Funny Games

Vuoi venire a giocare con noi… per sempre?

L’inquietante invito che le gemelline Grady rivolgevano al piccolo Danny Torrance nei corridoi labirintici dell’Overlook Hotel in Shining, di Stanley Kubrick, mette ben in luce il carattere ambivalente della dimensione ludica. Il gioco: una cosa innocente, innocua. Ma esistono anche strani giochi, divertenti solo se sei tu a condurre le danze.

“Strano” e “divertente” sono due dei tanti significati dell’inglese funny. E di Funny Games parla esattamente il film omonimo uscito negli Stati Uniti il 14 marzo e che nel nostro Paese verrà distribuito dalla Lucky Red l’11 luglio.

La pellicola, che vedrà la partecipazione di star di prima grandezza come Naomi Watts, Tim Roth e Michael Pitt, è in realtà il remake di un omonimo film del 1997 girato dal medesimo regista, ovvero l’austriaco Michael Haneke.

La trama è terribilmente semplice: una famiglia borghese – madre, padre, bambino e cane – va a passare il week end nella propria casa sul lago. E’ in quel momento che si materializzano nelle loro vite Peter e Paul, due giovani distinti che si dimostreranno presto due psicopatici pronti a prendere in ostaggio la famigliola per sottoporla ai loro crudelissimi “giochi”, in un crescendo di orrore privo di vie d’uscite consolatorie.

Abbiamo citato Kubrick. Ed in effetti il film ha molto di kubrickiano. C’è la malvagità efferata ma innocente di Alex, il capodrugo di Arancia meccanica. Ma c’è anche molto Shining. Tutta la fase dei titoli di testa, con l’allegra famiglia che, su una station wagon ripresa dall’alto, attraversa amene località montane per recarsi nel proprio altrove rassicurante ricorda in effetti l’incipit perturbante che caratterizza il capolavoro del 1980 che aveva per protagonista Jack Nicholson. In entrambi i casi, il luogo in cui le due famiglie decideranno di isolarsi per ritrovare se stesse sarà invece la loro trappola mortale. La casa come prigione, l’isolamento accanitamente ricercato come condizione di possibilità dell’orrore subìto. Tutto ciò porta alla mente quello che Freud racchiuderebbe sotto la voce “das Unheimlich”, ovvero il perturbante, lo spaesante, ciò che ci spiazza perché non è heimlich, ovvero familiare, domestico, fidato, appartenente alla heimat, alla casa e che però irrompe nel cuore delle nostre sicurezze più salde. Il sociologismo un tanto al chilo sembra avere il match point servito: si tratta di una critica della famiglia borghese. Tutto chiaro, tutto semplice.

In Funny Games, tuttavia, le cose sembrano essere più complicate. Prese nel vortice insensato di una tortura psicologica e fisica, le vittime pronunciano diverse volte la domanda delle domande: «Perché?». Nietzsche diceva:

Nichilismo è la mancanza di risposta al perché.

Ed ecco allora che pochi film riescono ad essere più nichilisti della pellicola di Michael Haneke. In prima battuta, infatti, gli aguzzini rispondono con un disarmante «Perché no?». Più in là con la storia Paul, il personaggio carismatico della coppia luciferina, azzarda un’analisi sociologica delle motivazioni che spingono il goffo Peter a sposare la violenza gratuita. Prima prova con la spiegazione sociale: il suo collega viene da un contesto di degrado, povertà, abusi. Poi azzarda un’interpretazione opposta: Peter è un ricco viziato che uccide per colmare un decadente vuoto interiore.

In entrambi i casi, in realtà, l’ermeneutica è fittizia, falsa, costruita. Fa tutto parte del gioco: dare false spiegazioni per spiazzare la vittima (e lo spettatore), costringendolo ad escogitare tattiche di sopravvivenza che verranno sistematicamente aggirate, frustrate, ridicolizzate, annientate. Non c’è alcun perché, in realtà. Peter e Paul sono cattivissimi e basta. Non c’è via d’uscita, non c’è redenzione.

