Alessandra Giovannoni…

…di Roma Barocca; di Roma Emanuelina

Alessandra Giovannoni è pittrice da sempre molto attenta al contesto architettonico, questo è da lei individuato in una grande città come Roma, e parla di preferenza un lessico novecentista, seppure non si connoti come esplicitamente contemporaneo.

(Piazza del popolo)

E se per la sua pittura riesce spontaneo parlare di discendenza informale, occorre precisare che qui c’è ben poco di astrattizzante, semmai opera un’istanza di felice sintetismo, serrata stretta dalla realtà fenomenica. Motivo, questo, di fondamentale rilevanza, su cui converrà tornare in seguito.

Nella sua opera di rappresentazione capitolina, vanno distinti due cicli: Piazza del Quirinale e Piazza Quadrata. Vale a dire la Roma barocca e papale e quella emanuelina e borghese; ma all’artista tali qualificazioni di carattere storico-sociologico debbono, in realtà, interessare poco: per lei si tratta di veri e propri pretesti pittorici, di spunti (e che spunti!) per fare pittura. Anche se, poi, Piazza del Popolo, il Pincio, Villa Borghese, Piazza del Quirinale o altre ambientazioni romane dipinte da Giovannoni risultano inconfondibili, inserendosi con autorevolezza e freschezza d’invenzione nei repertori figurali di quei luoghi universalmente famosi e prediletti da secoli di grande arte.

(Il Pincio)

Una pittura, quella di Alessandra Giovannoni, di forte carica visionaria: si pensi proprio alle opere dedicate a Piazza del Quirinale. In primo luogo, sull’ideale falsariga dei vedutisti e degli incisori del Settecento, Giovannoni dilata ulteriormente quegli spazi già imponenti, fino a farceli apparire senza confini. Il gruppo centrale con l’obelisco, la vasca marmorea e le statue dei Dioscuri, alla stregua di un colossale gnomone, stampa a terra ombre dense, liquide – di blu cobalto, di oltremare e di viola – quasi un concentrato della materialità sottratta al contesto architettonico e immersa in una smemorante diafanità solare, di bianchi, di celesti, di rosa: i dipinti di Giovannoni sembrano infatti non conoscere se non l’estate e l’ora più assolata. Rare figure isolate attraversano questi spazi allucinati, frutto di un abbacinamento retinico: apparizioni lemuriche, tali, nella loro assottigliata verticalità, di evocare alla memoria i camminatori di Giacometti. Eppure queste presenze fantasmatiche (ma se ne osservi la elaboratissima definizione, di strato su strato di sostanza pittorica), posseggono una dimensione eroica, una loro intrinseca, assolutamente antiretorica, monumentalità. Con ogni verosimiglianza, è possibile scorgere in questo tratto un’eredità della pittura sironiana, molto amata dalla nostra artista. E forse esso trova anche più di una motivazione nella formazione di Giovannoni, che fu, all’Accademia, propriamente di scultrice.

Tra le carte che sostanziano il ciclo di Piazza del Quirinale, hanno posto alcuni grandi e bellissimi disegni, eseguiti a penna e matita, senza neppure l’intervento di acquerelli e inchiostri, con un ductus nervoso, ma infallibile nel registrare gli elementi essenziali di una determinata inquadratura. Prove, tali da far rimpiangere che la pittrice si sia finora dedicata poco a questa tecnica, o, più probabilmente, che poco ce ne abbia fin qui voluto mostrare.

(Museo Borghese)

Di sicuro, a Giovannoni non interessa una restituzione delle architetture, delle presenze e degli arredi urbani, fedele al vero fenomenico e meno che mai spinta magari a gara di verosimiglianza con la realtà. Semmai Alessandra Giovannoni procede a un sintetico tracciamento delle quinte edilizie, attento non al dettaglio, ma a determinate composizioni di masse e di effetti di luce. Anzi, l’osservatore riceve talvolta l’impressione che quei determinati contesti architettonici siano in realtà, per lei, appunto, dei meri pretesti, destinati a interessarla solo nella misura che le consentono di appropriarsene, prestandosi a venire completamente trasformati in pittura.

E’, appunto il caso della porzione di città perimetrata da Giovannoni tra Porta Pia, via Nomentana e viale Regina Margherita, che costituisce il contesto urbano in cui l’artista realmente vive, rappresentando per lei il più familiare scenario esistenziale. Ecco Piazza Quadrata, in inquadrature inedite ma indimenticabili, viste solo e sempre in ore meridiane ed estive, in cui la luce solare, intensissima, produce una sorta di abbacinamento retinico, che può bordeggiare esiti antinaturalistici. L’asfalto e le presenze architettoniche si tingono di bianchi rosati e di indaco; gli alberi stampano a terra ombre dense, blu scure, quasi liquide.

Tipica ambientazione borghese di inizio Novecento, nella realtà attuale, Piazza Buenos Aires, più nota come Piazza Quadrata, è letteralmente saturata, per molte ore al giorno, dal traffico delle auto. Nessuno, sono sicuro, senza l’indicazione dell’autrice, saprebbe riconoscerla nei quadri che Giovannoni le ha dedicato. Qui l’esigua, piuttosto stenta vegetazione (a meno di evocare i grandi platani di viale Regina Margherita), è stata trasfigurata nel lussureggiante verde degno di un parco, e via e piazza vengono dilatate in una spaziosità e spazialità proprie di altri contesti urbani.

(Piazza Fiume)

Fatto sta che la pittrice è animata da una vera e propria carica visionaria, che amplifica, sintetizza, riorganizza, accende di azzurri, di rosa, di gialli, di bianchi, strade, piazze, isolati edilizi, per poi magari trasformarli in una sorta di quinte visive. O, meglio, ed è ciò che più conta, in un universo insospettato, pieno di sorprese pittoriche.

Giovannoni dipinge con pennellate ampie, dense di colore, che fluiscono non di rado in colature. Pittura, la sua, sintetica, rilevata di materia, potente, che sembra singolare sia espressa da una donna; pittura dalla perentoria vocazione figurale, eppure marcata, spesso e con ciclica iterazione lungo il suo lavoro, da pulsioni informali.

Nel percorso pittorico di Alessandra Giovannoni è possibile riscontrare una sorta di ciclico alternarsi delle istanze più propriamente figurali a quelle di più dichiarata vocazione informale, ad un punto dal risolversi in pura pittura. Eppure la pittrice rimane sempre sé stessa; sempre il suo linguaggio resta spontaneo e immediatamente riconoscibile: ed è il contrassegno di una autentica personalità.

Carlo Fabrizio Carli

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