Sciamani postmoderni

Riguardo ai rave party si ha tendenzialmente una visione stereotipata e, spesso a ragione, prevenuta. Non si tiene però conto della provenienza culturale di tali momenti aggregativi e si finisce col limitarsi a condannarli o tutt’al più a snobbarli sena neppure studiarne la storia e i riferimenti profondi, quando vi siano. Il libro da poco ripubblicato di Georges Lapassade, Dallo sciamano al raver (Urra, 280 p., 15€) cerca di affrontare la questione secondo un’ottica più attenta e rigorosa, tracciando un percorso che va dalla trance e dagli stati modificati di coscienza in ambito rituale fino ai festival in cui musica e sostanze psicoattive si uniscono nello stimolare estasi dionisiache e il raggiungimento di ulteriori gradi di consapevolezza.

C’è da dire che lo stesso Ernst Jünger sperimentò l’LSD assieme al suo creatore Albert Hofmann, ne colse la proprietà di spingere la coscienza oltre i limiti verso l’apertura di nuovi orizzonti, ma disse molto chiaramente che l’utilizzo di tali sostanze doveva essere limitato a coloro che erano in grado di farne un utilizzo circoscritto e controllato. È evidente insomma che l’abuso di droghe al solo fine di sballo e intossicazione non ha nulla a che vedere, per esempio, con i riti sciamani.

Lo sciamano nelle società tradizionali era la figura magica in grado di evocare visioni estatiche e di entrare in trance, trasmettendo le conoscenze ottenute durante il rito alla comunità. In questo momento di delirio ritualizzato svolgeva un ruolo fondamentale la musica, come spiega lo stesso Gregorio Bardini nel suo Musica e sciamanesimo in Eurasia (SEB, 132 p.). I ritmi ossessivi dei tamburi e l’utilizzo di sostanze particolari aiutano lo sciamano ad entrare in una dimensione del tutto differente di conoscenza. Quello che bisogna tenere presente è che nel caso delle società tradizionali l’utilizzo di sostanze psicoattive era ritualizzato e contesualizzato a momenti dionisiaci codificati e comunitari.

La tradizione europea presenta diversi casi di esaltazione e trance, come nel caso di Dioniso, dio dell’ebbrezza per eccellenza, ma anche nella figura di Odino si riscontrano caratteri sciamanici come pure nel santo del Nord Italia San Nicola. Questo per ricordare che non soltanto le steppe siberiane, il centro Asia o i nativi d’America conoscono riti in cui si cerca di raggiungere stati modificati di coscienza.

Nell’argomentazione del Lapassede è più problematica la continuità che traccia tra il movimento hippy degli anni ’60 e gli attuali festival rave. Se è vero che in entrambi i casi si fa uso di sostanze psicoattive come LSD, funghi e allucinogeni, bisogna pur ricordare che spesso negli attuali festival rave l’utilizzo di queste sostanze (ma anche di cocaina ed ecstasy) non è finalizzato al raggiungimento di una maggiore consapevolezza e a un cambiamento interiore, quanto piuttosto si cerca una fuga dalla realtà che allontani il peso della realtà. È però vero che i rave non sono sempre stati quei “raduni di tossici” che ci immaginiamo solitamente, perché negli anni passati, come nel caso della scena romana, persone che hanno avuto modo di conoscerla direttamente assicurano di una serietà e una ritualizzazione ben differenti da quelle cui solitamente siamo a conoscenza.

Il termine rave party inizia ad essere utilizzato negli anni ’80 e indica feste a base di musica dance, immagini proiettate, luci laser e, talvolta, uso di droghe. La cultura rave rappresenta, nonostante tutto, un’alternativa postmoderna all’uniformità e al conformismo imperanti e qualora sappia conciliare una seria ritualità estatica a un’azione di liberazione urbana, come fu almeno in parte per la scena britannica con il suo carattere nomadico, allora si tratta di un fenomeno da non accantonare sbrigativamente.

Il racconto cyberpunk Technosciamano di Andrea Venanzoni, già redattore della ‘zine Halogen e autore eclettico e fuori dai canoni, arrivato finalista al Premio Alien, e oggi on line sul sito www.fantascienza.com, ci narra una situazione dionisiaca futuristica dai tratti tipicamente rave e sciamanici secondo un punto di vista a noi affine. Il ruolo svolto dalla musica elettronica in questo racconto è fondamentale, essa diventa lo stimolo allo scatenamento delle forze sopite e trattenute della gente, e propagandosi nelle vie della città da vita a un festival rave di liberazione. Forse non tutto quello che riguarda la musica elettronica e il suo potenziale ruolo di risveglio e delirio estatico sono da buttare, se anche il mondo della destra giovanile non conforme si sta da un po’ di tempo interessando e impegnando in questo campo musicale con risultati davvero esaltanti. Qualche tempo fa è uscito il cd di Zetazeroalfa Drumo, che assembla influenze industrial a noise e electro in un frullato micidiale di ferraglia tecno-sonora. Da pochi giorni è poi disponibile l’album del progetto electro BioBetaBunker (http://www.myspace.com/biobetabunker4) che propone una miscela ritmata e trascinante tra Kraftwerk e Daft Punk con testi davvero interessanti. Ma altri progetti sembrano alzare il volume in questo periodo, e se si guarda bene tra le amicizie dei vari myspace non si tarderà a trovarne traccia.

Il recupero dell’aspetto ritualistico e dionisiaco della musica può svolgere un ruolo di potente aggregante di una comunità ma anche uno stimolo verso l’esterno, per questo bisogna considerare con attenzione i prossimi sviluppi che già si intravedono nell’ambito musicale a noi prossimo. Ad Area 19 il 21 giugno Drumo ha tenuto un rave nazionalrivoluzionario seguito da dj set, evidentemente alcune cose stanno cambiando e forse la parola “rave” inizierà ad assumere un significato più serio nei prossimi tempi.

Francesco Boco

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