Quel pagano di Pound

La cultura enciclopedica di Ezra Pound amava i dettagli.

La sterminata poesia dei Cantos – una specie di Divina Commedia del XX secolo – consiste in una frenetica scorribanda tra le pieghe del sapere. Una folla di nomi e di luoghi, antichi come contemporanei. Da Confucio a Mussolini, da Giulio Cesare a Yeats o a Jefferson, dai miti greci alla seconda guerra mondiale, sembra che tutta la storia e lo scibile vi vengano rinchiusi a forza, in un vertiginoso intrico di rimandi e allusioni.guido cavalcanti su Il Fondo di renzaglia

Ma per il rimatore duecentesco Guido Cavalcanti, Pound nutrì sin da giovane una speciale predilezione. In lui individuava simboli. Riconosceva antiche insorgenze. E vi trovava i magismi e i miti esoterici che cercava. Gli sembrò che fosse un custode della parola inesprimibile. Diventò per lui l’alter ego di Dante: quanto questo era grande ma algido teologo, di tanto l’altro era irrazionale e appassionato indagatore di sensi. Nei suoi versi cortesi, frutto di una cultura appunto di corte, aristocratica, che dava vita a una poesia feudale, un’estetica di casta, insomma un cor gentile, come a dire un animo di razza, Pound lesse il riemergere di un filone occulto della cultura europea. Esoterista e paganeggiante, attratto dal vortice erotico e dall’immagine balenante, Pound amò di Cavalcanti il verso carnale. L’allegoria del corpo ombreggiata dal vocabolo tenue e sinuoso. L’istinto radicale racchiuso nella seduzione di termini primaverili e solari. Amore che sgorga subitaneo dall’anima dei sensi, e non è frutto di cura perseverante.

Per aver superato i blocchi teologali che erano dogma nel Medioevo, e che imponevano l’innaturale disprezzo per il corpo, Cavalcanti lo hanno a lungo chiamato averroista. Noi diremmo piuttosto aristotelico, poiché “averroismo” è un termine per chiamare Aristotele con lingua non sua. E Aristotele disse appunto che l’amore risiede tra le pieghe dei sensi. Pound afferma che tutto il Dolce Stil Novo, e Cavalcanti in particolare, non furono che un cuneo neoplatonico piantato nel bel mezzo del monolite cristiano medievale. Essi ristabilirono l’asse platonico tra amore-concupiscenza e amore-contemplazione.

In uno scritto del 1931, Pound affermò che:

«questo elemento nuovo della produzione medievale non ha nulla a che fare col Cristianesimo…», giudicando che in Cavalcanti «si afferma il concetto del corpo come perfetto strumento dell’intelletto sempre più vigoroso…L’ascetismo dogmatico è ovviamente inessenziale alle percezioni delle ballate di Guido».

Esiste uno stretto legame tra la letteratura romanza cavalleresca, che aveva al centro l’idea di onore di sangue ed era ancora egemone nel secolo XIII, e quella delle municipalità italiane duecentesche, che si rifacevano al repubblicanesimo romano: e anche questo aveva nei concetti di honos e di virtus i suoi cardini. Sia nelle corti provenzali che in quelle comunali italiane, tornò ad avere spazio una concezione dell’Amore che ricordava da vicino quella pagana, intrisa di attrazioni vibratili, di bagliori di sguardi, di potenti emozioni sensuali, di sottili complicità psicologiche.

È un quadro in cui l’uomo reca onore alla donna, ma viene intimamente divorato dall’attrazione, fino a invocare la morte per lenire l’inappagato che dispera: questi i contorni del tragico cortese.

Non fu che l’anticipazione di quanto avverrà poco più tardi con l’Umanesimo, quando la riscoperta piena della metafisica platonica favorirà, nella letteratura e nella filosofia, il riapparire di Eros pagano, alla maniera di un Ovidio: basta pensare a Marsilio Ficino, che sulla scorta dei tragici greci era andato considerando l’amore quale opera alchemica: energia, potenza, natura, magnetismo.

