Andrea Pazienza. 20 anni fa

Pert, Penthotal, Zanardi, Tormenta e Pompeo questa estate varcheranno il limen di carta delle vignette e torneranno a danzare animati tra ulivi, spiagge, grotte e boschi sul Gargano in onore di Andrea Pazienza. Tra San Severo e San Menaio, frazione balneare di Vico del Gargano l’artista pugliese ha vissuto le stagioni della spensieratezza e dell’adolescenza, con un piccolo e originale clan di creativi («A San Severo, si era venuto a creare per caso un piccolo nucleo di artisti, ognuno con una propria fede e una propria direzione»), trascorrendo le oziose giornate estive tra disegni, scherzi e libertarie corse con la motocicletta sui tornanti che dalle cittadine della Capitanata lo portavano verso i lidi di Peschici o Vieste o dell’amata Sant’Mnà.

La letteratura italiana, per una volta rinunciando a noiosi distinguo accademici, lo ha accolto nell’Olimpo degli artisti del novecento: le sue storie originali sono il frutto della matita più profonda e brillante della generazione che ha attraversato i perigliosi anni ’70 e ’80, ma accanto ad un tratto dolce e allo stesso tempo deciso, risalta sullo sfondo l’anima di un artista a tutto tondo, un poeta meridiano, intrinsecamente ostile alle logiche del mercato e del profitto, votato all’altruismo e alla generosità (ha seminato l’Italia di suoi disegni, schizzi e tavole regalate per simpatia o solo per pagare l’ennesimo mese di affitto arretrato).

httpv://www.youtube.com/watch?v=jby5PRPCBJo
(Andrea Pazienza al lavoro)

Paz è il genio sofferente e «bello come il sole» di una generazione che non è stata solo “riflusso e disimpegno”. Fino al 24 agosto, a Vico del Gargano e nel quartiere marinaro di San Menaio, si svolgerà una lunga celebrazione del poeta pugliese che avrà il clou nella mostra “Una estate…(stesso titolo della storia che dedicò alla sua infanzia sul Gargano, tra battute di caccia con il padre, un raffinato acquerellista, e le prime gite con gli amici). Organizzata a Palazzo Della Bella e curata da Mariella e Michele Pazienza sarà accompagnata da rassegne di tavole inedite e mostre di foto dei soggiorni di Andrea Pazienza a Peschici.

Il destino, che a volte prevede tracciati inattesi, ha voluto che il cartellone di eventi – Vite ImPazienti – fosse promosso da un suo amico d’infanzia, il primo cittadino del paesino garganico Luigi Damiani, compagno di avventure nelle incursioni adolescenziali di Andrea e protagonista di una serie di camei nelle storie di Penthotal. «All’evento hanno assicurato il proprio contributo Vinicio Capossela, David Riondino, Vincenzo Mollica, Roberto Freak Antoni, Milo Manara e tanti altri ospiti per le nostre giornate dedicate a Pazienza – spiega il sindaco -. Non sarà una celebrazione piena di formalismi, ma una manifestazione che oltre al coinvolgimento emotivo della nostra comunità, offrirà un momento di riflessione su quella stagione italiana».

La burocrazia degli enti locali pugliesi non ha sostenuto a dovere l’iniziativa (nessun contributo dalla Provincia, cifre modeste dalla Regione Puglia), ma Damiani, che guida una insolita giunta Pd-An, non si è dato per vinto e ha realizzato un programma di mostre, incontri-dibattito e concerti (è prevista anche una esibizione di Capossela), imperdibile per gli amanti delle striscie di Pompeo o della guerra di Pert (il programma è sul sito www.fuoriporta.info).

La casa editrice Fandango ha curato per l’occasione il libro catalogo “Una estate, Saint’Mnà, spiagge continue e le altre bellezze del Gargano” (pp. 144, € 25), manuale indispensabile per seguire i percorsi adolescenziali del talento che si definiva «praticamente pugliese» pur essendo nato a San Benedetto del Tronto. «Andrea – spiega Damiani – non aveva il fuoco della politica o dell’ideologia, ma una curiosità intellettuale che lo portava a essere un artista vero, compiuto».

