Tu chiamali se vuoi… Emo

«La vera cosa da combattere, secondo me, non sono le major ma le emo-band». Matt Kelly, batterista della band folk-punk Dropkick Murphys sembra avere le idee chiare sul fenomeno estetico-musicale del momento.

Look androgino, frange che scendono sulla fronte a coprire gli occhi, colori funerei e un’aria pop-esistenzialista a dare il tono a tutto l’insieme: non è difficile individuare i tratti caratteristici del look emo. Uno stile che regnava incontrastato, qualche settimana fa, al concerto dei Tokyo Hotel, band tedesca esibitasi all’Ippodromo delle Capannelle, a Roma, davanti ad una folla entusiasta di 15 mila fan che hanno replicato le solite scene di isterismo che accompagnano i fenomeni musicali del momento dai Beatles in poi.

Il cantante dei Tokyo Hotel, Bill Kaulitz (nella foto a destra), ha addirittura rischiato di giocarsi le corde vocali per l’eccessiva attività live, il che, se vogliamo, rientra pienamente nei canoni della sofferenza di plastica cantata dalle band emo.

«Mi hanno operato all’ultimo minuto disponibile – dice Kaulitz – ancora un paio di show e sarei rimasto afono per sempre. In ospedale ho ricevuto 10 mila lettere di fan disperate. Mi hanno inondato di peluche e cuoricini luminosi. Le ho viste aspettarmi per ore sotto le finestre dell’ospedale».

Un bel momento strappalacrime, insomma, in linea con una sottocultura che vede continuamente adolescenti alle prese con tentazioni suicide più o meno autentiche esternate sui vari myspace. Anche questo è emo, insomma.

Ma cosa vuol dire di preciso questo termine? L’espressione nasce in ambito musicale intorno alla metà degli anni ’80. Inizialmente era “emotional hardcore”, poi abbreviato in “emocore”, poi ridottosi ad “emo”. Nella prima fase il termine designa gruppi indipendenti e abbastanza esoterici della scena di Washington DC. Dopodiché, gli esperti dividono tre ondate: 1985-94, 1994-2000 e la terza che arriva fino ad oggi. Strada facendo, il fenomeno si è commercializzato e la scena emo attuale ha finito per comprendere gruppi di una certa notorietà come 30 Seconds to Mars, Fall Out Boy, My Chemical Romance e appunto gli ormai pop Tokyo Hotel. Il fenomeno, tuttavia, non è solo musicale. Le strade, in effetti, pullulano di ragazzini dall’aspetto gotico-metrosexual, con ciuffi neri a fare da schermo agli occhi, unghie nere, piercing, look finto trascurato e malinconico.

httpv://www.youtube.com/watch?v=llH13hboNYA
(Tokyo Hotel, Ready, Set, Go!)

Ad una richiesta di chiarimento sul significato del termine in un sito web di curiosità, un appartenente a questa sottocultura risponde così (con grammatica disinvolta e “k” d’ordinanza):

«Attaccateci quanto vi pare, ma almeno prima abbiate il coraggio d sapere kosa vuol dire esserlo…colonizzano le strade di tutto il mondo, dalle grandi metropoli ai paesini di provincia. La parola chiave per capire il loro universo è “emozionalità”, tutto ciò che fa vibrare il cuore, vuol dire che se un ragazzo è emo è emozionale, ragazzi che non si credono dei duri ma al contrario esprimono i loro sentimenti più di tutti gli altri […]. Amano corteggiare le ragazze ed essere corteggiati, oscillando tra narcisismo e bisogno di essere accuditi, senza l’ossessione per il sesso. Ti portano dei fiori e sognano ad occhi aperti».

Torna in mente l’ultimo uomo di zarathustriana memoria: «Hanno abbandonato le regioni dove era duro vivere: perché c’è bisogno di calore. Si ama ancora il prossimo e ci si strofina a lui: perché c’è bisogno di calore».

scianca, emo

C’è, tuttavia, chi ha provato a inquadrare il fenomeno in modo diverso.

«Se tra molti giovani la sottocultura “emo” pare sia ritenuta una “cosa da sfigati”, o da “viziati che hanno tutto e che si creano dal nulla problemi enormi per farsi commiserare” – affermava un’inchiesta del Corriere della Sera – secondo uno studio dell’Università del Michigan, “gli emoboy” sarebbero invece ragazzi considerati gentili e fedeli, affidabili e comprensivi, di cui le ragazze andrebbero pazze. Altro che “sfigati” insomma, casomai neo-maschi antitetici al modello “macho tenebroso ed egocentrico”, capaci di scrivere poesie e di inviarle per posta (non via internet) e di anticipare i desideri della propria partner. Nuova specie di neo-romantico finto trascurato, con look a base di t-shirt vintage, jeans invecchiati e capelli spettinati». Sarà. Intanto su internet, ma anche nella vita, l’emo è già bersaglio di critiche non solo ironiche e non solo verbali. Si è già detto dell’opinione di Matt Kelly, che del resto insiste: «Avere quel tipo di look, i capelli lunghi sulla fronte, sentirsi rockstar e continuare a rompere le palle con canzoni d’amore assolutamente orribili, questo è dannoso al punk. A me personalmente fanno schifo, non riesco a concepire come si possa fare questa musica. Molte volte quando vedo queste band mi verrebbe di salire sul palco e spaccargli tutti gli strumenti perchè loro non hanno rispetto per la musica e soprattutto per i fan […]. L’emo e gli emo-kids sono la feccia del punk-rock secondo noi. Che differenza c’è tra gli N’Sync o una qualsiasi emo band? Nessuna!».

Nel web si ironizza e c’è chi sostiene che un emo non è veramente tale finché non si suicida, quindi tutti gli emo sarebbero solamente “poser” (ovvero coloro che adottano un look o un linguaggio solo per moda, senza un’adesione vissuta e genuina). Qualcun altro definisce il tipico frangettone emo come «un taglio di capelli inventato per errore da Pippo Baudo nel 1992 quando, in diretta TV, gli cadde il parrucchino davanti all’occhio.

Nella rete c’è anche chi si è divertito a creare un “emogotchi”, sulla scia del tamagotchi, gadget elettronico di qualche tempo poi caduto nel dimenticatoio. Con qualche punta di sadismo, il sito www.flashgames.it/emogotchi spiega:

«Vi ricordate il mitico Tamagotchi? Vi divertivate a prendervi cura di cani, gatti, e bimbi vari? Allora mettetevi in tasca un piccolo emo e ora prendetevi cura di lui. Fatelo mangiare, fategli fare un po’ di movimento, fategli ascoltare della musica, curatelo, e quando ha sonno mandatelo a dormire… Oppure no! Perchè non uccidere il vostro emo? Prendetelo a cazzotti, lanciategli contro una valanga di mattoncini… fatelo morire o portatelo al suicidio. Quale sarà la vostra scelta? Sarete dolci e gentili con lui, o sadici e senza cuore?».

Qualcuno si è persino preso la briga di raccogliere e montare tutti gli spezzoni di film in cui Jared Leto (attore, ma anche frontman della emo-band 30 seconds to Mars, nel video a sinistra) muore o si fa male di brutto: come in American Psycho, dove viene fatto a pezzi con un ascia da Christian Bale, o in Fight Club, dove Edward Norton lo sfigura sbattendogli ripetutamente la faccia sul pavimento.

Già, Fight Club: cultura della lotta contro mode finto-esistenzialiste? Reazione virile al consumismo versus neoromanticismo d’accatto? Perché no?

Anche se, va detto, qualcuno ha già preso certe invettive un po’ troppo sul serio, tanto che in Messico diverse crew di metallari, “skate punk” e rocker hanno unito le forze per “ripulire” la città di Querétaro dai gruppi di giovani emo soliti ritrovarsi in centro. La cosa si è fatta seria quando si è concretamente venuti alle mani, con tanto di feriti e arrestati.

Quando si dice emo-zioni forti.

Adriano Scianca

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