Il tunnel delle multe

Un lutto gravissimo ha colpito la nostra Caporedattrice, Susanna Dolci. Nelle prime ore del pomeriggio del 26 luglio, si è spenta a Frascati, all’età di 100 anni compiuti lo scorso Settembre, l’amatissima nonna Marina. Giunga a Susanna l’abbraccio di tutti noi.

ONTOLOGIA DEGLI OGGETTI QUOTIDIANI

Eccolo qua Maurizio Ferraris, ampio curriculum vitae filosofico all’attivo, cimentarsi tra il serio e l’ironico con la vita quotidiana. O meglio con i suoi variegati paradossi. E più opportuno ancora, con i suoi numerosissimi reali e concreti oggetti-cose di comune visione ed uso.

Autore di oltre trenta libri di ermeneutica, estetica ed ontologia, mirabile docente ed acuto giornalista, il nostro (o vostro che dir si aggradi) provoca un’agitazione della realtà, passando ai raggi X di un vero e proprio dizionario filosofico tascabile (il presente volume testé editato dall’Einaudi) aneddotici controsensi, nonsensi ed incongruenze del comune vivere in rapporto ad una serie di manufatti che sono prettamente dentro e fuori dell’appunto già comune citato.

Sono qui ben 129 le voci del quotidiano oggetto-prodotto apparecchiate sul tavolo della realtà. Da catena, dolcevita, elmetto, gratta e vinci a pedaggio, scatola, tromba, zoccoli, etc. etc. Una quotidianità di esempi-cose ben calzanti, alla “miti d’oggi” od all’ “essere nel mondo”.

E pensare che il tutto è nato da ben tre multe accertategli da tre Autovelox il 21 gennaio 2004 all’interno del traforo del Monte Bianco (da qui il titolo del volume). Nel saggio conclusivo nominato Quisquilie – di totòesca reminiscenza – e quiddità , l’autore invita il prodigo lettore a considerare il suo scritto alla stregua di un “deposito di un rigattiere” che vuole anch’esso spiegare (od almeno provare a) “l’ontologia della vita quotidiana”.

Ed eccolo aprire, dunque, le porte di una galleria di personaggi e situazioni proprie della specificità della umana storia degli ultimi due secoli circa e con rimandi di rito, trascendendola, appiattendola o facendola sprofondare a piacimento. Cognomi illustri e nomi geniali si alternano nella visione della realtà in rapporto all’oscuro “oggetto del desiderio” a quella cosa-ente oggettivo o soggettivo, dipendente ed autonomo dall’uomo nella sua fisicità, psicologia e spiritualità del qui ed ora. Shakespeare mette in bocca ad Amleto: «Ci sono più cose fra la terra e il cielo che in tutte le nostre filosofie».

E se quelle cose sono assai a noi vicine, la questione si fa più intrigante, pericolosa od anche paurosa. E quindi se ontologicamente si discetta “sulla natura e la conoscenza dell’essere come oggetto in sé in senso metafisico e oggettivo del reale” questo andrà ad incontrarsi con l’oggetto come pretta fisicità ed anche incorporeità che ci scruta in silenzio da ogni dove, provocando, a reazione, un nostro subitaneo senso di dubbio ed un magmatico porsi di atroci domande del tipo “Tu cosa sei?” “A cosa mi servi e quanto?” “Chi è il padrone di chi o cosa?”.

La realtà straripa di oggetti: oggetti mito o sociali, oggetti culto od ideali, oggetti tecnica o voluttuosi, oggetti da ipermercati, oggetti, oggetti, oggetti… Quanto siamo noi circondati o fors’anche prigionieri di una forchetta, di un cd, di una chiave inglese, di un libro o di una scarpa da ginnastica (tanto per elencare…)?? Quanto il nostro essere si rapporta ad esso-oggetto ed in conseguenza alla realtà contestuale o parallela su od ad un altro livello? Critici “rimandi a” e “segreti di” appaiono perciò alle spalle di un realismo che va così e sempre dinamicamente compreso, discusso, negato e, perché no, ri-modellato. Quesiti riflessivi dunque ‘sì incalzanti ai quali, ad esempio, nel 1969 (in Italia nel 1971) l’Omero argentino, Jorge Luis Borges, già meditabondo cercava così di rispondere:

Le cose

Le monete, il bastone, il portachiavi,

la pronta serratura, i tardi appunti …,

le carte da giuoco, gli scacchi, un libro…

Quante cose,

atlanti, lime, soglie, coppe, chiodi,

ci servono come taciti schiavi,

senza sguardo, stranamente segrete.

Dureranno più in là del nostro oblio;

non sapran mai che ce ne siamo andati….

Col tempo una cosa di più, una cosa, una delle vanità o abitudini della casa…

Oppure nel 1977 veniva pubblicata nel nostro paese una lunga novella di cui, purtroppo, ho perso la memoria sia del titolo che dell’autore ma che mi rimase però impressa perché a suo “semplice” dire raccontava in toni apocalittici di come un giorno, improvvisamente, tutti gli oggetti si fossero ribellati all’uomo e, presi da vita autonoma, avessero iniziato ad imprigionare tutti gli esseri umani nelle loro abitazioni sino a portarli alle estreme conseguenze della morte.

L’oggetto è semiotico in quanto ci “indica” parte del segno-segnale di ogni tempo, in questo caso ed in questo ora del nostro attualizzarci. Sia esso di categoria buona o cattiva spetta a noi giudicarlo nella più sana autonomia e soggettività senza però dover sperare di essere od attendere quell’eterno e granitico oggettivo deus ex machina che dovrebbe provvedere a cambiarne funzioni ed accessoriati. E consci di tale portato umano, possiamo “serenamente” spegnere il computer o chiudere l’arcaica penna leggendo e riflettendo altrettanto “quietamente” su quanto segue dal qui e cui sopra sezionato volume:

«Bancomat.

Una volta, un bancomat da cui ritiravo i soldi mi ha fatto gli auguri per il mio compleanno, facendomi sentire terribilmente solo e, contemporaneamente, spiato. Ammetto che l’idea, nel fondo, era buona, ma sulla realizzazione c’è tanto da ridire, o, almeno tre cose.

La prima che se nessuno ti ha fatto gli auguri per il compleanno, non è che quelli del bancomat ti consolino più di tanto. Sono, nel migliore dei casi, un po’ venali: tu prendi dei soldi, o ricarichi il telefonino, e questo ti fa gli auguri (altrimenti, mai e poi mai avrebbe pensato a te).

La seconda è che questo piccolo gesto ti ricorda quanto la banca sa su di te, in qualunque momento, mentre tu non sai quasi niente sulla banca, e sui tuoi fondi, anche qui in qualunque momento, e non è mica bello. Loro sanno che hai ritirato dei soldi a Bergamo in quel tal sportello il giorno tale, tu non sai niente, o quasi, della fine che fanno i tuoi soldi.

La terza è che il bancomat, possiamo dirlo senza troppe esitazioni, è una macchina, dunque non ha sentimenti: eppure pretende di averli (vedi Fidanzata Automatica). Si possono fare degli auguri senza pensarci, e in maniera meccanica? Qualche volta sì, ma bisogna che a farli sia una persona, non una macchina. E allora che razza di pagliacciata sono questi auguri (Pedaggio)? Per dimostrare che le banche – almeno su questo – non sono del tutto senza cuore vorrei però precisare che non mi è più successo, dunque qualcuno in banca avrà fatto pressappoco le mie stesse considerazioni».

Susanna Dolci

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