A Cuba con amore…

Impressioni di viaggio di un filocastrista

Sono sempre stato un animo incline alla malinconia e provo talvolta una struggente nostalgia.

Mi sono scoperto più di una volta ad osservare col magone paesaggi sul limitare dell’inabissamento, ho sempre amato il dolce e triste spettacolo di mondi al tramonto. Lo spettacolo crepuscolare di quella luce tenue che precede le tenebre della morte mi ha sempre fatto tenerezza.

Fu così che appena quattordicenne fui rapito dai Poemi di Fresnes di Robert Brassillach e soprattutto da quel verso del Canto per Andrea Chenier così carico di angoscia «Nelle chiuse e rigurgitanti prigioni, ancora un mondo viene distrutto».

Come mi capitò di leggere e rileggere ormai adulto, dopo averlo a lungo snobbato, il Gattopardo con il malinconico e splendido tramonto del Principe di Salina e del suo sonnolento mondo aristocratico meridionale travolto dall’onda modernista sabauda.

O come quando, chiudendo La cripta dei Cappuccini di Joseph Roth, anch’io resi un frastornato omaggio all’imperatore ormai dimenticato da tutti ma non da Trotta: «La cripta dei Cappuccini, dove giacciono i miei imperatori, sepolti in sarcofaghi di pietra, era chiusa. Il frate cappuccino mi venne incontro e chiese:”Che cosa desidera?”. “voglio visitare il sarcofago del mio imperatore Francesco Giuseppe” risposi. “Dio la benedica!” disse il frate, e fece sopra di me il segno della croce. “Dio conservi!” gridai. “Zitto!” disse il frate. Dove devo andare, ora, io, un Trotta?…».

È con questo spirito che, dopo anni di desiderio, ho deciso di intraprendere un viaggio a Cuba, proprio ora che Fidel si avvia ad un inarrestabile declino fisico che lo porterà inevitabilmente a morire. Volevo essere lo spettatore attonito di un mondo che si inabissa inghiottito dai gorghi della Storia (che non è altro, come ci ricorda Carl Schmitt nel suo Donoso Cortes, che un «beccheggiare di una nave alla deriva con un equipaggio di marinai ubriachi che ballano e cantano a squarciagola finchè Dio non affonda la nave perché torni a regnare il silenzio»).

A sommarsi a questa nostalgia se ne è aggiunta un’altra che costituisce la vera sorpresa di questo viaggio.

Tralasciando le ovvietà, non vi parlerò di cieli azzurri, scrosci temporaleschi subitanei, acque cristalline, sabbie bianche, né di coccodrilli, iguane e colibrì, né tantomeno dei luoghi comuni più alla moda circa la bellezza fatiscente dell’Avana o della cordialità della gente e nemmeno del turismo sessuale e della prostituzione che qui c’è (come del resto c’è a Roma e a New York).

Vi parlerò del perchè della seconda nostalgia che mi ha preso e che mi spingerà a sicuri futuri viaggi nell’isola.

Con nella testa i suoni e le parole di Banana Republic «Laggiù nel paese dei Tropici dove il sole è più sole che qua. Sotto l’ombra degli alberi esotici non t’immagini che caldo che fa», ho varcato le soglie dell’aeroporto dell’Avana e subito sono stato proiettato in un mondo a noi desueto. Il cellulare di mia moglie (io non ne posseggo uno personale) chiamava un’amica cubana e la risposta automatica ci invitava, per il traffico intenso ed il sovraccarico delle linee, a ritelefonare più tardi (in seguito abbiamo imparato, aiutati da un ragazzo cubano che ci ha pure pagato la telefonata, a usare i telefoni pubblici. Pubblici! Non suona strana questa parola che, almeno per quanto riguarda la telefonia, abbiamo da lungo tempo dimenticato?).

Incredibile ma vero un affrancato dalla schiavitù della connessione perpetua.

È così che ho capito che Cuba è un paese libero.

