trincea di difesa dai pericoli dell’inflazione. Come dire: ho il cancro ma preferisco curarmi l’unghia incarnita (ammesso e non concesso che la sua ricetta serva a curarsi l’unghia…).

miro renzaglia

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