Teeth e l’eros postmoderno

La storia del cinema avrebbe probabilmente potuto farne a meno, ma certo che l’uscita nelle sale italiane ad agosto di un film come “Teeth”, “Denti”, ha quanto meno un valore simbolico. Nella pellicola di Mitchell Lichtenstein, infatti, Dawn, la protagonista, è una timida liceale americana che scopre di possedere una bizzarra ed inquietante particolarità anatomica: i denti citati nel titolo, infatti, non sono quelli presenti come da norma nel cavo orale. Dawn, infatti, scopre nel corso della storia di avere niente di meno che… una vagina dentata. Idea folle, senza dubbio, che richiama ora Freud, ora, più plausibilmente, l’osteria numero 20. Ma se, dicevamo, i dubbi sul valore artistico del film sono più che legittimi, da un punto di vista simbolico l’idea di base della storia non appare certo rassicurante circa lo “stato dell’arte” dei rapporti uomo-donna. Sovviene come il sospetto che vi sia una sorta di, come dire: incomunicabilità. Torna in mente il surreale – o forse solo iper-reale – dialogo di coppia immortalato in “Cara ti amo” , un classico degli Elio e le storie tese: Lui: “Rimani in casa”. Lei: “Voglio essere libera”. Lui: “Esci pure con chi ti pare”. Lei: “Non ti interessi mai di quello che faccio”. Lui: “Vorrei palparti le tette”. Lei: “Porco!”. Lui: “Mai ti toccherei neanche con un fiore”. Lei: “Finocchio!”.

httpv://www.youtube.com/watch?v=yH8yuld4DUE
(Mitchell Lichtenstein, Teeth, 2007)

Più seriamente, c’è chi ha dedicato a queste dinamiche studi che hanno fatto epoca. Nel 1977, il grande semiologo francese Roland Barthes dava alle stampe il suo celebre Fragments d’un discours amoureux, analisi “strutturalista” che decostruiva il linguaggio dell’innamorato in “figure” o “schemi”. Il libro reagiva alle «svalutazioni enormi di cui soffre l’amore […] imposte dai “linguaggi teorici”. O non ne parlano affatto, come il linguaggio politico, il linguaggio marxista, o ne parlano con sottigliezza, ma in maniera riduttiva, come la psicanalisi. Che cos’è questa “svalutazione” di cui oggi soffre l’amore? L’amore-passione (quello di cui ho parlato) non è “ben visto”; lo si considera come una malattia di cui bisogna guarire; non gli si attribuisce, come una volta, un potere di arricchimento». Barthes, che prende pure le distanze – sia pur in modo non moralistico – dal pansessualismo anni ’60, traccia così un ritratto per “immagini” di un linguaggio che, scrive, «è forse parlato da migliaia di individui ma non è sostenuto da nessuno».

C’è da chiedersi, tuttavia, come il genio indagatore del pensatore francese avrebbe decrittato le figure attuali del discorso amoroso. Che, curiosamente, segnano un ritorno al testuale che avrebbe fatto la gioia di un altro francese eccellente, Jacques Derrida. L’amore ai tempi dell’sms, infatti, sta sostituendo il “sex appeal” con il “text appeal”, per dirla con un articolo di Repubblica di qualche settimana fa. Citando un sondaggio inglese, Enrico Franceschini spiegava sul quotidiano fondato da Eugenio Scalfari che «tre donne su quattro, per l’esattezza il 76 per cento, dicono che il modo di messaggiare di un uomo influenza il giudizio che se ne fanno ed è una parte essenziale della maniera moderna di essere romantici. Dipende, tuttavia, da che tipo di messaggini l’uomo in questione manda alla donna del suo cuore».

Il sondaggio identificava quattro categorie: quello ironico, malizioso, allusivo ma non troppo, gradito dal 68 % delle donne. C’è poi il messaggio breve, che va dritto al punto in modo freddo, che però è sgradito al 56 % delle destinatarie. Sorprendentemente – e fortunatamente – il 63 % delle donne trova infantile e sciocco il linguaggio da sms adolescenziale, fatto di cmq e tvb. In caduta libera anche il genere colto-romantico, ormai piuttosto privo di appeal. Le relazioni sentimentali, insomma, passano sempre di più attraverso gli short message telefonici. Dai frammenti di un discorso amoroso al discorso amoroso in frammenti.