Innanzitutto libero da MacDonald’s a dal plastificato cibo che ci propina, dopo essersi impadronito del nostro immaginario. Non che a Cuba manchi quello che viene chiamato (horribile dictu) fast food, l’isola rigurgita di cose da mangiare per strada: panini, frutta, noci di cocco, papaya, frullati, spremute, semi seccati di ogni genere. Un cibo nazionale da sgranocchiare con voluttà ed al quale, come al solito, non mi sono sottratto. Certo si può anche mangiare seduti in bettole, trattorie e ristoranti. naturalmente, ma anche svariate prelibatezze di mare Mesa criollamariscos, calamares, pescado, langostinas e langosta la superba aragosta che viene oferta a profusione.

Il tutto condito con la musica dei tantissimi gruppi da strada che ti accompagnano nella degustazione: Guantanamera, hasta siempre comandante e via così. Cuba è un paese libero, libero dalla musica americana che con i suoi stilemi ha monopolizzato il nostro gusto sonoro.

Per pagare i modici conti è semplice, Cuba è un paese libero. Libero dalle carte di credito. Si paga rigorosamente in contanti (per me, che da solo un anno ne posseggo una, dopo essere stato costretto da estenuanti scaramucce casalinghe dall’immancabile moglie a sottoscriverla, una vera rivincita). Non che non si possa pagare con carta di credito ma il costo del conto viene maggiorato del 10%; vietate le carte di credito emesse negli Stati Uniti.

Dopo il pranzo se si vuole camminare non ci sono problemi, Cuba è un paese libero. Libero dalle automobili; le macchine non sono molte, il traffico non invasivo, il pedone rispettato. Così diventa un vero sollazzo il passeggio e se ci si vuole riposare all’ombra di una maestosa ceiba frondosa non ci si sente prigionieri accerchiati, ma veri padroni di uno spazio pubblico (ancora pubblico). Privi di formalismi, Cuba è un paese libero, si deambula e non si vedono in giro giacche e cravatte (anche qui per me una liberazione visto che in Italia, 5 giorni a settimana, devo sottostare alla demonia del cosiddetto abbigliamento formale).

Se ti senti affaticato puoi prendere uno degli innumerevoli mezzi di trasporto che la fantasia, acuminata dalla scarsità, ha prodotto: taxi vecchissimi, taxi moderni, taxi collettivi, autobus trascinati da cavalli, bicitaxi, cocotaxi (dei motorini simili alle nostre mitiche Apette con scocca in vetroresina a forma di noce di cocco).

Se questo non vi appare sufficiente dico ancora che Cuba è un paese all’avanguardia, niente affatto arretrato.

A Cuba si riclicla tutto e non si butta niente, lo testimoniamo numerosi esempi che ho potuto osservare stupito.

Le vecchie automobili sono un monumento al recupero; stanno in piedi e camminano grazie ai continui aggiustamenti, riparazioni, sostituzioni, manutenzioni personali cui tutti si dedicano. È un paese libero dicevo. Libero dalla schiavitù dell’obsolescenza programmata che noi tutti subiamo quando acquistiamo un qualsiasi oggetto che durerà esattamente il tempo che il produttore, in regime capitalistico e consumistico, ha deciso per noi e necessario al nostro cieco modello industriale, che ha anche cancellato qualsiasi forma di riparazione.

I bicitaxi sono un affastellarsi di copertoni diversi rabberciati, pezzi meccanici di altri mezzi, pedali diseguali, selle e sellini improbabili, ma sono comodi e non ti lasciano per strada.

Perfino i souvenir per i turisti sono un’inno al riciclaggio. Macchine fotografiche posticce fabbricate con lattine in alluminio usate, riproduzioni delle auto degli anni 50 (gloria di Cuba) assemblate con carta pesta, quadri coloratissimi dipinti su tele di carta riclicata, oggetti di bigiotteria costruiti utilizzando semi e fiori secchi, eleganti bracciali e collane prodotte con ossa di mucca lucidate, cappelli per il sole di foglie di palma intrecciate.

Se penso a questa attitudine all’utilizzo totale non posso non menzionare la noce di cocco di cui si beve il dolce e rinfrescante latte, si mangia la polpa, si utilizza la scorza per confezionare fermacapelli e monili fantasiosissimi.

