Comunione e comunicazione

COMUNIONE NEO-PAGANA E COMUNICAZIONE MONOTEISTA

La comunicazione borghese liberale-liberista non è scambio, ma unidirezionale rovesciamento di semplici notizie, divulgate come si piazza sul mercato un prodotto finito lavorato, notizie che transitano a senso unico da un centro ubiquo che sta in alto verso una massa resa inerte e mono-ricettiva, che sta in basso. Neppure in internet si ha la biunivocità della comunicazione, ma quasi sempre l’applicazione di meccanismi imposti e la loro diffusione per modelli preconfezionati, e adattati agli interessi del potere che gestisce la distribuzione di mezzi informatici controllati all’origine.

Televisione e carta stampata, poi, sono i contenitori di un’informazione di massa di cui i destinatari sono portati a ricoprire il ruolo di semplici raccoglitori della ricezione, che devono trattenere e sedimentare la mole dei messaggi voluti, nel senso voluto e per il tempo e l’intensità voluti. Neppure la chat è comunicazione, neppure i messaggini SMS; ma neppure una telefonata, neppure la conversazione a quattr’occhi lo sono ormai più, poiché da tempo appositamente deprivate del necessario e del sufficiente: autonomia di giudizio, accesso ai saperi alternativi, possibilità di formazione di giudizio critico autonomo, padronanza dei codici tradizionali comunitari di cultura, di modi di convivenza, di trasmissione esperienziale, etc. Tutto questo patrimonio individuale-popolare (che costituisce la massima opposizione a quello individualistico-universale del modello globalizzante) non è più visibile, è represso, perseguito, al più manomesso, accantonato, marginalizzato. Viene scientemente distrutto proprio tutto quanto occorrerebbe per poter dire che qualcosa viene scambiato, che un sapere, un’opinione, un’informazione autonomi, originari e veridici, non taroccati, passano da un polo a un altro con fresca e autentica capacità di reciproche influenze e reciproci arricchimenti. Ciò che è venuto a mancare per decisione monocratica delle tecnocrazie globali è un codice di comunicazione attiva. Quello che è tenuto in vita e imposto con quotidiano gesto dispotico e assolutista è soltanto un formulario gergale standardizzato, formattato sui punti chiave regolati dal potere mondialista, che notoriamente non privilegia ma punisce il differenzialismo, che è l’anima stessa, la giustificazione, l’origine, il senso di ogni comunicazione quale che sia.

Il dio unico globale, come sappiamo, è il denaro; ma il suo servo primo, il suo arconte che è a servizio della sconcia seduzione borghese-individualista-progressista non è la comunicazione – che è aspramente e invisibilmente repressa – ma l’informazione: o meglio, quote volute e selezionate di informazione. Il dominio unico planetario, anzi, privilegia un dilagante ammassamento dell’informazione, un massimo possibile di trasferimento sui singoli e sui gruppi di tonnellaggi informativi incontrollabili dai destinatari, inutilizzabili, atti non a informare, ma, all’opposto a disinformare, a creare assuefazione al caos della dismisura e all’incrociarsi debilitatorio e paralizzante di impadroneggiabili quantitativi di notizie per lo più inutili. L’informazione liberista non solo non in-forma, cioè non solo non crea forma nell’in-formato, ma scientemente lo de-forma e con-forma verso il basso, proprio in virtù del voluto gigantesco soprannumero: esso crea il programmato stato di inerzia passiva in chiunque apra un televisore, rimanendo schiacciato dal nichilistico profluvio. La notizia manipolata, e non lo scambio paritetico e reciproco, funge da concreto basamento del potere assolutista. L’attento vaglio a che non filtrino nell’informazione schegge di autentica comunicazione è anzi il sottile lavoro della manipolazione mass-mediale.

Il contatto di base tra gli uomini, lo scambio vivo e diretto, la reciprocità attiva e la mutualità psico-fisica sono tutte cose inavvertitamente ma perentoriamente accantonate, scoraggiate, inibite, con un moto crescente di violazione non della libertà, ma della capacità stessa di interazione autonoma tra soggetti maturi. Il rapporto uomo-uomo è vilipeso e disinnescato da surrogati di coreografie di scena congrue alla conservazione del Sistema e soltanto ad essa. Dai “girotondi” agli spettacoli in piazza, delineati dalle abili regie televisive, dai reperti archeologici di mobilitazione post-sindacale e post- partitica, fino alle eterodirette sceneggiate no-global, notoriamente funzionali al Sistema, ad esso limitrofe per impostazione globalizzante, per uniformità di linguaggio e soprattutto per formazione ideologica etno-pluralista, uniformante e repressiva delle specificità nazionali, popolari e tradizionali.

Il rapporto uomo-uomo è anzi attaccato molto da vicino, viene scientificamente alienato, ed è praticamente in via di sparizione, per l’intervento massivo delle tecnologie spersonalizzanti, individualistiche e favorevoli, quanto ai rapporti interpersonali, a soluzioni di tipo autistico.

