Strauss tra nazi e teo-con

Il politologo Giorgio Galli ha scritto recentemente che, nello scenario ideologico e politico rappresentato attualmente dagli Stati Uniti, una questione «molto delicata» è rappresentata dalla presenza, ai vertici dell’amministrazione americana, di una classe politica che veicola le idee di Leo Strauss, lo studioso ebraico-tedesco che fu allievo di Carl Schmitt. In questo senso, si vorrebbe far correre una linea diretta tra il nazionalsocialismo e la politica repubblicana oggi gestita da Bush e dal suo entourage conservatore. Secondo questa interpretazione, Strauss, emigrato negli USA nel 1937, avrebbe infatti travasato nell’élite definita “neo-con” buona parte del bagaglio politico da lui appreso negli anni Venti-Trenta da Schmitt, che come sappiamo fu il giurista che pose le basi costituzionali dello “Stato del Führer”. L’America di Bush è dunque l’erede politica della Germania di Hitler?

Galli riporta che di recente si è tenuto un convegno, con la partecipazione di autorevoli specialisti quali il presidente emerito della Corte Costituzionale Antonio Baldassarre, proprio sul tema delle ripercussioni che il pensiero di Schmitt avrebbe avuto sul mondo universitario e sul governo americani. Una questione seria e meritevole di studio ai più alti livelli. Tuttavia, a un confronto accurato ne sarebbe uscito un ridimensionamento del ruolo postumo di Schmitt come maestro del neo-conservatorismo made in USA. Lo stesso Galli scrive infatti che «occorre evitare la tentazione di far grossolanamente risalire a idee sviluppatesi nel Terzo Reich alcuni aspetti della teoria politica che ha condotto gli Stati Uniti alle scelte di “unilateralismo” culminate nelle decisioni che hanno portato in Iraq la “guerra al terrorismo”». Questa polemica non è un passatempo erudito, ma un problema vero: intende verificare assetti ideologici – il puritanesimo liberal, rafforzato dal millenarismo ebraico di Strauss che hanno avuto precise ricadute sull’identità dell’imperialismo mondiale americano e sulla natura della globalizzazione USA.

Lo scritto di Galli di cui parliamo compare come postfazione al libro di Marco Dolcetta Gli spettri del Quarto Reich. Le trame occulte del nazismo dal 1945 a oggi (Rizzoli) e contiene un’esplicita smentita della tesi con cui si apre il pamphlet: avere avuto il nazionalsocialismo, tra le sue numerose altre colpe, anche quella di essere, attraverso il filtraggio di Leo Strauss, il responsabile primo della sciagurata politica di potenza americana degli ultimi decenni. Infatti, il libro di Dolcetta, incentrato sull’argomento sempre redditizio dell’esoterismo neo-nazista, si apre proprio con il richiamo alla figura di Leo Strauss: l’intera nomenklatura “neo-con” americana viene definita come “straussiana”, sin dai tempi dell’amministrazione di Reagan e di Bush padre. Vi troviamo un’ininterrotta catena che va da Paul Wolfowitz, allievo di Allan Bloom all’Università di Chicago ed ex-presidente della Banca Mondiale, fino a James Woolsey, già capo della CIA e oggi membro della Defence Policy Board; dai potenti editori John Podhoretz e Irving Kristol fino al ministro della Giustizia John Ashcroft; dai teorici Samuel Huntington, Francis Fukuyama e Robert Kagan fino ai firmatari del famigerato Project for the New American Century, il manifesto neo-imperialista elaborato con l’American Enterprise Institute e sottoscritto da personaggi come Elliot Abrams, Dick Cheney, Lewis Libby e Donald Rumsfeld.

Già così, a una prima occhiata, ci si renderà conto dell’alta percentuale presente, tra questi nomi, di elementi provenienti dall’ebraismo, confermando in un certo senso la loro riconosciuta filiazione politica dal magistero di Leo Strauss. Dolcetta precisa che tutti costoro, e molti altri partecipanti al programma di potenziamento del dominio americano sul pianeta, veicolano la tipica ideologia del fondamentalismo puritano, incentrata sull’idea di elezione che l’America vanterebbe sugli altri popoli, incarnando la Nuova Israele cui spetta per diritto divino l’esportazione del proprio modello nel mondo intero e l’imposizione – anche violenta – del binomio religione biblica-potere mondiale. Scrive Dolcetta: «Questa dottrina imperialistica poggia su due pilastri: il fondamentalismo religioso – ed è noto a tutti il misticismo che traspare dai discorsi del presidente Bush, a partire dall’idea di “crociata del bene contro il male” – e la forte impronta imperialistica con l’apologia senza veli della “legge del più forte”». Sin qui tutto bene. Difficile smentire l’evidenza: il governo americano appare veramente come l’incarnazione politica di un presupposto religioso di matrice biblica. Ma Dolcetta va oltre e, forse per il gusto del sensazionalismo giornalistico, sbaglia inquadratura tirando conclusioni improprie: «Con sfumature diverse, questi erano gli stessi elementi che fondavano l’ideologia nazista. E si dà il caso che il legame tra l’America di Bush e la Germania di Hitler sia proprio Leo Strauss, già allievo e collaboratore del filosofo e giurista Carl Schmitt». Strauss fu allievo di Schmitt, certamente, ma elaborò una teoria politica in certo qual modo opposta a quella del maestro. Bush l’anabattista non è Hitler il profeta ariano.