Ma Cuba sorprende per un altro aspetto. Cuba è un paese libero. Libero dalle confezioni (con il recente caro alimenti sta tornando di moda anche da noi). Si vende ancora sciolto. È così che ho cominciato a fumare sigari, che si possono acquistare, come altre innumerevoli merci, uno alla volta, quando se ne ha voglia, senza il timore di fare acquisti che poi non piacciono o esuberanti rispetto alle esigenze del momento. Ne provi uno, poi un altro, poi un altro ancora e scegli quello che più fa al caso tuo per poi ricomprarlo e gustartelo in santa pace. Sì gustartelo. Cuba è un paese libero. Libero dalla frenesia paranoica della sigaretta, fumata prima di un esame o di una riunione di lavoro per sedare l’ansia che monta. Fumare un sigaro è rituffarsi un in rituale fatto di scelte ponderate e lente. Se ne valuta la forma, la dimensione, il colore, il profumo, si acquista, ci si siede su una panchina o a un bar, si ascolta un po’ di musica, si sorseggia una bibita, si accende e si fuma. Con calma, con rilassatezza, fuori dal tempo, prendendosi il proprio tempo. Lentamente ci si fa avvolgere dalle solenni e sonnolente volute che ispirano pensiero meditativo se si è soli, lieve conversazione se si è in compagnia.

Ma parlando di confezioni, qui ho trovato una conferma e un’altra rivincita. Cuba è un paese libero. Libero dal King Size, dal Large, dall’ Extra, dall’Ultra delle nostre confezioni idiote (importate, come concetto demenziale, dagli Stati Uniti). Sono rimasto folgorato, io che conduco un’aspra battaglia di retroguardia contro certi sprechi, dall’uso delle bustine di zucchero. Cuba, che è un dei più grandi produttori di canna da zucchero e di zucchero del mondo, non lo spreca e lo confeziona in mezze bustine che soddisfano le esigenze di tutti i bevitori di caffè. Chi lo desidera amaro non le usa, chi, come me, lo vuole sorbire modestamente zuccherato ne usa una (fino all’ultimo granello), chi lo ama dolce può usarne due. Per troppo tempo ho maledetto in Italia la soppressione delle zuccheriere e l’introduzione di bustine con troppo zucchero (che regolarmente butto mezze piene, almeno quando sono solo) per non apprezzare questa che potrebbe apparire una piccola e insignificante realtà.

Ma tutto questo non sarebbe sufficiente a spiegare quella nostalgia che mi ha preso il giorno della partenza.

Mi ronzava nella testa qualcosa che non riuscivo a decifrare, che, come una vescica carica di pus, mi premeva pulsando nella scatola cranica, cercando una sfogo liberatorio che allevia il senso di pressione e giunge a linimento di quel dolore compresso.

Poi, mentre percorrevo gli ultimi chilometri verso l’aeroporto, guardando dal finestrino sfilare gli innumerevoli manifesti giganti con gli slogan inneggianti alla Revolucion che costellano i bordi delle strade, che riempiono le facciate degli edifici, che ti accompagnano con una presenza costante; slogan antichi e dal sapore antico Revolucion es: no mentir jamas, ni violar principios eticos! Revolucion o muerte! Revolucion es modestia, desinteres, altruismo, solidaridad y eroismo! Revolucion es: luchar con audacia, inteligencia y realismo! La moral de la Revolucion està tan alta como las estrellas!, un pensiero prima nebuloso, poi sempre più nitido, cominciava a prendere forma, come un rivolo d’acqua che via via acquista intensità e sfocia violento come un fiume tumultuoso, in piena, che ti travolge.

Quella che provavo era nostalgia per il Fascismo, non per quello oggettivo (che non ho mai vissuto), ma per quello immaginario, pensato ed amato (forse ingenuamente da adolescente e che torna ad ondate ora che l’età adulta ha un po’ irrancidito il mio candore).

Ripensavo a quegli slogan e mi sembravano tanto simili ai nostri: Credere, obbedire, combattere! È l’aratro che traccia il solco, ma è la spada che lo difende! Noi tireremo dritti! Vincere e vinceremo! Libro e moschetto, fascista perfetto!

Cuba improvvisamente mi è sembrata vicina a quel mondo. Ha sfdato, come Davide contro Golia, il colosso nordamericano, proprio come l’Italia di quegli anni che tentò di imporsi contro le corrotte demoplutocrazie.