Tutto il film sembra in effetti costruito per disturbare il pubblico. Non tanto per le scene di violenza, che avvengono sistematicamente fuori campo, ma proprio per l’attesa di una catarsi che non verrà mai. Catarsi logica: “il colpo di scena finale” in cui tutto è spiegato. Catarsi etica: i due pazzi hanno infine ciò che si meritano. Ebbene, in Funny Games non c’è nulla di tutto questo. La logica è cortocircuitata dall’assurdo, persino dalla macabra ironia. «Peter e Paul sono una versione agghiacciante di Laurel e Hardy», ha scritto Alessandra Di Luzio. La scena in cui la perfida coppia fa il suo ingresso nella storia, con Peter che chiede per due volte in prestito delle uova che finisce immancabilmente per rompere, è intrisa di un acidulo umorismo mitteleuropeo che lascia pian piano spazio ad un atmosfera di opprimente inquietudine senza che vi sia soluzione di continuità.

httpv://www.youtube.com/watch?v=Ec-70W_K77U
(Michael Haneke, Funny Games, 2008)

Gli stessi meccanismi registici sembrano pensati con lo stesso intento. Il tocco minimalista, insistito, con un uso talvolta ipertrofico di quella camera fissa che, di nuovo, ricorda alcuni momenti kubrickiani sembra in effetti condurre per mano lo spettatore nella terre desolate di un agghiacciante nonsense.

Mancanza di senso che diviene palese nei diversi momenti metacinematografici in cui Paul, sempre lui, finisce per rivolgersi direttamente allo spettatore. Il che, a ben vedere, ha un duplice significato: da una parte ci rende irrimediabilmente complici. Paul non solo ci parla: ammicca nella cinepresa, chiede la nostra approvazione. Lui sa che dentro di noi c’è un lato oscuro che brama violenza e, saltando a piè pari il nostro versante razionale, si rivolge direttamente a lui. Il metacinema, tuttavia, ha anche la funzione di far saltare in aria ogni barlume di mimesis. Ciò che stiamo vedendo sullo schermo non è reale. Non può esserlo, non in questa misura. E allora di che si tratta?

Si tratta appunto di giocare con lo spettatore mettendo in scena qualcosa che è dentro di lui ma che la pressione del super-ego mette a tacere.

Commentando la figura di Alex, il protagonista di Arancia Meccanica, Kubrick diceva che quel diabolico teppista rappresenta l’inconscio. L’inconscio non ha coscienza. Nel proprio inconscio, ciascuno di noi uccide e violenta. Chi ama il film avverte questa sorta di identificazione; l’ostilità di chi lo detesta nasce dall’incapacità di accettare chi si è realmente, forse per ingenuità, per scarsa preparazione psicologica o incapacità emotiva di ammettere questo aspetto della psiche umana.

httpv://www.youtube.com/watch?v=u9TyqqglXgg
(Arancia meccanica, Stanley Kubrik, 1971)

Ovviamente, nel capolavoro kubrickiano, la figura di Alex ha un senso molto più rassicurante, poiché la chiave della pellicola è chiara. Si tratta di condannare i meccanismi di condizionamento della società e per far questo nel modo più radicale possibile occorre mostrarne gli effetti su una persona intrinsecamente criminale. Il senso dichiarato dell’opera è quello di mostrare che la violenza dello Stato è terribile non solo perché può colpire anche gli innocenti, ma lo è in sé, anche se colpisce menti completamente e irrimediabilmente cattive. Il compiacimento estetico con cui Arancia meccanica mostra le violenze dei drughi, tuttavia, lascia pensare che lo stesso Kubrick non sia riuscito a dominare interamente le forze oscure che pretende di aver agitato per fini progressisticamente tanto nobili.

scianca, funny games
Il lato oscuro, insomma, sembra tronfare in ogni caso. Haneke – che ha studiato filosofia e psicologia – lo sa e rinuncia fin dal principio a cercare spiegazioni. Funny Games è un esercizio di stile, un distillato di malvagità che gioca con gli impulsi più nascosti dello spettatore.

Si tratta di mostrare, insomma, che, come diceva Pasolini,

certe cose sono sconvolgenti e inaccettabili alla comune coscienza. La comune coscienza è inadattabile alle atrocità. E ci sarà pure qualche ragione. Forse perché essa, in realtà, le vuole.

Adriano Scianca

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