Intanto, dire che la Germania di Hitler e l’America di Bush sono accomunate in quanto entrambe guidate dalla “legge del più forte” appare deviante e puramente strumentale: vorremmo sapere quale Stato è retto dalla “legge del più debole”, essendo la potenza il basamento stesso dell’esistenza di ogni Stato, dagli Assiri all’Unione Sovietica. Inoltre, se di imperialismo vogliamo parlare, quello americano appare di una natura affatto diversa da quello nazionalsocialista. Il primo ha inciso sulle sue tavole costituzionali la “democraticizzazione” dell’intero pianeta, fornendo ad ogni atto di guerra giustificazioni di natura biblica e presentandosi come braccio armato di una volontà di unificazione del mondo sotto i medesimi principi del liberalismo puritano. Il secondo invece, a quanto riferisce la scienza storiografica, non ha mai vantato diritti di dominio sul mondo, presentandosi piuttosto come un potere che ambiva al solo spazio europeo. Né nel Mein Kampf né in altre proclamazioni di Hitler o di dignitari nazionalsocialisti fu mai ventilata l’ambizione al dominio universale. Nonostante Hitler venga continuamente presentato come affetto da megalomania e volontà di diventare il padrone del mondo, nessun documento o testimonianza può onestamente deporre in questo senso. Al punto che il cardine della politica estera di Hitler era la garanzia dell’Impero britannico, del quale avrebbe voluto diventare alleato, deplorando di averne invece ricevuto come risposta una dichiarazione di guerra. È atteggiamento che mal si concilia con la volontà di dominazione della Terra, quello di proclamare amicizia, ammirazione e offerta di aiuto proprio nei confronti della potenza che il dominio del mondo deteneva veramente da lungo tempo e il cui tramonto veniva considerato una sciagura per la stessa Germania…Sorta di imperialismo tutto sommato “regionale”, limitato all’Europa orientale, la Germania nazionalsocialista non conobbe il millenarismo planetario tipico degli USA, che apertamente si dice investito della missione di unificare il globo terrestre in base ai loro principi. La differenza è sostanziale. Si tratta di due imperialismi in opposizione speculare tra di loro.

Se Leo Strauss (nella foto sotto) fosse stato un buon allievo di Schmitt, anziché un teorico del puritanesimo ebraico-americano, avrebbe dovuto ricalcarne le teorie di ostilità all’unificazione mondiale, anziché postulare il dominio globale degli Stati Uniti, da lui entusiasticamente definiti «la più potente e prosperosa tra le nazioni della Terra». Sia prima che dopo la guerra, Schmitt scrisse inequivocabili pagine di reciso rifiuto di ogni idea di unificazione mondialista. Ad esempio, in L’unità del mondo del 1951, Schmitt scrisse: «Si può dunque affermare, in termini astratti e generali, che l’unità è meglio della pluralità? Assolutamente no!…L’ideale dell’unità globale del mondo in un perfetto funzionamento ha relazione con l’attuale pensiero tecnico-industriale». Schmitt era dunque consapevole già negli anni Cinquanta che la globalizzazione scaturiva dal sistema economico americano, una «organizzazione unitaria del potere umano, il cui scopo sarebbe pianificare, dirigere e dominare la terra e l’intera umanità». Cioè il contrario esatto di quanto Schmitt stesso postulò negli anni Trenta con la costituzione “relativista” del Terzo Reich su basi etniche, e che poi ribadì nel dopoguerra. Nella sua conferenza del 1962 intitolata L’ordinamento planetario dopo la seconda guerra mondiale, egli affermò senza mezzi termini, in opposizione con quanto stavano facendo gli Stati Uniti, che «i nuovi spazi ricevono un contenuto non solo dalla tecnica, ma anche dalla sostanza spirituale degli uomini che collaborarono al loro sviluppo, dalla loro religione e dalla loro razza, dalla loro cultura, dalla lingua e dalla forza vivente della loro eredità nazionale».

Non avrebbe potuto parlare più chiaramente. Il dio in cui i popoli si riconoscono non è dunque, secondo Carl Schmitt (a destra nella foto), il dio veterotestamentario trasformato in protettore della “democrazia” da esportazione. Ma è il dio relativo cui ogni popolo, per suo conto, si rivolge, in quando dio della stirpe. Ognuno può vedere da sé che l’accostamento tra Strauss e Schmitt, tra l’America e il Terzo Reich, è privo di sostanza scientifica. Siamo di fronte a due sistemi diversi. Schmitt elaborò una teologia politica, unificando i motivi mitico-religiosi con quelli politici ma, nonostante si considerasse cristiano, giudicò l’impostazione monoteista come problema, cioè come ostacolo al libero dispiegarsi delle identità plurali. La “teologia politica” di Strauss e dei suoi continuatori, al contrario, esprime la lotta al relativismo e allo storicismo, propugnando l’unificazione del mondo sotto l’unica legge del millenarismo biblico-puritano. Strauss, a differenza di Schmitt, fu studioso e seguace di Maimonide, l’erudito post-talmudico che considerava il sapere come derivante essenzialmente dalla “rivelazione”. Quest’idea di “rivelazione”, di un sapere che viene dato esclusivamente agli “iniziati” e ai “prescelti”, venne trasferita da Strauss sul terreno politico. Dette così un nuovo impulso a quel corto circuito tipicamente americano tra idea di “elezione” e politica di potenza a livello mondiale, che deriva in linea retta dalla galassia delle sette protestanti attive nell’Inghilterra del Seicento e trasferitesi nel Nuovo Mondo con i “padri pellegrini”. E i cui devastanti risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Luca Leonello Rimbotti

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks