Storie di un calcio minore…

Parlando di calcio moderno o post-moderno che dir si voglia, si possono citare tantissimi fatti, come abbiamo fatto nell’articolo della scorsa settimana.

Qualcuno potrebbe giustificare questa nuova rotta del calcio, opinando tranquillamente che è il grande movimento di denaro che crea questa situazione. Molti dicono “è colpa dei tifosi, è colpa di chi osanna questi giocatori, se questi diventano delle star”. Questo discorso potrebbe anche essere valido. Quindi il calcio moderno esiste solo dove ci sono i soldi, o più che i soldi dove ci sono i tifosi, gli interessi, gli sponsor, i procuratori e la televisione?

Non è così. Perché il pesce non puzza solo dalla testa.

L’altra settimana sul Corriere della sera, cronaca di Roma, appariva la storia di un ragazzo romano di 22 anni, M.M. Nella scorsa stagione ha giocato nel campionato di promozione laziale, con una squadra della provincia di Roma, il Sant’Angelo Romano. Ecco: non so se voi avete mai visto il campo di questa squadra di provincia: perso sulle curve di una montagna, un enorme campo di terra secca, senza un cristo sugli spalti. Tra l’altro il Sant’Angelo Romano quest’anno è anche retrocesso in prima categoria. Il giovane M.M., studente universitario, che minimo 3 volte la settimana raggiunge da Roma questo paese, prende come rimborso spese (perché fino alla serie C, i giocatori di calcio non hanno un contratto, ma solo un rimborso spese stabilito a voce, che significa tutto e niente) neanche 200 euro. In pratica neanche rientra con i soldi per la benzina.

Chiaramente dalla situazione che vi ho descritto, tutto è animato dalla passione. La passione del giovane calciatore che gioca non per guadagnare ma per svagarsi e correre dietro ad un pallone, e anche la società di calcio, che con i pochi mezzi a disposizione si organizza per i campionati. Dove può entrare qui il calcio moderno?

M.M. a fine anno va in società perché vuole andare via. Il suo cartellino, come in molti casi, è in mano della società fino ai 25 anni, perché secondo la legislazione calcistica, tutti i giocatori under25 che firmano con una società che ha una prima squadra (in questo caso una promozione) sono legati alla società stessa fino al compimento di quell’anno di età. Diciamo che le società sono quindi le proprietarie della vita calcistica di questi giocatori. Tornando a M.M., che chiede di andarsene perché una squadra di eccellenza lo ha contattato, gli viene risposto “Per andartene ci devi 5.000 euro!”. Possibile?

Si è possibile, anche se è una cosa totalmente illegale. I presidenti delle società di calcio, in pratica bloccano in questa maniera i loro giocatori, soggiogandoli al fatto che non possono essere “svincolati”. Quindi o ti obbligano a rimanere, o ti obbligano a pagare queste cifre spropositate, oppure un ragazzo può smettere di giocare a pallone fino appunto ai 25 anni. Con i 5000 euro di M.M. il presidente del Sant’Angelo Romano può benissimo pagare i rimborsi spesi per un anno a tre giocatori che prendono lo stessa cifra di M.M., oppure può rifarci gli spogliatoi, oppure può andarsi a fare una crociera. Società dilettantistiche di serie D o eccellenza, che hanno un settore giovanile, praticamente possono bloccare tutti i loro ragazzi tesserati intorno ai 16/17 anni e poi costringerli a pagare per andarsene. Immaginate se una squadra intera di Juniores (che è la squadra giovanile sotto la prima squadra, come la primavera della serie A per intenderci) è costretta a pagare 1000 euro a ragazzo, per poi continuare a giocare: diventano 20000 euro nelle tasche delle società, sempre appunto in maniera illegale.

La storia di M.M. finisce con una denuncia ai carabinieri. In pratica è stata accompagnato a pagare da una finta sorella, che al momento dell’effettuato pagamento, ha svelato la sua identità, denunciando tre personaggi della società di calcio. Adesso tutto passerà alla giustizia, e siccome i tempi saranno lunghi, molto probabilmente M.M. per un po’ di tempo non giocherà più a pallone in una squadra di calcio.

Perché vi ho raccontato questa storia? Per farvi capire, senza troppo vittimismo, che il calcio di cui parlano i signori del pallone, un calcio fatto di passione, di non violenza, di diritti e sportività non esiste da nessuna parte. Perché poi è proprio nei posti dove il calcio è passione, dove c’è il sogno di tanti ragazzi di stare in un campo, che non esistono le basi per costruire questo calcio. Nei settori giovanili, non esistono le basi appunto per sfornare giocatori, proprio mentre gli illustri pensatori del calcio italiano si lamentano della “siccità” dei settori giovanili.

E al di là della demagogia c’è da chiedersi una cosa: ma perché tutti questi soldi, illegali o legali che siano (illegali in questo caso) non vengono usati per rendere sicuri i campi di calcio delle periferie? O per mettere a disposizione delle proprie società di calcio, attrezzature e corsi per il primo soccorso in caso di malanni dei bambini in campo? Perché non posso scordarmi che in Italia tanti bambini sono morti su un campo di calcio, colti da arresto cardiaco senza che nessuno sapesse fare niente (per non parlare delle visite mediche obbligatorie, fatte alla meno peggio, sempre pagate dai genitori dei bambini). Oppure di un bambino che è morto con la manopola del sistema di irrigazione in petto, perché questa era troppo vicina al campo.

Prendetevi pure 5000 euro, ma almeno, usateli….

Simone Migliorato

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