Stazione di emigranti

Fanale rosso, occhio sanguinante di stazione.
Tra fagotti ammucchiati,
nomi ridati a lungo, singhiozzi, bagarre;
emigranti, fuggiaschi, apostati,
senza patria dentro gli stati;
rotaie che s’intrecciano e perdono.

Buffet: troppo caro per mangiarci;
caligine sporca sullo sportello;
attendere, obbedire, schierarsi;
doganieri; a che serve la frontiera?
ogni ricco ha la terra intera;
ogni miserabile è straniero.

Maschere sporche lavate dal pianto,
troppo stanche per essere rivoltate;
stiramento di facce smunte;
la fatica pesa; sono bestie da soma;
il vento disperde; sono carne buttata.
Questa sera la cenere. A quando la lava?

Fra poco l’inverno, fra poco l’estate;
freddo sole, doppia violenza;
il disperato, l’amareggiato, l’inebetito;
qui lamento e poco più là silenzio;
i due piatti della bilancia,
e per frusta la miseria.

Direttissimi, goffi, sezionano lo spazio,
ferro, fuoco, acqua, carbone
trascinano i vagoni nella notte
con gli addormentati di prima classe.
Sobbalzano, i vagabondi.
Paura; stupore; il rapido passa.

Bestiame sfinito, corpi spossati,
mucchi assonnati che la morte rasenta,
atterriti, si fanno il segno della croce.
Urla, bestemmie, occhio folle di brace;
temono d’essere schiacciati,
loro, gli eterni calpestati.

Marguerite Yourcenar

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