A Paz sarà intitolato il lungomare, ma il suo amico di tante scampagnate e di surreali sfottò paesani, avrebbe preferito «nominarlo assessore alla cultura. Chissà come si sarebbe divertito e come mi avrebbe potuto prendere in giro».

Nell’anima da cittadino del mondo di Pazienza c’è l’essenza del suo essere pugliese (di San Severo), tutto il contrario degli stereotipi che fermano l’immagine del sud con pregiudizi o anacronismi. Racconta un altro compagno di scorribande, lo scrittore Enzo Verrengia: «E dire che i sanseveresi potrebbero dare lezioni di cosmopolitismo e di convivenza di culture». E la produzione artistica di Spaz (deformava la sua firma da una tavola all’altra) era una diretta emanazione di questa sensibilità culturale.

«Non che volessimo salvare questo mondo della nostra infanzia esaltata. Anzi – insiste Verrengia –miravamo a distruggerlo. Per edificarne uno davvero titanico, riservato a semidei che si spartissero il dominio dai diversi campi d’azione artistica. I disegni di Andrea non rappresentavano perciò modi e linguaggi di una generazione limitata nello spazio e nel tempo. Erano il professionismo della storia per immagini. La grandezza individuale di saper raccontare. (…) Ciò che andava disegnando e raccontando in quei giorni, tra i ’70 e gli ’80, era un comprensibile quadro d’ambiente dal quale si sarebbe presto affrancato per tornare alle radici di se stesso, forgiatore di storie raccontate. Come effettivamente accadde poco prima della sua fine, con gli ultimi fumetti. Andrea doveva restare un geniale creatore di fiction visionaria e cartacea, non un rappresentante dei giovanottini confusi che si erano emarginati per loro stessa colpa, dai quali tutto lo separava, cominciando da quel profumo di pulito e borotalco».

E così la torrida San Severo è stata la città laboratorio nella quale si è sviluppata la sua poetica ed ha fornito il materiale creativo all’estro dell’artista. Il Sud violento, passionale, amoralmente familistico è una delle tante tracce sviluppate nelle strisce che anticipano, con illuminata preveggenza, il nichilismo struggente delle nuove generazioni, e le tentazioni a sfogare il proprio disagio nel bullismo (come nelle ciniche strisce di Zanardi, nelle quali demolisce buonismo e luoghi comuni, liberando violenza e una forte vis dissacrante) o con la fuga nelle droghe (la tossicomania di Pompeo).

Elementi che non permettono di ridurre la sua produzione nel recinto mitologico del movimento del ’77, nel quale starebbe stretto anche e soprattutto perché lontano da fanatismi ideologici e settarismi gruppettari. Gli ambienti della sinistra creativa e anarchica li frequentava, ma il suo modo di essere e pensare la realtà era già prettamente postideologico (Penthotal, suo alter ego, in una vignetta-affresco di una assemblea bolognese del febbraio ’77 commenta con piglio tranchant le elucubrazioni dei collettivi, «coefficiente di stronzata, Robbè, mille!» e sul muro del Dams disegna una scritta surreale, “Giaime Pintor chi legge”).

I suoi interessi erano variegati, originali, mai conformisti. Paz aveva predilezioni letterarie eterogenee, trasversali. «Adesso devo parlare un attimo degli artisti, io amo Rembrandt, i futuristi, alcuni dada. Poi c’è Caravaggio…». Era un cultore de L’Ultimo tango a Parigi, ascoltava la musica di Diana Ros, i Police, Freddy Mercury, scoprì Federico Fellini dopo aver firmato il manifesto per La città delle donne. Ecco, amava le donne con una innocenza a tratti dantesca: «Donna è la mia ragazza, donna è mia madre e ti dico che riposare una testa sconvolta in un grembo conosciuto e amato è quanto di più bello sia dato vivere a un uomo dopo le sorgenti del Rio delle Amazzoni». Riusciva a unire la poesia di Pound e le strisce di Schulz, Fremura con Mordillo, Hugo Pratt con Tolkien (e le suggestioni del filologo sudafricano permeano il rapporto dell’artista con la natura, al punto da trasfigurare i boschi della Terra di Mezzo con la macchia mediterranea o con il verde dirompente dei parchi garganici). La passione favolistica, infatti, veniva prima del denaro, e la vocazione antieconomicistica prevaleva anche su offerte mirabolanti.