Non per caso, si dà enorme vantaggio propagandistico, e martellante divulgazione intimidatorio-coercitiva, all’acquisto in massa e all’utilizzo domestico – depotenziato, quindi, di ogni contenuto socializzante – delle nuove tecnologie di falso potere comunicativo, al soggiogamento del cui appeal continuamente e ossessivamente vengono incoraggiate le masse, al fine di narcotizzarne ogni autentica e attiva ricettività scambievole, ogni potere di creatività immaginale, ogni facoltà di ritessere storie identitarie potenzialmente dirompenti, castrando alla fonte il vero e unico centro di formazione politica, culturale o idealtipica del dissenso e, a maggior ragione, dell’antagonismo: il confronto diretto fisico tra uomini coscienti. Al confronto si è sostituito il recitativo: ciò che resta di sindacati, frammenti di base di partiti, associazionismi etc., è nullificato dalla ripetitività di comportamenti e riferimenti imposti brutalmente o iniettati subliminalmente per via psico-endovenosa. Neppure al contrasto, che vive naturalmente nelle cose e in specie nelle cose degli uomini, e su cui sono sorte, per virtù spontanea di accrescimento organico scambievole, tutte le comunità storiche di appartenenza, si è disposti a concedere alcuna possibilità dal punto di vista del potenziale comunicativo, demonizzandolo sotto la rubrica criminalizzata di “aggressività”. Quasi che la volontà di vita, che è dinamica, che è polemica, che è virtù di lotta, fosse un crimine.

A tanto maggior ragione, la falsificante retorica liberale sulla menzogna dei “diritti universali” si dispiega come sorda insidia ai diritti particolari e reali, e non è in nulla disposta a concedere valore a quella sorta di sacrosanto diritto al conflitto, che è la radice di ogni scambievole arricchimento. Anzi, l’idea stessa di conflitto viene perseguita ideologicamente come colpevolizzante luogo dello scontro, criminalizzata con gli abituali argomenti del “pensiero debole”, del “pacifismo” interpersonale e di quella untuosa concezione della “solidarietà” neo-cristiana, che non è che la maschera di un’implacabile volontà di dominazione su scala planetaria. Un tempo viaggiante sulle spalle degli imperialismi, oggi di nuovo viaggiante sulle spalle della globalizzazione: nell’uno come nell’altro caso, cellula parassitaria che si nutre dell’universalismo con voracità plurisecolare. Mentre invece, tutto al contrario, noi sappiamo, ed ogni spirito vivo ancora sa, che da secoli le filosofie e le sociologie della crescita e del dinamismo politico collocano il conflitto tra i momenti fondamentali di creazione dello scambio comunicativo, della maturazione politica e del perfezionamento identitario. E non importa rifare il nome di Carl Schmitt.

La più verace, originaria, primaria e più profonda comunicazione inter-umana e infra-umana (dell’uomo con se stesso e tra gli uomini) avviene per le vie impercettibili della funzionalità simbolica, attraverso un preziosissimo e fragilissimo ordito di rimandi, allegorie lessicali, metafore di significanza, proiezioni sull’ulteriore, sul non-detto, sul presentito, sul com-patito, cioè il traboccante di pathos convissuto; e avviene lungo percorsi legati all’inesprimibile e all’oltre-logico, nel metarazionale linguaggio segnico dei valori condivisi. Per questo, ogni cultura è in grado – era in grado – di trasferire saperi millenari per via orale e immaginale, senza per questo perdere nulla per strada, ma anzi impreziosendosi ad ogni passaggio generazionale e permettendosi di mantenere al proprio interno con costante rinverginamento patrimoni di creazionismo immaginifico, di capacità mitopietica e di rappresentazione astratta della complessità.

La potenza comunicativa primordiale della nostra civiltà, tanto per dire, era in grado di trasferire poderosi retaggi culturali per vie analfabetiche e simboliche, iconiche e mitico-rituali: un Talete, un Empedocle, un Omero, figli della comunità organica pre-moderna, affratellati con un sostrato potente di liquido amniotico culturale alla stirpe gerarchicamente ordinata sul metro dell’eroismo di popolo, erano grandissimi comunicatori comunitari.

Socrate non scrisse un solo rigo, ma conosceva e guardava in faccia i destinatari del proprio messaggio orale. Cristo, il Cristo non ancora lavorato dalla propaganda mondializzatrice paolina, del pari. Neppure grandi comunicatori dell’epoca moderna, grandi animatori, grandi coscienze di mobilitazione e di rivolta, rinnegarono la comunione di anime e di corpi che risiede nella parola risuonante. La rivoluzionaria parola spesa nell’immediato e nel contatto sacralizzante dei corpi in mutuo riconoscimento è il codice che risveglia dal sonnambulismo le anime narcotizzate, riconducendo alla verità di vita. Gli antichi avevano bocca, occhi ed orecchi. Ma la modernità non è ancora tanto forte da poter mutare l’antro antropologico in cui riposa disattivato il gene della comprensione atavica. I maggiori esponenti della Tradizione perenne erano comunicatori all’interno di comunità di comunicazione simultanea e spontanea, regolata dai rapporti di interpersonalità diretta. Comunità sostanziate in sommo grado da alte possibilità di realizzare spontaneamente e quotidianamente l’idea di comunione, che è ingresso del simile nel mondo del simile, compresenza partecipata a un insieme di riferimenti condivisi, e sacralizzazione della comunità secondo referenti legati all’immutabile. Ma, tuttavia, erano riferimenti condivisi nel permanere della multiformità e del differenzialismo: per questo, il politeismo dei valori è l’essenza pagana e anti-moderna del convivere e del relazionarsi tra comunità diverse. Poiché non vi può essere alcuna comunicazione che possa astrarre dalla comunità di riferimento. Per questo oggi, che la comunità è stata soppressa nella storia e sostituita dall’Universo dell’iperuranio utopico progressista – cioè da una non-realtà, da una dimensione non-vivibile, non esperibile dal singolo, se non per pregiudizio ideologico – non esiste più la comunicazione, ma solo la dittatura monopolistica dell’informazione.