Il che fa molto postmoderno o, per dirla con Zygmut Bauman, è tipico di una seconda fase della modernità, la fase “liquida” che succede a quella “solida”. La “modernità liquida”, dice il sociologo polacco, vede i nostri contemporanei vivere anche un “amore liquido” (entrambe le espressioni si riferiscono ad altrettanti titoli di saggi baumaniani). Gli uomini e le donne, spiega, oggi «anelano la sicurezza dell’aggregazione e una mano su cui poter contare nel momento del bisogno, [sono] ansiosi di “instaurare relazioni” ma al contempo timorosi di restare impigliati in relazioni “stabili”, per non dire definitive, poiché paventano che tale condizione possa comportare oneri e tensioni che non vogliono né pensano di poter sopportare». I contemporanei «affermano che il loro desiderio , scopo, sogno o passione è “instaurare relazioni”. Ma di fatto non sono forse soprattutto preoccupati che i loro rapporti si condensino o coagulino?».

Ci si potrebbe chiedere se questo aspetto delle relazioni umane nella società attuale così ben descritta da Bauman non sia forse frutto di un sovraccarico cerebrale e discorsivo degli affetti, di un narcisismo logorroico, di un parlarsi addosso a proposito di un oggetto – il fantomatico “amore” – che proprio nella sua centralità all’interno dell’immaginario collettivo espone la sua assenza. Non si tratta di replicare il meccanismo già messo in luce da Barthes per il quale l’algida teoria espunge dall’ambito delle “cose serie” ogni discorso sugli affetti. Si tratta semmai di ritrovare quella che Michel Onfray chiama un'”erotica solare”, ovvero ludica, pagana, senza colpa, al di là di ogni logos invadente. Parlarne di meno e farne di più? Diciamo che potrebbe essere una soluzione. Guillaume Faye, dal canto suo, sosteneva in Archeofuturismo che la parola “amore” dovesse essere abolita. Si parli, diceva il provocatorio pensatore proveniente dalla Nouvelle Droite, di affetto, sesso, passione, amicizia, eros, stima. L’esatto contrario, per capirci, degli assurdi movimenti “no sex” che prosperano in internet riunendo coloro che asseriscono di non aver mai provato alcun tipo di desiderio sessuale, mettendo così in luce solo l’altra faccia della nevrosi. Si tratta invece di operare una sorta di decostruzione di un termine sovraccarico di senso, di cui si parla molto e male.

Fuori da un ambito privato, inoltre, la storia ha visto diversi misfatti compiuti proprio “in nome dell’amore”, esattamente perché si tratta di un sentimento narcisistico e assoluto, che ovviamente procede di pari passo con il suo gemello, ovvero l’odio. E poi una liberazione non del, ma dall’amore ci toglierebbe di torno anche i tre quarti della retorica sanremese, rime con “cuore” comprese, e anche questa sarebbe una soddisfazione. Nietzsche diceva: «Molte brevi follie: ecco ciò che voi chiamate amore. E il vostro matrimonio pone fine a queste piccole follie, trasformandole in una lunga stupidità». E quindi? Zarathustra, come sempre, ha la risposta:

«Tu devi costruire al di sopra di te stesso. Ma prima devi essere costruito te stesso, squadrato nel corpo e nell’anima. Tu non devi solo trapiantarti, ma trapiantarti in alto! A questo aiuta il giardino del matrimonio! Tu devi creare un corpo superiore, un moto primario, una ruota che gira intorno a se stessa; tu devi creare un creatore. Matrimonio: così io chiamo il volere di due, di creare quell’uno che è più di chi lo ha creato. Io chiamo matrimonio il rispetto reciproco di due che vogliono questa volontà. Questo sia il senso e la realtà del tuo matrimonio».

Adriano Scianca

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