Cuba sta subendo da quasi 50 anni un odioso embargo (che ha contribuito fortemente a metterla in ginocchio), come l’Italia subì le sanzioni, ritorsione vile al nostro desiderio di diventare una grande nazione.

Cuba ha adottato una politica di consumi sobria e nazionale, come l’Italia scelse la via autarchica per rispondere al blocco che le fu imposto.

Così i polli allevati sui balconi mi ricordano gli orti di guerra, una dura necessità dai pochi frutti che permise di attenuare, almeno psicologicamente, la mancanza di derrate.

E Fidel, che non riesco a vedere come un crudele dittatore, mi ricorda nei suoi torrenziali comizi di Plaza della Revolucion, il Mussolini d Piazza Venezia.

E come il fascismo ebbe un alleato fedele in Ezra Pound, uno dei più grandi poeti contemporanei, che non rinnegò, pur americano, la sua scelta ed il suo appoggio all’Italia, così Cuba ha avuto, almeno nei primissimi anni della Revolucion, in Hemingway, anche lui americano, un appoggio ed un amore che non vennero mai meno, anche se lo scrittore, per un opportunismo di facciata e un po’ bigotto, dopo la crisi dei missili, decise di abbandonare l’isola.

E ancora Camilo Ciuenfuegos uno dei più amati barbudos con la sua folta barba a punta ed il sorriso schietto dai denti bianchi mi ha riportato alla memoria il pizzo elettrico ed il sorriso aperto di Italo Balbo. E poi la loro morte. Cienfuegos si inabissò con un Cessna nell’oceano Atlantico, Balbo fu abbattuto nel Mediterraneo. Maldicenti ipotizzarono una trappola di Castro per Cienfuegos ed un complotto ordito da Mussolini per Balbo.

Per finire con la figura più controversa della Revolucion, amato o odiato al massimo della potenza, Ernesto Guevara de la Serna detto El Che, che mi fa pensare (anche se non in ambito italiano) a Corneliu Codreanu, per l’idealismo intransigente di entrambi e per una serie di coincidenze davvero sorprendenti, come la domenica del lavoro volontario che il Che istituitì a Cuba e che somiglia tantissimo ai campi estivi volontari della Guardia di Ferro.

Ma quello che più mi inquieta è la sovrapposizione delle loro due morti. Il Che crivellato di colpi dopo essere caduto in un’ imboscata dell’esercito boliviano eterodiretto mi fa pensare alla messiscena nella foresta di Tancabesti, dove Codreanu, insieme ai Decemviri e ai Nicadori, detenuti con lui, vennero strangolati dalle guardie regie su ordine di Armand Calinescu. I corpi privi di vita vennero crivellati di colpi nella schiena per simulare una fuga dal furgone che li trasferiva da una prigione all’altra. E poi El Che nato nel 1928 e morto nel 1967 aveva 39 anni. Il Capitano nato nel 1899 e morto nel 1938 aveva 39 anni.

Così il giro si chiude e mi restituisce, dopo un’interminabile serie di cerchi concentrici, l’immagine di un paese reale: Cuba, povera, forse poverissima, ma dignitosa, forse dignitosissima. La cui gente ha un gentile orgoglio coltivato in questi anni (anche in questi anni di tramonto in cui la stanchezza e le restrizioni si fanno sentire). E la Revolucion non mi appare paludata in quegli abiti plumbei d’oltrecortina, forse perché quel pesante grigiore è attenuato dalla solarità dei cubani che hanno stemperato di molto gli spigoli più acuminati di questo regime.

E questo paese reale diventa, in un gioco di specchi rivolti al passato, la metafora di ciò che fu (nel mio immaginario) l’Italia del Ventennio: una giovane nazione povera, forse poverissima, ma allo stesso tempo dignitosa, forse dignitosissima. La cui gente, resa orgogliosa, seppe con la sua placida ironia e un pizzico di disincanto smorzare i duri spigoli di una ideologia che dette frutti avvelati in altri paesi meno inclini ai toni solari e mediterranei.

Per tutto questo e per tutto quello che qui ho tralasciato: Hasta la victoria siempre, camerata Fidel!

E affanculo todos los gringos norteamericanos!

Mario “vox clamans in deserto” Grossi
28 agosto 2008

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks