Per una sinistra reazionaria

LA SINISTRA ITALIANA: UN CASO CLINICO

La Sinistra è un corpaccione tumefatto che, a scadenze regolari, trasuda avanzi di idee pescate a casaccio nelle discariche ideologiche. Senza più padre né madre, abbandonata in mezzo alla strada dalla storia, afflitta da una sequenza di traumatici fallimenti, la Sinistra si contorce, si dilata oscenamente…e alla fine partorisce ogni sorta di mostro. Una volta, ai bei tempi, si era lasciata ingravidare da Marx, e a farci caso, ancora oggi, qualche piccolo bastardo di quell’antica copula lo vediamo aggirarsi tra noi, anche se lacero e contuso. Ma l’organismo progressista è più vecchio di Marx, bisogna risalire all’Illuminismo e al liberalismo puritano per riconoscere al primo sguardo l’inconfondibile profilo della Sinistra. Qui c’è di mezzo il gene liberale. La Sinistra nasce liberale, è un seme fatto cadere per terra dalle borghesie inglese e francese sei-settecentesche e lasciato distrattamente fermentare. Fino a vederselo crescere a dismisura, un rampicante che alla fine ha oscurato alla vista tutto l’orizzonte. Sono nati così i sogni a occhi sbarrati, le allucinazioni sul “mondo migliore”, le tragiche utopie della Sinistra: eguaglianza, libertarismo, pacifismo, progresso, modernità, sviluppo… Adesso, a un tratto, visti i risultati mondiali di quell’infallibile ricetta, tutto questo comincia a puzzare di sbaglio madornale. Si ripropone l’eterno problema della Sinistra che, non riuscendo più a trovare un posto dove stare, prova a sedersi in casa d’altri.

Prendiamo un caso: Bruno Arpaia, il romanziere e giornalista, uomo della Sinistra intelligente, ha da poco scritto il libro Per una sinistra reazionaria: provocazione? Scherzo giornalistico? Trovata commerciale? Niente affatto. Questo fa sul serio. Il ragionamento non fa una piega: ci sono ideali a forte trazione immaginale, saranno pure il contrario del progressismo, ma insomma… la Comunità, la Tradizione, magari pure l’Identità…perché lasciarli in mano alla Destra culturale, che non si sa neppure dove stia di casa? Certo, sono materiali che scottano: a un passo ci sono l’etnicismo e il pericoloso pensiero mitico, un altro passettino e si diventa razzisti, discriminatori, esclusivisti…Ma il rischio vale la candela. Tra di loro, questi progressisti nascostamente stregati dai mondi del Fascismo, un po’ alla Calasso, devono essersi detti che sì, vale la pena rischiare: strappiamo di mano alla Destra virtuale il suo enorme patrimonio, tanto non sa che farsene, maneggiamo noi alla nostra maniera questi bei concetti… in fondo, dice Arpaia, non era Pasolini quello che definiva «destra sublime» quella che si annidava nella tradizione popolare, nella cultura contadina, nella resistenza antiborghese?

Agli scoppiati della Sinistra non par vero di allungare le mani sulla Comunità e sulla Tradizione. Del resto, è da un pezzo che ci provano. Da quando hanno scoperto che Marcuse, Franz Fanon, Sartre, Bloch, Adorno, Russel… sono attrezzi arrugginiti, da quando si sono resi conto che nella loro bisaccia c’è rimasto solo qualche pezzo di pane rancido, che so… una ballata di Bob Dylan, qualche frase di Brecht, da allora è tutto uno sguazzare in acque fasciste: ma non erano infette, non erano tossiche? Sono decenni che non lasciano in pace Céline o Jünger, Schmitt o Marinetti... che ci ronzano intorno, cercando di farli ingoiare al loro pubblico intelligente, un ritocco qua, una rilettura là… non possono fare a meno di strusciarsi a quei corpi… di entrare in quelle atmosfere irresistibili… Adesso prendono di petto la questione. Non gli bastano i nomi, vogliono per sé tutta quanta l’ideologia fascista: tanto, dette da loro, le stesse cose che dicevano i fascisti diventano all’istante “buone”, accettabili, roba fina per palati democratici… eh sì, un conto è essere tradizionalisti come Evola, brutto razzista, o comunitaristi ecologisti come Darré, delinquente nazista; un altro conto è esserlo emanando pacifici afrori di Sinistra.

Arpaia ha scritto sul Corriere della Sera che «bisogna abbattere il mito del progresso… la cultura di sinistra si è adagiata su parole e concetti ormai logori… prigioniera di nozioni trite e ritrite… Progresso, Individuo, Mercato, Modernità, Sviluppo… concetti nati all’incirca con l’Illuminismo…». Sbalorditivo! Noi stessi non avremmo potuto dir meglio! Poi ecco subito l’attorcigliamento: se la prende con la Sinistra liberale, vuole una «sinistra antiliberale ma sostenitrice di un’idea alta di democrazia… rispettosa dei diritti ma stufa del politically correct…». Insomma, è uno di Sinistra che pensa a Destra ma non vuole rinunciare a dirsi di Sinistra… ma allora perché non si “contamina” per davvero, perché non si libera del blocco, perché non salta il fosso e non si confessa fascista, disperatamente innamorato dell’ideologia fascista? Si sentirebbe meglio, dopo, come guarito. Attenzione, però, qualcuno glielo dica, perché una Sinistra fascista è già esistita…

