Crisi del capitalismo…

…cause, effetti e prospettive

A Wall Street in questo momento si sta intonando il “De Profundis” della finanza mondiale e dell’era del capitalismo iper liberista, una sorta di “Progetto Mayhem” a cui nemmeno Chuck Palahniuk avrebbe mai potuto pensare, sebbene con la frase “Il suo nome è Robert Poulsen” sia andato molto vicino al nome del Segretario al Tesoro USA Henry “Hank” Paulson. Ma facciamo anche noi, come nel celeberrimo film “Fight Club” un passo indietro, esattamente nei ruggenti anni 90, per trovare i semi del disastro odierno.

Le prime avvisaglie si manifestarono, successivamente alle tempeste valutarie avvenute sia in Europa che in Oriente, nelle cosiddette tigri asiatiche e con il colossale fallimento dell’Hedge Fund LTCM (Long Term Capital Management), alla cui guida c’erano addirittura due premi Nobel dell’economia Robert Merton e Miron Scholes. Questi due signori avevano ricevuto l’ambito riconoscimento nel 1996, per aver individuato una formula  matematica che consentiva di determinare il valore di strumenti finanziari derivati. Fondato il famoso e iper speculativo Hedge Fund, appunto,  con un capitale di appena 5 miliardi di dollari e grazie ad una leva finanziaria spaventosa, avevano potuto imbastire transazioni finanziarie per la folle cifra di 1250 miliardi di dollari.

Tutto era gestito – come si è detto –  da potenti elaboratori delle sofisticate equazioni matematiche. Senonché, la crisi finanziaria della Russia, non preventivata, fece saltare tutto il delicato sistema matematico e quasi provocò un crac di dimensioni simili alle attuali, con le principali banche mondiali ed i fondi pensioni fortemente scosse dal buco generato e con le borse mondiali a picco.

Dopo tale catastrofico evento, il sistema economico mondiale non si degnò minimamente di regolamentarsi, anzi: nel 1999 si dovette assistere ad uno dei più devastanti eventi di deregolamentazione finanziaria degli ultimi anni, che possiamo definire la madre di tutte le deregolamentazioni: l’abolizione da parte del Congresso USA, della legge Glass-Steagall, voluta fortemente, guarda caso,  dal Presidente della FED di allora, Alan Greenspan e dall’industria finanziaria: quello stesso Alan Grenspan che oggi reclama il proprio salvataggio da parte dei contribuenti americani e, aggiungo, dal mondo intero.

Questa legge fu emanata nel 1933 dal Congresso americano, per regolamentare il sistema bancario, dopo il crac del ’29. In pratica, essa  impediva alle banche di credito ordinario di usare i depositi dei clienti per speculare in borsa, dividendo il campo della gestione dei depositi da quello dell’investimento in titoli e vietava alle banche di sconfinare nel campo delle assicurazioni. Il presidente americano all’epoca era il democratico Bill Clinton e il ricordo dell’ondata di fallimenti che seguì alla deregolamentazione selvaggia da parte di Ronald Reagan delle casse di risparmio non lo sfiorò affatto.

Nel 2001, alla fine dell’esuberanza irrazionale dei mercati, come soleva dire il Presidente della FED Alan Greenspan riguardo ai valori dei corsi azionari raggiunti grazie alla bolla speculativa della New Economy, si attuò una serie di tagli del costo del denaro per ammorbidire il calo dei mercati e sostenere l’economia reale, il famoso “soft landing“. Ebbe luogo, così,  la bolla del nuovo millennio: quella immobiliare, che ha portato a fornire mutui anche a soggetti chiaramente impossibilitati a fare fronte agli impegni assunti, i cosiddetti mutui “ninja” (no income, no job or asset, tradotto in italiano nessun reddito, niente lavoro o garanzie reali), i quali, cartolarizzati a dovere, sono stati sparsi dovunque nel mondo trasformando il sistema finanziario in una sorta di untore. Inoltre, a tutta questa serie di cause va aggiunta anche la bassa riserva frazionaria a cui sono sottoposte oggi le banche, alle quali è permesso di erogare crediti in maniera esponenziale rispetto al depositi, a causa del perfido effetto del moltiplicatore monetario, arrecando una enorme fragilità al sistema bancario.

Ma torniamo ai giorni nostri e analizziamo come il governo americano , in primis, e quelli europei hanno fronteggiato l’odierna crisi finanziaria. La FED americana ha immesso 600 miliardi di dollari di liquidità nel sistema bancario;  ha sospeso la vendita allo scoperto delle azioni del comparto bancario; ha favorito l’acquisizione delle banche in sofferenza da parte dei maggiori istituti finanziari; ricevendo anche il diniego ad interventi ulteriori da parte dei fondi sovrani soprattutto orientali ed arabi; già fortemente provati dalle svalutazioni dei corsi azionari e dai fallimenti precedenti; ha praticamente azzerato le banche d’affari, cambiando status alle superstiti Goldman Sachs e Morgan Stanley, ma non è riuscita assolutamente a fronteggiare le continue richieste di portare i libri in tribunale che, anzi, sono aumentate in un crescendo rossiniano.

