Bobby Fischer. Il re in fuga

«Gli scacchi sono COME la vita», si provò a dire l’ex campione del mondo Boris Spasskij… Prontamente rettificato da Bobby Fisher che gli sottrasse, oltre al titolo di campione, anche il “come”, evidentemente di troppo per lui, radicalizzando il concetto: «Gli scacchi SONO la vita».

Maniacale, certo! Ma quale artista, non lo è? Ecco: se proprio li si deve definire in una categoria estranea al proprio nome, io direi che gli scacchi sono un’arte… E quale arte non richiede la maniacalità? Oddio! Ci sono anche i praticanti della domenica… Un po’ come accade con la poesia e la pittura… Ma, allora, si tratta di un hobby: non di una questione alla quale chi vi si dà, vi si dà per la vita… Ma ditemi se uno qualsiasi dei grandi artisti, o poeti, o musicisti sia riuscito a realizzare un proprio capolavoro senza un’applicazione maniacale alla materia del suo esercizio creativo… Chi crede all’ispirazione e al “di getto”, probabilmente non si è mai soffermato a riflettere sulla fatica e lo sforzo anche fisico che impiegò Michelangelo nel dipingere la Cappella Sistina… O su quelle di Dante a scrivere la Commedia… Se, poi, qualcuno pensa che gli scacchi (ai suoi massimi livelli…) non richiedano la stessa identica applicazione, o non si è mai seduto davanti ad una scacchiera (e secondo me, fa bene: è una manìa che fa presto a prendere la mano…) o, se l’ha fatto e lo fa… e non vede la bellezza che c’è nella sequenzialità di movimenti che caratterizzano una partita “immortale”, è cieco e, probabilmente, messo davanti alla Pietà del Michelangelo sbadiglierebbe comunque… E se un Villiers de L’Isle-Adam, tutto assorto al compimento della sua opera poetica, poteva affermare di non aver tempo né voglia di fare altro, tanto da arrivare a dire: «La vita? Che la facciano i servi al posto nostro!», perché stupirsi se, nella stessa mania applicativa, Bobby Fisher  si identificava con la suprema missione di calcolare e realizzare con precisione artistica le sue manovre esistenziali fra le 64 caselle del quadrato magico? Tanto: «Non so fare altro…», ebbe a dire con una sincerità disarmante…

«Tra i grandi campioni, Fischer è praticamente l’unico che non accetta i termini della sfida imposti in modo ricattatorio dalla storia e li ribalta completamente, senza remore.” Bobby sembra aver racchiuso nella sua vita, nei suoi gesti clamorosi, nel suo lunghissimo silenzio, l’essenza stessa del gioco più intelligente e violento che esista. Diventato, dopo la famosa vittoria contro Spassky, l'”eroe americano” per eccellenza, Fischer era l’uomo più irregolare che si possa immaginare. Eccentrico, ribelle, figlio di una donna spiata per anni dall’Fbi per sospette attività antiamericane, la sua vita fu più emozionante di qualsiasi romanzo, ma anche la più esposta ai luoghi comuni, alle formule falsamente ammirative e agli insulti altrettanto stereotipi: il genio maledetto e il rinnegato, l’eroe della guerra fredda e il traditore. Frasi fatte che non si acquietarono neanche quando il campione decise di ritirarsi dal mondo sigillandosi nell’impenetrabile silenzio di Reykjavik, dove con l’ultimo rifiuto si è sottratto alle cure lasciandosi morire. Il racconto di Giacopini tenta l’ardua impresa di restituire a Fischer le sue ragioni e lo fa attraverso la ricostruzione di un’intera epoca e della tormentata personalità di un artista, dagli esordi nella Brooklyn degli anni Cinquanta alla fin troppo simbolica reclusione tra i ghiacci islandesi. Uno specchio dove il mondo chiuso e autoreferenziale degli scacchi e quello paranoico, lucidissimo, di Bobby diventano il nostro.» (Vittorio Giacopini, Re in Fuga, Mondadori, pp. 275, € 15,75)

Che non abbia più giocato a scacchi in pubblico dopo il 1992, quando disputò alcune partite ancora contro Spaskij, battendolo nuovamente, a Budva in una Serbia sotto feroce embargo Onu-statunitense (il che gli valse, prima una diffida del governo Usa sulla quale sputò non sotto specie metaforica e, da questo insulto liquido, l’incriminazione e il mandato d’arresto internazionale che fu poi eseguito, il 13 luglio 2004, a Tokyo; per sottrarsi al quale, rinunciò alla cittadinanza americana, prendendo quella islandese che, riconoscente, gli offerse asilo…); che da allora non abbia più giocato in pubblico – dicevo – significa poco a disdetta della ossessione che lo divorò  fino al giorno che (17 gennaio di quest’anno…) decise, rifiutando le cure mediche, di andare a sfidare a scacchi il padreterno stesso, faccia a faccia…

Si narrano, infatti, almeno due episodi.

Il primo. Due grandi maestri si stanno sfidando in diretta televisiva. Ad un certo punto, il giocatore con il nero, che era fin lì in lieve vantaggio, sbaglia strategia e perde: questione di millimetriche valutazioni, of course… I due avversari, accolto il risultato, cominciano allora ad analizzare la posizione ante errore per trovare quale avrebbe dovuto essere la continuazione corretta e vincente (per il nero…). Nel corso dell’analisi, giunge una telefonata allo studio televisivo. E’ Bobby Fischer che, sempre in diretta, dice al conduttore sbigottito: «Vorrei segnalare che la continuazione vincente per il nero è la seguente…». Ed è la solita combinazione di mosse geniali e… vincenti…

Il secondo. Nigel Short, che che nel 1993 ha dato l’assalto al Campionato del mondo, perdendo però contro Garry Kasparov (ovvero: non stiamo citando un dilettante…), per allenarsi usa disputare partite via internet contro avversari che, normalmente, si schermiscono dietro un nickname di comodo… Straordinariamente, ad un certo punto, si trova a giocare una cinquantina di partite contro un apparente signor nessuno che lo batte sistematicamente… Per di più, la strategia di gioco dell’avversario ignoto, gli ricorda da presso la mano e lo stile “aereo ed armonioso” di Fischer… Alle sue domande di sciogliere il dubbio che ormai lo ha preso, l’avversario manco risponde… Continuano a giocare: Short continua a perdere puntualmente… Osservando lo sviluppo di una sequenza di mosse della ennesima partita, si ricorda che era la stessa di un incontro giocato e vinto da Fischer molti anni prima e gli spara (come del resto il suo nome suggerisce) a tradimento: «Siegen, 1970…» al che, stavolta, il suo dirimpettaio della scacchiera virtuale, risponde all’istante: «Contro Acevedo…». Proprio nel 1970 e proprio a Siegen, Fischer sconfisse Acevedo alle Olimpiadi di scacchi…

Ora, i casi sono due: o dietro al nickname dell’avversario di Short c’era Bobby Fischer o c’era uno che aveva il suo stesso estro di gioco e che ne conosceva a memoria, una per una, tutte le partite giocate. Un altro genio folle della scacchiera. Come Fischer, insomma…

Mhmhmm… moooooolto improbabile: ho l’impressione che anche qui ci sia un “come” di troppo…

miro renzaglia

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