L’approccio neo-pagano al comunicare è una volontà di ritorno al relativismo politeista, alla multiformità dei valori e degli accessi al sapere, che erano norma prima dell’irruzione monoteista cristiana e liberal-giacobina. Una volontà di ricostruire il lacerato tessuto degli approcci, delle vicinanze, delle similitudini col prossimo, con ciò che ci è d’intorno, abbandonando alla demonìa allucinata i deliri del planetario, dell’universale, dell’assoluto. Contro l’uccisione della semplicità che è nel dirsi uomini, quando si è in grado di scambiarsi osservazioni e notizie con la voce, i gesti, gli occhi, recuperando con deciso atto “reazionario” la maniera di quanti si raccoglievano un tempo intorno al viandante, per sapere direttamente, dalla voce, dal cenno, dalla lingua viva, dall’interiezione dialettale, per apprendere commenti, dettagli, storie sulle cose, sulle esperienze, sulle vicende; contro l’eccidio dei patrimoni intimi, inconsci e subliminali che sono alla base della cultura, dovrebbe farsi largo una vendicativa risoluzione di farla finita con la supina e immatura acquiescenza verso tutto quanto è spersonalizzante e al tempo stesso, per così tanta anonima “gente” affascinata dal miraggio globale, tragicamente “moderno”.

Pagano e anti-ecumenico, politeista e anti-egualitario è l’intendimento di scrostare l’inganno universalista dei globalizzatori per far tornare alla luce i patrimoni simbolici legati all’appartenere. E l’appartenere è già suprema precondizione comunicante, implicita in ogni aggregazione umana specifica e relativa, anti-universale. Il ristabilimento delle categorie che fissano la regola organica della reciprocità, verbalizzata o simbolica, è il presupposto primo di ogni recupero dell’identità. Fra noi e la nostra possibilità di recuperare il rimosso primordiale c’è l’apparente strapotere del moloch cosmopolitico, in realtà fragile e intimamente fradicio; fra noi e la nostra possibilità di restaurare e ristabilire il contatto con gli atavismi culturali che edificano l’identità, c’è il mondo dei pregiudizi progressisti, anti-umani, dis-umani, legati alla deformazione dell’uomo in un artificio ideologico.

Il non-ancora-globalizzato conosce le vie del con-vissuto mitico e simbolico, percorre le strade ataviche dell’inconscio collettivo e della memoria ancestrale, attraverso le quali, per davvero e non per finta come nel sottomondo globale, si perviene alla radura esistenziale, in cui rifiorisce il riconoscer-si, sia nella dimensione personale che in quella comunitaria. Il popolo, e ognuno di noi con esso, racchiude in sé, nella propria psiche memoriale e nel proprio forziere bio-psichico, il codice inconscio per attivare la comunicazione comunicante, quella vera, quella che parla con l’anima e la virtù occulta eloquentissima del retaggio. Il popolo è il solo soggetto che possa ancora sfuggire al losco lavorìo della pialla egualitaria. Non individui isolati, non continenti, Stati, organizzazioni mondiali artificiali, non i macro-centri dello sfruttamento e della deportazione che lavorano sporco sotto le sigle dell’inganno umanitario: solo i popoli rimasti integri come roccia nelle profondità dell’anima istintuale hanno le armi per comunicare al dio unico della repressione universale che la loro memoria può essere ancora attiva e vitale proprio perché tàcita, riposta, sottile, e che un giorno potrebbe diventare strumento, attrezzo di difesa, o forse, quando trovasse la mano giusta che la impugni, arma di vendetta. I manipolatori della dis-informazione e i nemici della comunicazione, gettando sul mercato gli arnesi tecnologici dell’incomunicabilità di massa, così come si getta ai polli il mangime di una povera vita a tempo, credono di aver maledetto e spento per sempre il segreto vitale delle stirpi che, come sciamani in riposo, possono trattenere la parola, l’azione, la ribellione, solo guardando con lampi di sguardo muto che trattiene. L’ignoranza del globalizzatore non sa che l’inconscio dei popoli nasconde all’orecchio rozzo degli oligarchi il fruscìo sottile con cui si annunciano le apocalissi.

Luca Leonello Rimbotti

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