Fernanda Pivano & Complici

Nella foto di Sottsass in copertina: Ezra Pound, Allen Ginsberg, Fernanda Pivano; Portofino 23-09-1967.

Leggi un pezzetto e ti piace: pensi che lei esagera in benevolenza ma che alla fine, nonostante questo, vengono fuori tante cose importanti. Aneddoti gustosi e riflessioni acute che arrivano (accorrono) con piacevole frequenza, anche a partire da domande irrilevanti, da osservazioni talmente scontate che, se fossero dette da altri, si farebbero detestare per la loro ovvietà.

Ne leggi un altro e ti infastidisci: pensi che lei esagera in benevolenza e che invece, per scavare fino in fondo, ci vorrebbe un po’ di freddezza in più. Un po’ di professionalità in più. Un po’ di strategia in più. Che diamine: mai una domanda insidiosa, mai una richiesta di chiarimento che costringa l’intervistato di turno a uscire del tutto allo scoperto; mai la sottolineatura – magari amichevole, ma allo stesso tempo inderogabile – di una spiegazione poco convincente, di un resoconto unilaterale, di un’auto assoluzione troppo disinvolta.

Complice la musica, appena edito da Rizzoli nell’economica ma gloriosa Bur, si snoda in questo modo dall’inizio alla fine. Oscillando di continuo tra i pregi di un dialogo senza imboscate e i difetti di una conversazione senza scosse, tra le luci e le ombre di quello che potremmo definire “eccesso di empatia”. Fernanda Pivano, classe 1917, accoglie i suoi interlocutori così, tutti quanti allo stesso modo. Che li abbia già incontrati in precedenza oppure no, che ci parli di persona oppure al telefono, che si tratti di vecchie glorie o di nuove leve, ha per tutti lo stesso atteggiamento di smisurata cordialità. Candori da neofita ed entusiasmi da ammiratrice. La comprensione materna di un’anziana signora che le ha viste tutte e la meraviglia fanciullesca di una giovinetta d’altri tempi, che si affaccia or ora alla vita. Le premure di chi ospita. La discrezione di chi viene ospitato.

I “30+1″ cantautori che rispondono alle sue domande – e nel gruppo dei 30 ci sono praticamente tutti i più importanti, con la rilevante eccezione di De Gregori, mentre quell’unità aggiuntiva è dovuta a un’intervista immaginaria con l’adorato De André – non corrono il benché minimo rischio. Da Baglioni a Carmen Consoli, da Paolo Conte a Ivano Fossati, da Neffa a Peppe Servillo, da Venditti a Federico Zampaglione, si ritrovano coccolati al di là delle più rosee aspettative. Qualsiasi cosa dicano è più che ben accetta. Qualsiasi cosa abbiano fatto, lungo la strada, sembra caricarsi di un che di esemplare, come se si trattasse invariabilmente del prologo – talvolta oscuro all’apparenza, sempre luminoso nella sostanza – degli exploit successivi.

«Uno straordinario documentoscrive Michele Concina nella prefazioneche racconta i cantori delle emozioni del quotidiano, gli “eroi dell’immaginario collettivo”. Sono tutte chiacchierate inedite, private, intorno a un tavolo. (…) Non sono le solite pagine di recensione o che raccolgono un qualche commento. Sono perle. Sono parole senza tempo.»

Eccessivo. O, tutt’al più, vero solo a tratti. E non si rende certo un buon servizio al lettore – e in fin dei conti neppure alla stessa Pivano e agli stessi “30+1″, che quando più quando meno hanno qualità sufficienti per farsi valere anche in assenza di un panegirico – nell’ammantare il libro di un carisma esorbitante, presentandolo come se fosse una successione infinita di pensieri illuminanti e di frasi memorabili. Anzi, proprio perché la Pivano esagera di suo, sarebbe bene che il prefatore dispensasse un’avvertenza preliminare: chiarendo subito che certe ingenuità sono dettate dall’affetto, e che, però, si tratta delle ingenuità di una persona che ha comunque una tale ricchezza di interessi e di esperienze da non affondare nella sua stessa rinuncia a un maggior ritegno emotivo e a un maggior rigore intellettuale.

httpv://www.youtube.com/watch?v=p-syz4gMx5k

Oppure, rovesciando la prospettiva, si potrebbe ipotizzare tutt’altro: vale a dire che questo clima così rilassato è una scelta consapevole, finalizzata a non imprimere una direzione troppo precisa all’alternarsi delle domande e delle risposte, così da imbrigliare il meno possibile la personalità degli artisti con cui si discorre. Una sorta di applicazione, a quella particolarissima forma di incontro/scontro che è l’intervista, del principio della cedevolezza, di quel “ju” che sta alla base di svariate arti marziali dell’Estremo Oriente.

Oppure, ancora, si potrebbe vedere il libro come un equivalente dialogico delle canzoni. Di quelle canzoni “d’autore” che mischiano insieme l’alto e il basso, il sentimentalismo e la riflessione esistenziale, le formule abusate della comunicazione di massa e le innovazioni brillanti del talento vero, che risponde solo a se stesso. Una canzone, infatti, non è mai riducibile a un singolo verso, o a un singolo passaggio della musica o dell’arrangiamento. Analogamente, una singola frase di una lunga intervista può non compromettere, o anche solo sminuire, il valore complessivo del ritratto che contribuisce a tracciare.

«Preferisci scrivere musica o libri?» è senz’altro un attacco banale. Ma se davanti a te c’è Francesco Guccini, e se è solo un modo di rompere il ghiaccio, può dare ugualmente i suoi frutti. Magari, come il primo chiodo di una scalata alpinistica, non ha nulla di speciale e lo potrebbe piantare, pari pari, anche l’ultimo dei principianti; ma se si tratta davvero di un’azione irrilevante o di un semplice punto di partenza lo chiarirà solo il seguito.

L’efficacia delle domande, del resto, dipende moltissimo da chi le fa. Da chi riesce, per un motivo o per l’altro, a farsi ascoltare davvero, aprendo la strada a una risposta sincera e non di routine. Forte di tutta la sua storia – che la avvolge come un’aura e che ormai, per sprigionare i suoi effetti, non ha più nemmeno bisogno di poggiare su elementi reali, realmente conosciuti dall’interlocutore di turno – Fernanda Pivano riceve attenzione, induce alla massima collaborazione, suscita un desiderio istintivo di non deluderla. O, quanto meno, di non contrariarla.

Gran bella cosa, sul piano umano. Ma un’arma a doppio taglio su quello culturale.

Federico Zamboni

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