Questi personaggi, che indubbiamente fanno colore, volendo sempre “provarla-nuova”, non sono un’eccezione nella slabbratissima storia del progressismo, non solo italiano, ma europeo. La passione di Gramsci per Gentile e per i “vociani” è nota. La passionaccia di un Giaime Pintor o di un Delio Cantimori per il Nazionalsocialismo è altrettanto conosciuta. Lo stato confusionale, il groviglio emotivo, l’inconfessata attrazione per ciò che reputano il “diverso”, il “malvagio”, che maledicono ma, sotto il loro moralismo borghese, torbidamente adorano, ha già prodotto casi storici di lacerazione coscienziale. Pensiamo ai casi tipici del parigino Collège de Sociologie o della rivista “Acephale”, che sul finire degli anni trenta raccoglievano il meglio delle intelligenze progressiste. Tra gli scritti di Bataille, di Klossowski, di Caillois (i “surfascisti”, così vennero chiamati con disprezzo dagli altri compagni della Sinistra), troviamo eccellenti esempi di schizofrenia ideologica: è tutto un parlare di dionisismo, di forza dell’irrazionale, dei rapporti tra Nietzsche e i fascisti, della potenza del rito e del mito comunitari risvegliati dal Nazionalsocialismo, del sacro e dell’esoterico estetizzati magneticamente a Norimberga… chissà che frèmiti di piacere, appena repressi… tutto sommato ne parlavano male, certo, ma quanto ne parlavano! E non fu proprio Bataille, e già dal 1934 – con oltre settant’anni di anticipo sul piccolo Arpaia… a invitare la Sinistra «a impossessarsi degli strumenti lessicali della destra»?

Trasparentissima era allora l’inconfessata attrazione fisica per quegli argomenti, per quei simboli, per quelle ipnotiche atmosfere. Oggi, dalle piaghe aperte della Sinistra nostrana, fuoriescono esattamente gli stessi fremiti, le stesse tentazioni…Del resto, è storia vecchia: i primi illuministi si innamorarono degli Spartani, scambiarono la loro eguaglianza di rango, limitata alla casta padrona, per egualitarismo tout court…E poi non perse la testa la Sinistra per Fichte, il filosofo che scrisse sullo Stato nazionale chiuso? Alla Sinistra bastò che Fichte avesse scritto sulla limitazione della proprietà privata a chi lavora, per crederlo uno di loro…e quell’alfiere del nazionalismo tedesco, icona del Terzo Reich, venne subito pubblicato da Samonà e Savelli, la casa editrice della Sinistra radicale anni settanta…

Patologie di questo genere la dicono lunga sull’ignoranza, lo squilibrio, il penoso mulinare di uno schieramento politico che ha sempre fatto vanto di essere razionale, lucido, realista… La Sinistra, comprendiamo perfettamente, oggi ha la nausea di se stessa… ogni giorno s’inventa una faccia nuova… ci si è stufati persino dell’eguaglianza, persino del progresso… Non vuole più essere leninista, non vuole più essere giacobina, non vuole più essere illuminista, è tentata orrendamente da miti e concetti irrimediabilmente fascisti… che ne facciamo allora di questa povera Sinistra con un tremendo mal di testa? L’affidiamo a Veltroni? Ma certo, quella è la sua vera natura.

La faccia di Veltroni è la vera faccia della Sinistra, quella italiana come quella mondiale. Un liberalismo per poveri cristi. Non certo la faccia di un D’Alema, che fa troppo Comitato Centrale. Il veltronismo, questa melassa californiana trapiantata in Italia: ecco l’identità dei veri progressisti. Qui sciaguattano tutti i relitti del buonismo: non è stato forse il brav’uomo Veltroni a dire che chi sta a Sinistra lo fa perché è “buono”? E gli altri? Tutti cattivi. Come nelle fiabe. La Sinistra è convintissima di essere lei sola buona e pacifica. Persino Che Guevara, uno che fece la guerra e ammazzò nemici per tutta la vita, nel cervello immaturo e ipocrita della Sinistra diventa un santo pacifista.

Il veltronismo lo diresti un francescanesimo mal compreso, è un dialogare a vanvera con gli uccelli, un atteggiarsi a guru di borgata, col sorriso un po’ ebete sul volto filantropico. E poco importa se San Francesco era un rigido osservante della regola gerarchica di Santa Romana Chiesa, o se parlava a brutto muso col califfo. Veltroni è un devoto anche di Gandhi, il non-violento. E poco importa se il Mahatma era un fiero nazionalista, che disse di aver scelto la non-violenza solo perché non aveva i mezzi per far fuori gli Inglesi con la forza, se era un difensore del sistema razziale delle caste, un ammiratore di Mussolini, che venne a omaggiare a Roma negli anni trenta. Ma Veltroni, lo sanno tutti, è soprattutto un devoto dell’immaginetta kennediana. E poco importa se i due Kennedy erano amici dei mafiosi, se scatenavano guerre sanguinarie, se se la facevano insieme con Marilyn, che spinsero al suicidio o che forse fecero direttamente ammazzare…questi sono solo dettagli…pedanterie…l’importante è credere all’altra America, quella buona, quella pacifica, quella che non esiste, quella che si sono inventati due o tre romanzi, due o tre film, quella che sa di campus libertario, di sacco a pelo e di Easy rider…La fuga dalla realtà, il rifugio nel sogno latte e miele, peace and love… Lasciamo che la Sinistra si addormenti con negli occhi questa favola idiota, con negli orecchi questa ninna-nanna per bambini deficienti…

Non svegliamola.

Luca Leonello Rimbotti

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