Alitalia, addio…

Cai o Kai…
Storie di ordinaria speculazione finanziaria


La vendita di Alitalia che si sta consumando in questi giorni ricorda molto da vicino un’analoga vendita avvenuta nel 1994 in Italia: quella delle Acciaierie Speciali Terni (AST), nell’ambito del piano di disimpegno dell’I.R.I. nel campo della siderurgia. Le Acciaierie Speciali Terni vengono rilevate  nel 1994 da un azienda costituita ad hoc denominata KAI Italia, il cui nome è “vagamente” simile alla cordata di imprenditori italiani, i capitani coraggiosi del terzo millennio, che in questi giorni sta trattando la cessione di Alitalia: la Cai.

La KAI Italia era una società a capitale misto italo-tedesca con una quota del 50% detenuta dai tedeschi della Fried Krupp A.G. e per il restante 50% dalla Far Acciai s.r.l. i cui soci erano i Gruppi Riva al 44%, Agarini con la Tad Fin al 44% e Falck al 16%.

Dopo l’acquisizione, nel dicembre 1995, i Gruppi Riva ed Agarini uscirono dalla Far Acciai s.r.l. cedendo tutto il loro pacchetto azionario alla tedesca Krupp. La vendita, chiaramente, è avvenuta con un ottimo margine di utile rispetto alla cifra pagata per rilevare la AST dall’I.R.I.. Successivamente uscì anche la Tad Fin di Agarini e quindi l’azienda di Viale Brin non fu più italiana. Oggi l’azienda si chiama ThyssenKrupp Acciaierie Speciali Terni, nota alle cronache per l’incendio che negli impianti di Torino ha provocato la morte di sette operai.

L’AST era un azienda siderurgica tra le più importanti al mondo, un fiore all’occhiello dell’industria Italiana, leader mondiale nella produzione e nella vendita di acciai inossidabili, magnetici e speciali al titanio, terzo produttore europeo di acciai inossidabili e magnetici e quinto produttore al mondo. L’Italia , insieme alla Germania, essendo, rispettivamente, la seconda e la prima industria manifatturiera europea, sono i principali mercati di consumo dell’acciaio e quindi è molto curioso che in Germania ci sia il principale attore sul mercato siderurgico mondiale, mentre in Italia si tenda ad uscirne.

Oggi, una cordata di imprenditori italiani, capitanati da Roberto Colaninno [nella foto a sinistra] – noto alle cronache per avere, nel 1999, con l’appoggio del Presidente del Consiglio Massimo D’Alema, operato la “Leveraged Buyout”, ovvero: un’acquisizione di una società utilizzando anche i flussi di cassa della società acquisita per pagare i debiti contratti nella fase di acquisizione – ha, si diceva,  costituito una società ad hoc, la CAI s.r.l. (Compagnia Aerea Italiana), appunto, per rilevare la nostra compagnia di bandiera, l’Alitalia, anch’essa un tempo società facente parte dell’I.R.I.. L’operazione a leva finanziaria, la più grande mai tentata in Italia, in gergo tecnico si definisce

Gli imprenditori, facenti parte della cordata, con l’unica eccezione di Carlo Toto, proprietario dell’omonimo gruppo a cui fa capo la compagnia aerea Air One, sono tutti imprenditori che con il business dell’aviazione civile non hanno mai avuto niente a che fare. Quindi, per dirla con Giulio Andreotti: “a pensare male si commette peccato, ma spesso si va vicino alla verità“… E’ presumibile infatti che, andasse in porto l’acquisizione Alitalia da parte loro, ben presto cederanno le loro quote ad una compagnia aerea straniera, presumibilmente Air France o Lufthansa. In sostanza, l’Italia perderà anche la compagnia aerea di bandiera, con buona pace del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, principale sponsor dell’Operazione Fenice. Con una differenza, rispetto alla vicenda sopra ricordata della Kai: I tre gruppi che a suo tempo la crearono per rilevare la AST erano tutti gruppi imprenditoriali legati all’industria dell’acciaio, ed hanno venduto, incassando una elevata plusvalenza mentre quella della Cai è una cordata di imprenditori con competenze estranee all’oggetto sociale della società acquisita ed è immaginabile quali possano essere le competenze per guidare una compagnia aerea in un mercato concorrenziale e specialistico quale quello dell’aviazione civile.