httpv://www.youtube.com/watch?v=Q27T6tKfNhc
(Andrea Pazienza, dichiarazione di poetica)

«A un certo punto della mia vita – scrive Paz in Il plesso solare e la tecnica del fumetto mi sono detto: non sono nato per disegnare i guantini di Michael Jackson, e non mi interessa disegnare orologini per la Philip Watch o non mi interessa entrare nella moda. Quello che mi interessa è comunicare, comunicare in un certo modo. (…) Io sono alla ricerca continua di motivi validi per comunicare qualcosa, per continuare a raccontare favole. (…) Chi se ne frega che cosa è e cosa non è, l’importante è, leggendo una storia, se ne rimani emozionato, condizionato o meno. Il punto è che ci sono storie che ti condizionano immediatamente, nel momento in cui le leggi ti senti trasportato in una specie di vagone nel quale entri e poi il treno va».

La massima che regolava la sua esistenza era : «Voglio evitare il più possibile di lavorare per poter fare il più possibile quello che mi pare. E’ anche giusto prendere la propria attività come un vero e proprio lavoro, impegnarsi, faticare, sudare, prendere spunto da questa o quella lettura per combinare un’ipotesi di storia soddisfacente che piaccia sia fare che leggere. Ma personalmente di tutta questa macchinosità mi stanca solo l’idea. Non voglio pensare: questa storia mi piace, può funzionare. Il concetto non mi passa neanche per l’anticamera del cervello. Piuttosto preferisco essere libero, essere definito inaffidabile. Anzi voglio rimarcare la mia assoluta inaffidabilità».

In queste affermazioni di principio c’è senza dubbio anche il peso della responsabilità dell’artista per la consegna dei lavori commissionati, di un giovane che nel vivere la propria avventura intellettuale perdeva frequentemente ogni cognizione spazio-temporale, unita alla capacità di inventare freddure straordinarie o dialoghi folgoranti che lo ripagavano dell’apprensione vissuta («L’Italia è il settimo paese industrializzato. Guarda un po’ Bitonto a che posto sta…»). Amava l’umanità di Sandro Pertini, del presidente partigiano a cui dedicava affettuose vignette: basta confrontare la leggerezza dei dialoghi tra il divertente personaggio Pert con uno stralcio qualunque di una esibizione di Beppe Grillo per avere cognizione della differenza tra satira artistica e volgare invettiva. «Scusa capo se ho fatto un pupazzone» (una caricatura del leader socialista), si schermisce Pazienza in una vignetta davanti a Pertini, che pipa in bocca replicava pronto, «In questa cazzo di resistenza come ti volti ti fanno fesso», e subito dava un calcio al pupazzo di neve, mentre il giovane guascone disperato gridava «O’ pupazziello!»…

httpv://www.youtube.com/watch?v=FP3XhLsJumU
(Intervista ad Andrea Pazienza)

Rockstar della matita, uscì di scena una maledetta notte di vent’anni fa, a Montepulciano. Una overdose di eroina – comprata con i soldi appena ritirati come anticipo dello stipendio dalla redazione di Tango – se lo portò via insieme alle prime tavole della sua ultima creazione, la storia di Astarte, il cane da guerra di Annibale. Tra i tanti modi di riscoprire l’attualità delle opere di Pazienza, c’è anche il monito di un suo compagno dell’adolescenza: «Dal giugno del 1988 mi ripeto che il tempo concesso a ognuno è un privilegio, e bisogna meritarselo. Sopravvivere ad Andrea ha senso solo per tenere alta la bandiera di questa generazione creativa, che non ha perso. Non accetteremo posti negli ipermercati».

Michele De Feudis

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