A riprova di ciò, Pound scrisse ad esempio che la statuaria classica era materia viva che celava il Dio, addirittura «plastica tendente al coito», volendo dire che era scatenamento della sensualità della forma e dilagante seduzione di proporzioni; e a quell’arte affiancava appunto la poesia arcaica italiana e certi pittori del Rinascimento, come Botticelli o Jacopo del Sellaio, dicendoli tutti, gli antichi e i più recenti, «liberi dall’ossessione dell’inferno».

Pound ricorda non a caso che Cavalcanti venne definito ora filosofo naturale, ora epicureo, certo con l’intenzione di demonizzarne la figura.

Esiste peraltro tutta una tradizione che attribuisce ai trovatori provenzali, ai tedeschi Minnesänger (“cantori d’amore”), agli stilnovisti toscani, e allo stesso Dante, l’appartenenza a sodalizi esclusivi quali i “Fedeli d’Amore”, che avrebbero coperto con linguaggio chiuso argomenti filosofici e sapienziali proibiti dalla Chiesa, e anzi da essa duramente perseguiti come eretici.

Si capisce dunque che ci furono per così dire due “Medioevi”: uno strettamente teologico, l’altro cortese…uno cristiano, l’altro paganeggiante.

Questa dicotomia viene ben rilevata dal recente libro di Maria Luisa Ardizzone Guido Cavalcanti. L’altro Medioevo (Edizioni Cadmo di Fiesole), che dedica un intero capitolo alla lettura poundiana di Guido. Qui si ha la conferma che, dietro la parola rapida, esile, dello stilnovista, dietro il vocabolo dolce, la metafora accennata e il termine innocuo, in realtà si agitano interi spaccati di una concezione del mondo potente e irrazionale.

La Ardizzone, ad esempio, dopo aver ricordato che l’altro Medioevo che Cavalcanti rappresenta è quello che dà spazio «alla vicenda biologica e terrena dell’individuo…lì dove elegge temi quali le emozioni, la passione corporea e i desideri, il piacere», scrive che «Cavalcanti considera la vita dell’uomo dominata dai venti della passione».


Già attratto dalle origini delle culture nazionali europee, si comprende che Pound venisse irresistibilmente affascinato da queste atmosfere particolari, che ne indirizzavano i significati verso l’occulto e l’abissale.

Nella sua onnivora ricerca di segni, Pound – che era un cultore di esoterismo, ben inserito nelle cerchie ermetiche e rosacruciane della Londra di inizio Novecento, abbeveratosi agli scritti di G. R. Mead (biografo gnostico di Apollonio di Tiana, il Cristo pagano) – dette fondo a una sorta di enciclopedismo iniziatico, un aspetto sostanziale di cui è imbevuta tutta la sua opera, a cominciare dai Cantos.

In questo senso, egli formulò precisi collegamenti, ad esempio, tra il Catarismo occitano-provenzale e i letterati toscani del Duecento e fino agli umanisti: il primo e i secondi unificati dal discendere tutti dai Misteri greci di Eleusi. Non è bizzarria di poeta: esiste una ricca storiografia che individua il percorso effettivamente seguito dalle antiche iniziazioni pagane nel corso dei secoli, dalla Grecia all’Europa occidentale. Come è il caso dei Bogomili, “eretici” che dai Balcani si spostarono fino in Occitania e in Italia, diffondendovi le loro liturgie di origine greco-classica.

I Catari – altrimenti detti Albigesi – pare proprio fossero depositari di relitti di sapere pagano, attinto per queste vie. Uno studioso di Pound ha scritto che la concezione poundiana dell’albigeismo, che ha un ruolo importante nella sua opera, «derivava in parte da Joséphin Péladan, il rosacrociano francese, il quale riteneva che Gemisto Pletone, Marsilio Ficino, Dante e i trovatori fossero tutti albigesi…».

