Di Pietro. Che c’azzecca lui…

…con la Politica?

Esistono due tipologie di politica, la prima quella derivata dai greci, da polis nella sua accezione originale che vede in essa il governo della cosa pubblica, di un insieme di regole sociali, di etica, di morale atte a governare ma anche a promuovere un miglioramento globale delle condizioni del mondo. La seconda rappresenta il fatto deteriore, la degenerazione della prima. Il terreno di scontro di interessi, di poteri, che bada unicamente al governo ed alla conservazione del potere utilizzando semplici regole progadantistiche. Nel migliore dei casi riconosce un patto sociale di tutela come descritto dal Leviatano di Hobbes.

Se il prototipo di questa degenerazione è rappresentato dalla società liberali occidentali, con in testa gli USA, anche l’Italia non si sottrae a questa involuzione.

Semplificando gli schieramenti politici parlamentari ci troviamo di fronte ad una riproposizione del dualismo conservatori/laburisti o repubblicani/democratici con la presenza di alcuni settori di negazione non tanto della contrapposizione dualistica ma della assenza di un ruolo propositivo della politica.

Certamente giungere da decenni in cui la politica è stata costruita in termini di “anti” (antifascismo, anticomunismo ecc.) non ha fatto che facilitare la perdita di un progetto etico per muoversi all’ombra della paura (o dell’invidia ) dell’altro. L’onorevole Antonio Di Pietro rappresenta ancora una tentazione per molti nostalgici dell’ordine formale ma non morale. L’Italia dei valori riesce ad aggregare sempre un certo numero di adepti delle più disparate provenienze, ma quali sono questi valori. Non voglio entrare in una polemica sul presunto giustizialismo e neppure prendere in considerazioni le accuse relative ai “valori immobiliari” od ai pregressi comportamenti del soggetto quando era PM di mani pulite. Queste sono più ragionamenti da gossip che da etica politica. Voglio al contrario analizzare la contrapposizione tra un presunto partito della giustizia ed un partito del malaffare.

In una società tradizionale, lo Stato rappresentava il bene supremo, ma la giustizia veniva difesa e tutelata come componente fondante dello stato. Successivamente lo stato democratico (intendiamo con questo il concetto di popolo e non elettoralistico) ha sancito la diversità tra i diversi poteri, politico, amministrativo e giudiziario.

Questa diversità non si realizza soltanto su norme operative ma anche e soprattutto sui principi fondanti. La politica opera nel campo generale, nella accezione del termine polis, la giustizia al contrario si deve occupare del comportamento antigiuridico del singolo cittadino. Una delle caratteristiche fondamentali della giustizia è la responsabilità personale penale. La giustizia si occupa del singolo cittadino ed anche nella lotta all’associazionismo criminale il destinatario finale è sempre una persona fisica. La giustizia che si dirige verso ambiti differenti, di pensiero, di cultura, di appartenenza non è giustizia ma asservimento della stessa al potere politico. Le tante anime candide che oggi si scandalizzano dei tribunali speciali del ventennio dovrebbero ricordarsi delle tante leggi promulgate per colpire ad hoc chi non era assimilato al sistema.

Ritornando all’onorevole tanto amato da alcuni italiani dovremmo considerare come la sua attività sia volta essenzialmente ed esclusivamente ad una sorta di lotta personale contro il Cavaliere. Non che voglia essere l’avvocato difensore di Berlusconi dal quale mi sento lontano anni luce, ma ritengo che tutto ciò rappresenti solo la recita di una parte di comodo. Come in alcune stantie pubblicità non si esprime il proprio pensiero ma si dice al pubblico quello che vorrebbe sentirsi dire.

Cosa ne sarebbe del povero Di Pietro se non fosse mai esistito un Berlusconi. La caduta del governo Prodi sarà certo stata accolta con sollievo dai tanti girotondini disoccupati. Ma sempre più spesso il vuoto delle idee viene coperto dallo starnazzo.

Ora, probabilmente l’onorevole Di Pietro era un ottimo PM, ha introdotto metodologie di lavoro nuove, l’informatica, i controlli tra processi differenti, il recupero di diverse fonti di informazione. Ma ora non è più un PM, è leader di una formazione politica. Il suo ruolo non deve più essere quello di un pubblico accusatore. Per questo esistono già i Tribunali. Dovrebbe al contrario affrontare il problema della Morale Comune, non della morale di un solo personaggio sia pure influente.

Ma, purtroppo, la memoria è sempre più corta. Uno dei suoi più validi collaboratori è tal Leo Luca Orlando, già sindaco di Palermo e protagonista, insieme ad eminenti gesuiti del circolo Arrupe, della “primavera” di Palermo.

Chieda in prestito all’onorevole Orlando una copia del libro di Padre Bartolomeo Sorge “l’Italia che verrà”. Questo libro, ormai datato si dimostra in alcuni punti quasi profetico.

Il significato del testo è racchiuso in poche parole: «la disonestà non è appannaggio di una singola persona o di un singolo gruppo, è equamente ripartita tra tutta la popolazione italiana, ne è divenuta parte integrante della cultura».

Allora è facile rivolgersi agli elettori con grida quali “fuori gli inquisiti dal parlamento” oppure “fuori i disonesti dal governo”. Ma oggi la triste verità è che la patente di onesto e disonesto non può essere rilasciata da un organismo indipendente. Neppure essere inquisito è una discriminante perché tale condizione deriva per lo più non dal non aver compito “qualche cosa” ma dal non essere stato scoperto.

Certo sarebbe molto scomodo dire al proprio elettore che anche lui che lo vota non è stato ladro solo perché non ne ha avuto l’occasione. Molto meglio dividere il mondo in onesti, ossia quelli dalla mia parte e disonesti, quelli della parte avversa.

Si ottiene un doppio vantaggio. Evitare di prendere posizioni che possono essere scomode, ricordava Andreotti che un orologio fermo segna comunque l’ora esatta due volte al giorno mentre uno che funziona finirà per sbagliare sempre anche se di pochi secondi. Ma anche creare un transfert psicologico, un nemico che serve per spostare l’attenzione. La politica americana è sempre stata maestra in ciò: il fascismo, il nazismo, il comunismo, Cuba, l’Iraq, l’Iran, la Russia e così di seguito per nascondere crisi economiche, morali, sociali. Un mondo che non sa vivere senza una guerra fredda o calda che sia.

Così accade anche per l’Italia dei Valori, quali valori, quelli tradizionali, quelli dei padri ? Ma allora come li mettiamo in atto? Meglio far credere ad ognuno che il proprio malessere deriva dal vicino che ci ruba l’acqua. Creare un nemico, non un avversario con il quale confrontarsi nelle idee e nei progetti.

Quante persone che si credono “per bene ” hanno abboccato all’amo di questa comodità. Certo è molto più difficile guardare dentro di noi e capire dovo noi non funzioniamo.

E’ difficile e traumatico, potrebbe toglierci alcune certezze che si sono trasformate in alibi.

Ma ogni processo di cambiamento non può partire se non dalla consapevolezze di Se e del rapporto del nostro io con ciò che ci circonda.

La funzione etica di uno Stato è quindi quella del promuovere tale consapevolezza e tale cambiamento. Ma oggi assistiamo per lo più ad uno stato simile ad un amministratore condominiale che si preoccupa di non far stendere i panni dai balconi ma che non si accorge delle condizioni di rovina in cui si trovano le fondamenta del palazzo.

Costantino Corsini

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