TUTTI GLI EROI (COMICI) DI MARCELLO MARCHESI
Trent’anni sabato scorso. Da quando Marcello Marchesi, insuperato genio del calembour, è uscito di scena. A soli 66 anni. A modo suo, come a interpretare una delle sue buffissime gag, di quelle che
hanno reso famosi fior di mattatori del piccolo e grande schermo. Sì, perché la leggenda vuole che quel 19 luglio del 1978, per far divertire il figlio, Marchesi abbia azzardato una capriola tra le onde e battuto violentemente la testa su uno scoglio. Morendo sul colpo in una pozzanghera d’acqua nel mare di San Giovanni di Sinis, due passi da Oristano. «L’importante è che la morte ci colga vivi», aveva detto. Per ridere, non che lo pensasse davvero. Al contrario. Mai come allora si era sentito ferocemente attaccato alla vita. Tanto da rinunciare alla Mercedes con autista (i più maliziosi raccontano che, colto da ipocondria, avesse preso a coprirsi le gambe con un plaid) e comprarsi una 500. Una svolta. «C’è chi si sente giovane perché, in cinquant’anni, non ha combinato nulla – scrive in Diario futile di un signore di mezza età (Rizzoli 1963) – e c’è chi si sente giovane perché tutto quello che ha combinato l’ha dimenticato. È il caso mio».
E poi l’amore, «che ha diritto di essere disonesto e bugiardo. Se è sincero». Il potere rigenerativo delle seconde nozze. Marchesi, due anni prima di quell’ultima giornata d’estate, lasciatosi alla spalle il matrimonio con Bianca Lattuada, si era innamorato della sua governante sarda, Enrica Sisti. All
’età di 64 anni, giusto il doppio di quella della sua nuova compagna, si ritrovava felicissimo papà di Massimo Stefano.
«Per la gioia sono ingrassato di dieci chili – ripeteva agli amici – e dire che avevo fatto sacrifici inutili per calarne venti, tanto per non procurare uno choc troppo traumatizzante a mio figlio. “Quel poveretto, appena apre gli occhi e mi vede gli verrà un dubbio: ma quello è mio padre o mio nonno?” Allora mi ero deciso a compiere l’operazione restauro: via i chili superflui, e via anche la barba che, quando si è su di anni, non fa contestatore ma solo matusa».
Quando, nel marzo del 1977, pubblica Sette zie (nella mitica collana degli Umorlibri di Rusconi) – «un giallo della memoria, l
a caccia a un ricordo condotta con tutti i mezzi: dall’indagine poliziesca alla ricerca proustiana, dalla sollecitazione parapsicologica al delirium di droga» – Massimo Stefano ha solo sette mesi ma è lui a “firmare”, nella seconda di copertina, il profilo dell’illustre genitore: «Il mio papà è un umorista (che deve essere una cosa non tanto per la quale) e poi ha fatto di tutto: teatro con le ballerine, cinema da ridere, tanta radio, anche l’attore quando aveva la mezza età e poi è stato poeta a tempo perso e battutista a tempo pieno. Ha fatto anche la guerra ma l’ha perduta. E’ stato “talent-scout” e lanciato quasi tutti i comici famosi: Walter Chiari, Ugo Tognazzi, Paolo Villaggio, eccetera. Per il resto – conclude – non vedo l’ora di essere in grado di poter leggere questo suo libro. Beati voi che potete leggerlo subito. Ciao».
Beati noi anche a rileggere adesso i suoi funambolici libri, ricchi di aforismi e riflessioni.
Da Essere o benessere a Il sadico del villaggio e Il malloppo. Nel poter godere delle sue battute fulminanti quanto attuali, dell’ironia irriverente senza essere offensiva, in grado di far divertire e riflettere insieme. Geniale e modesto, mai supponente, il Marchesi: «Io sono solo un battutista – si scherniva – uno sloganaro». Niente a che vedere con la saccenza di certa satira militante che oggi sale in cattedra e predica alle folle (piccole, a dire il vero), capace solo di denigrare il “nemico” in nome della propria (presunta) superiorità morale. In un’Italia in cui andava di moda la lotta di classe, lui rispondeva così: «A me capita di odiare non una classe ma solo una persona. Alla volta». E ancora: «Bocciate! Bocciate un po’ di figli del popolo. Che rimanga qualche idraulico».
«Una pecora nera in un gregge di pecore bianche – l’ha definito Roberto Gervaso – perché da noi gli umoristi puri non hanno mai avuto fortuna. E quei pochi si contano sulle dita di una mano e Marchesi del grande umorista aveva la sagacia psicologica, l’indulgenza e la malinconia, l’agilità, l’entusiasmo e la ve
rve di un ventenne – ricorda lo scrittore romano – tanto da surclassare persino Walter Chiari, che gli deve i più bei testi del suo repertorio e i suoi successi più clamorosi».
a canzoni.
piacere i vertici Rai. Tanto da volere Leo Valeriano, artista dichiaratamente di destra, per la rivista televisiva Ti piace la mia faccia?, che venne però clamorosamente bocciata proprio dai dirigenti Rai. Anni dopo, sempre con il buon auspicio di Marchesi, Valeriano inaugurerà il nuovo locale “L’Ideota”.
ativa della contestazione. Non a caso questa opera “scandalosa” – nel 2002 riapparsa in libreria in edizione integrale grazie a Stampa Alternativa – costò a Jacovitti l’interruzione della collaborazione con “DiarioVitt”.
hesi, «se ritardo d’un paio d’ore succede la fine del mondo, se muoio non se ne accorge nessuno» – ma sua è la paternità di battute e spot che hanno fatto la storia del costume italiano del dopoguerra. Fonti inesauribili, ampiamente saccheggiate negli anni a seguire. «Anche le formiche, nel loro piccolo, s’incazzano» è sua, non di Gino e Michele, che l’hanno ripresa per titolarci un libro del 2002. E sue sono: «Con quella bocca può dire ciò che vuole», «Falqui: basta la parola!», «Il brandy che crea un’atmosfera», «Il signore sì che se ne intende». È la stagione del Carosello, straordinario contenitore pubblicitario e appuntamento immancabile per le famiglie italiane: per i grandi – che si preparavano a godersi la serata davanti al piccolo schermo – e per i piccoli, per i quali segnava l’ora di ritirarsi. E ancora una volta a muovere i fili c’è lui, instancabile fabbricante di idee, giochi di parole e paradossi rimasti celebri. Ben più del loro creatore. «Il mondo è fatto a scale, chi è furbo prende l’ascensore». Lui è salito di corsa e ne è sceso ruzzolando. Perché la sua missione, nobilissima, era far ridere.