La cultura trobadorica e quella dello stilnovismo italiano, come più tardi il neo-platonismo della corte medicea, in altre parole, non sarebbero stati per Pound che una riemersione della filosofia misterica pagana.

Nel suo libro, la Ardizzone offre ulteriori materiali per rinforzare questa prova. Ed esplora a fondo quei significati “sottili” che innervano la pagina tanto di Pound quanto di Cavalcanti.

La famosa canzone Donna me prega, ad esempio, studiata a fondo da Ezra, viene vista come un condensato di simboli: il rapporto – quasi jüngeriano – tra Forma e pensiero; la mistica della luce; la lotta tra questa e l’oscurità dell’Amore, che è detto provenire dagli influssi di Marte; l’importanza della memoria («Il dove sta memoria è platonismo», scrisse Pound), che con la phantasia scaturisce dal potere del corpo; gli “spiriti” come sensi intelligenti…e così via.

Nel suo ricchissimo libro, la Ardizzone sottolinea tra l’altro:

«l’importanza della materia luminosa nella poesia di Cavalcanti. Pound ritiene tale materia fondamentale nell’estetica toscana e la vede connessa alla “corporalità” che indica come “materia attiva”…».

Al vertice di tutto ciò si trova, diciamo, l’ideologia del magnetismo e dell’attrazione tra corpi fisici affini. Facciamoci caso: è la medesima intuizione di Goethe (le “affinità elettive”…), di Schopenhauer e dei romantici: l’uomo superiore è dominato dall’irrazionale che pulsa biologicamente nel sangue suo e di chi gli è simile. Questa sarà l’ultima “eresia”. Alla fine, eresia politica: quella del Novecento, contro la modernità egualitaria, che considera l’uomo non corpo sacro di luce, ma materia vile da sottoporre alla schiavitù di Usura…

Come sappiamo, Pound amò l’Italia romana del XX secolo; in essa riconosceva l’Italia giovane del Duecento: grandezza delle arti entro potenti simbologie di tradizione arcaica e comunitaria. Il “gotico” Cavalcanti – che a Firenze sedeva nel Consiglio generale del Comune, insieme a Brunetto Latini e Dino Compagni, e che fu l’artefice della pace tra guelfi e ghibellini – divenne ai suoi occhi mito visionario, capace di imprimere poderose aperture su passato e presente, fusi in un’unica ipnosi.

In un celebre brano dei Cantos, scritto direttamente in italiano (e pubblicato su Marina Repubblicana nel febbraio 1945), subito dopo aver ingiuriato con veemenza dantesca Roosevelt, Churchill e Eden – definendoli «bastardi ed ebreucci / Lurchi e bugiardi tutti…» -, Pound narra di come gli apparve all’improvviso al galoppo lo spirito di Cavalcanti, iniziandolo a una sognante visione.

È allora che prende vita una pastorelleria duecentesca in piena regola, ma dentro una scena di guerra contemporanea. In Rimini, dunque, semidistrutta dai bombardamenti (ed era la città del condottiero Sigismondo Malatesta, nascostamente devoto al Dio Sole, così tanto ammirato da Pound), una «contadinella un po’ tozza ma bella», già violentata dalle truppe alleate, per vendicare l’onore suo e della sua stirpe guida una pattuglia di canadesi dentro un campo minato, facendoli saltare insieme a lei, ma salvando i due prigionieri tedeschi che si portavano dietro:

«Gloria della patria!…Nel settentrion rinasce la patria, / Ma che ragazza! / che ragazze, / che ragazzi, / portan’ il nero!».

Così canta Pound la moderna eroina in nero…Questo episodio reale, di cui il poeta lesse su un giornale fascista alla fine del 1944, è un po’ la sintesi – stavolta non cifrata, ma ben chiara – di tutto un modo di considerare l’uomo, la storia, i valori, la cultura.

Dopotutto, non aveva Pound appreso, proprio da Cavalcanti, che l’Amore fresco e sublime trattiene un’anima oscura e combattiva, governata da Marte, il Dio della guerra?

Luca Leonello Rimbotti

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