Il parallelo tra le due esperienze, Kai e Cai, di vendita di beni fondamentali dello Stato Italiano rende palese il fine della speculazione finanziaria che contraddistingue simili operazioni: si tratta della stessa fase di privatizzazione selvaggia che negli ultimi 20 anni ha caratterizzato il panorama politico e finanziario Italiano e che, ormai, giunta all’apice cosiddetto “turboliberista”  sta tramontando miseramente, come dimostrano i recenti crac americani.

In questa ottica, bisognerebbe chiedersi quale direzione occorre intraprendere per evitare il dissanguamento dello Stato e per fermare la speculazione finanziaria attuata sulle spalle dei contribuenti e dei lavoratori italiani.

Una indicazione arriva, addirittura,  dal direttore operativo del FMI, Dominique Strauss-Kahn. Secondo lui, bisogna porre fine ai provvedimenti tampone e trovare una soluzione strutturale, che comporti un massiccio intervento pubblico nelle economie degli stati. Se lo dice lui, perchè ostinarsi a perseguire logiche neoliberiste ormai apertamente sconfessate pure dal principale organismo mondiale del capitalismo? Perchè continuare nelle massiccie svendite dei beni dello Stato quando occorre tornare ai forti interventi pubblici che hanno caratterizzato la fase post depressione del 1929?

Per rispondere a queste domande occorre rispolverare una parola d’ordine che necessariamente dovrà caratterizzare la politica economica del nostro paese nei prossimi anni: NAZIONALIZZAZIONE.

In Italia occorre ripartire ispirandosi agli indirizzi economici  Alberto Beneduce [nella foto a sinistra]. A lui, infatti, e a S.E. Benito Mussolini, che gli conferì il compito di riforma del sistema economico italiano, si devono le importanti scelte che consentirono al nostro paese di rilanciare l’economia nei primi anni ’30 dopo il dissesto finanziario ed economico successivo alla grande depressione. Grandi riforme economiche come, per esempio, quella bancaria che permise di spezzare l’intreccio perverso tra banche ed imprese, con la netta separazione tra il credito ordinario e il credito industriale che permise di salvaguardare il risparmio e il complesso del sistema bancario ed industriale italiano. Ma la sua riforma economica di maggior eco fu la costituzione dell’I.R.I. (Istituto per la Ricostruzione Industriale) che nacque grazie all’intervento della Banca d’Italia e del Tesoro che finanziarono l’operazione con una massiccia emissione di obbligazioni, l’I.R.I. inglobando così le partecipazioni azionarie dell’industria italiana che risiedevano in seno alle banche e diventando quella grande concentrazione di banche e industrie che fu tra le prime esperienze al mondo di “capitalismo misto”. Ma soprattutto la genialità di Beneduce, fu nelle logiche adottate per la gestione dell’I.R.I,. fatta esclusivamente seguendo i concetti privatistici della competitività e dell’efficienza economica, con il ruolo dello Stato che doveva essere solo di controllo e di indirizzo e che mai doveva sconfinare nella gestione diretta delle aziende.

Dal riformismo illuminato di Alberto Beneduce si possono trarre, quindi, le alternative alle svendite indiscriminate dei beni pubblici sacrificati sull’altare del grande capitale finanziario e alla spartizione selvaggia effettuata dai partiti e dai sindacati, egli ci ha lasciato in eredità gli strumenti in campo economico per perseguire una strada alternativa, una strada che un tempo vide al timone delle principali aziende italiane  personalità del calibro di Agostino Rocca, di Oscar Sinigallia, di Donato Menichella, di Enrico Mattei.

Riccardo Torsoli

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