Un’estate al mare

Chi ha ammazzato il cinema italiano e soprattutto quando?

Sulla stampa di questi giorni si legge che il film campione di incassi di fine giugno / inizio luglio è Un’estate al mare dei fratelli Vanzina, figli indegni del compianto Steno. Non è il primo caso di figli d’arte messi sul palcoscenico, davanti o dietro la macchina da presa, o alla macchina da scrivere, ed assolutamente non all’altezza. Per questo, come ho già scritto altrove, Alberto Sordi è stato il più grande, perché non ci ha lasciato un figlio attore. Diceva, da vecchio, di essere contento di non aver avuto figli: “sapete come sono questi giovani moderni… alcuni ammazzano pure i genitori”.

Tornando alla premiata ditta Vanzina e al loro imbarazzante film balneare, va rilevato che non c’è, in esso, quasi nulla che si salvi. Una manciata di episodi che sono poco più che barzellette tirate per le lunghe. Non si ride mai. Senza una inquadratura decente, senza fotografia, ma soprattutto senza attori. Banfi è fuori tempo massimo e recita coi piedi, gli altri (Izzo, Ceccherini, Brignano) non sono quasi mai stati attori, dunque per loro il problema non si pone. Paradossalmente il migliore della compagnia è Enzo Salvi, che comunque vola bassissimo. E mette tristezza vedere come i pochi vecchi caratteristi rimasti (Maurizio Mattioli e Roberto Della Casa) recitino infinitamente meglio dei protagonisti.

Il film non ha la minima idea originale, e, come spesso succede nelle opere dei Vanzina, c’è in esso il saccheggio del cinema italiano degli ultimi cinquant’anni. Molte volte si hanno remake all’altezza dell’originale (come per La grande guerra) o splendidi aggiornamenti sul tema (come per Tutta la città ne parla). Ma non è questo il caso, ovviamente. Per l’episodio di Banfi, i Vanzina hanno saccheggiato l’episodio con Eduardo in Cinque poveri e un’automobile, per quello di Brignano hanno saccheggiato l’episodio con Sordi e la Sandrelli in Quelle strane occasioni, per l’episodio di Izzo hanno saccheggiato l’episodio con Pippo Franco in Zucchero, miele e peperoncino, per l’episodio di Salvi hanno addirittura saccheggiato Il giovedì con Walter Chiari. Rinfrescando il tutto in chiave scatologica e cospargendo il film di veline incapaci pesino di sbattere gli occhi. Intendiamoci, anche la Rizzoli, la Cassini e la Carati di trent’anni fa non sapevano cosa fosse la recitazione, ma nel contesto funzionavano eccome, ed erano pure simpatiche.

httpv://www.youtube.com/watch?v=0uIoUuhXDZc

Poi c’è l’enigma Proietti, che nei cinque minuti finali prova a risollevare il film. Un enigma, perché non si capisce come possa un grande attore cadere ogni anno in queste operazioni: gratitudine alla memoria del padre oppure forte amicizia con i figli? E comunque a questo punto (dopo il seguito di Febbre da cavallo e Le barzellette) non è più scusato nemmeno lui, perchè perseverare è diabolico.

L’operazione eleva i film di Boldi e Christian De Sica al livello di Quarto Potere, e comunque non è nemmeno lontanamente paragonabile ai fasti di Pierino, Cotechinho, Bombolo e Cannavale. É monnezza che non diventerà mai trash. Perchè c’è solo da augurarsi che ai Vanzina non capiti quanto è capitato a Totò o a Franchi e Ingrassia, ossia grande successo di pubblico e ostracismo dei critici, con tardiva riabilitazione. Quest’ultima non se la meriterebbero.

di martino. f.lli vanzinaAppurato che il cinema italiano, quello di Amici miei e I soliti ignoti, di Una vita difficile e di Il sorpasso, è imploso miseramente, occorre stabilire se ciò sia avvenuto progressivamente con l’esaurirsi dei generi (western, poliziesco, commedia comica, horror) e dei loro mattatori, oppure se si possa individuare un momento preciso di inizio della fine. La risposta è che un momento preciso c’è, e occorre per molti critici fare outing per individuarlo. Si tratta proprio dell’inizio della carriera vacanziera dei Vanzina, quel Sapore di mare del 1983 che nessuno, compreso chi scrive, si perde quando passa in televisione.

Un film che sicuramente strappava qualche risata e qualche emozione, ma che era permeato del dilettantismo vanziniano e pieno di errori che manco Il gladiatore: ambientato nel 1964, ci sono macchine e moto uscite anni dopo, così come i costumi e le acconciature, così come le canzoni (si sente Luglio che è del 1968!).

Pochi critici (tra cui il Mereghetti) furono inflessibili fin da subito e non caddero nella trappola. In molti pensammo invece che il film funzionasse e fosse un buon punto di partenza per la nuova generazione di attori e di registi. Non capimmo che quello era il punto più alto, e che dunque il livello sarebbe solo potuto scendere.

Giovanni Di Martino

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