Il ministro del tesoro americano Henry Paulson , ex presidente di Goldman Sachs, ha dovuto riporre il bazooka monetario e, velocemente, ha dovuto chiedere aiuto al congresso americano poichè ormai il buco era talmente grande che occorreva un ingente aiuto finanziario da parte del governo, tanto per cominciare 700 miliardi di dollari! Più di quanto il governo federale stanzi per la sicurezza sociale o per la sanità. Questo aiuto governativo, chiamato bailout, ovvero: la grande cassa, finanziata con i soldi pubblici, che dovrebbe assorbire tutti gli strumenti finanziari “tossici” e ripulire i bilanci delle banche, risanandole. Non c’è che dire, una follia in piena regola: si scaricano sui contribuenti americani e non solo, dieci anni di follie finanziarie e di deregolamentazioni e, soprattutto, il conto da pagare non è ancora calcolabile: pare che la cifra finale sia ben oltre i 3000 miliardi di dollari, forse 5000, forse di più.

Il Congresso americano ha rispedito al mittente la proposta votando in maniera bipartisan, anzi i democratici hanno votato a favore del provvedimento più dei repubblicani. Il popolo americano, giustamente, è contrario alla socializzazione delle perdite e al salvataggio dei dirigenti dei grandi istituti finanziari che hanno ricevuto stipendi e bonus milionari: è la vendetta di “Main Street”, della Working Class americana, su Wall Street, e l’annessa ingiunzione al Congresso di garantire fondi per l’industria manifatturiera in crisi (25 miliardi richiesti dal comparto auto); 500 miliardi per il pentagono; 40 miliardi per la sicurezza interna; 70 miliardi per i veterani e per i progetti di costruzione di impianti militari, tanto per citare gli ultimi e più prossimi impegni finanziar. E deve fare i conti con le tendopoli che spuntano come funghi ai bordi delle principali città americane (chi ha perso la casa dove deve andare?), con la disoccupazione in aumento, con la crisi del mercato immobiliare e  i danni dei tornado nel sud degli Stati Uniti. Ma, soprattutto, i cittadini americani non si fidano più di una amministrazione, a dir poco imbarazzante quanto a popolarità, e dei ministri del tesoro americani che ultimamente provengono esclusivamente da Goldman Sachs, come Robert Rubin e Henry Paulson.

In Europa , invece, stiamo messi peggio, molto peggio, perchè mai come in questo momento possiamo verificare il vuoto politico assordante e la incapacità della BCE di fronteggiare la situazione. I tecnocrati di Francoforte prima, hanno pompato fortissima liquidità nel sistema bancario, ed infine , visto la impossibilità di riuscire a tappare la gigantesca falla, hanno passato la palla ai singoli governi (Germania, Olanda, Belgio le nazioni che per prime stanno provando gli effetti del crollo) che hanno provveduto alla nazionalizzazione delle banche in sofferenza e ad estendere la copertura della garanzia pubblica sul resto degli istituti.

Il leone monetarista dell Bce, Jean-Claude Trichet, che ostinatamente ammoniva i governi al contenimento dell’inflazione ed a non aumentare i salari, adesso ha le sembianze di un coniglio bagnato e viene da domandarsi perchè tutta quella liquidità non l’abbia utilizzata per favorire una vasta campagna di investimenti pubblici e per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori europei. Consoliamoci che almeno in Europa i soldi pubblici vengono utilizzati per la nazionalizzazione delle banche e non dilapidati sull’altare della turbo finanza e speriamo che nel prossimo G4 Europeo (Italia, Francia, Germania e Gran Bretagna) siano prese iniziative forti come l’imposizione di una regolamentazione rigidissima per il sistema bancario e finanziario, aumentando, tra l’altro, la riserva frazionaria obbligatoria ed impedendo l’uso indiscriminato dei derivati, ed imponendo una nuova etica. Speriamo che veda la luce un programma di forti interventi pubblici, perchè occorre dare una risposta adeguata ai bisogni dell’economia reale, impiegando notevoli risorse finanziarie per un piano di investimenti che impedisca la disoccupazione e permetta una “sensibile” riduzione del divario salariale, imponendo alle azienda la partecipazione agli utili dei lavoratori.

Forse è arrivata finalmente l’ora ora che il lavoro trovi pari dignità rispetto al capitale; che si proceda a tappe forzate verso uno smarcamento dalle politiche a stelle e strisce stringendo nuove alleanze; che si vada verso una nuova visione di difesa europea e, infine, si concretizzi, nel più breve tempo possibile, un governo politico europeo, non più fondato sulla logica monetarista, ma fondato sulla socialità e sul lavoro.

Riccardo Torsoli

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