Fare politica è difficile

Fare politica è veramente difficile…

Un periodaccio che dura da troppi anni per la politica italiana e che non accenna ad attenuarsi. Il processo alla ‘casta’ è in atto da tempo, anche se non si intravede – in linea coi tribunali nostrani – la data della sentenza popolare, coi giudici spesso silenziosi e compiacenti complici degli imputati. Messo da parte provvisoriamente il capitolo dei privilegi – troppi, ingiustificati e/o esagerati – continuano a piovere altri piccoli e grandi macigni che minano ulteriormente la credibilità della classe al potere.

«In Parlamento c’è la cocaina, non dirlo sarebbe negare la realtà», confermato dalla voce autorevole di Carlo Giovanardi, sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri.

“Violazione della legge elettorale e falso in atto pubblico”, sono le ipotesi di reato contestate ad un senatore, eletto nella Circoscrizione Europa, che avrebbe dichiarato una falsa residenza per potersi candidare in quelle liste.

In piena battaglia contro gli assenteisti ed a favore del rispetto delle regole, ecco la rigorosa ex ministra Livia Turco immortalata dall’obiettivo mentre si esibisce come ‘pianista’ durante il voto sul lodo Alfano, pigiando il pulsante per una collega assente. Infine, lo scandalo con tanti zeri che riguarda la sanità in Abruzzo e vede coinvolto anche il Governatore della Regione Ottaviano Del Turco, anni fa addirittura presidente della Commissione parlamentare Antimafia.

E’ fin troppo facile esercitare il potere di critica su questo tema, ma per concretizzarlo meglio è preferibile affidarsi ad alcune personalità al di sopra di ogni sospetto, certamente meritevoli di maggior considerazione di chi scrive da questa umile tribuna.

Osservando ciò che accade nei Palazzi, tornano in mente le parole del poeta americano Ezra Pound che fin dal 1933 si era reso conto di come «in politica il problema è quello di trovare la linea di demarcazione tra affari pubblici e affari privati». Ed infatti, i politici americani lo rinchiusero in manicomio dichiarandolo infermo di mente.

E’ veramente troppo il tempo trascorso inutilmente dalle parole di Benito Mussolini (indiscusso avo nella scala genealogica che collega i traslocanti di An nel Pdl al Msi e quindi al Fascismo), che ammoniva i suoi seguaci di come «il Fascismo non promette né onori, né cariche, né guadagni, ma il dovere ed il combattimento». O da quelle dello scrittore fiorentino Berto Ricci (nella foto) – indimenticabile fascista intransigente, spesso critico verso il Regime – convinto assertore che «disciplina vera e bella, è non rinunziare mai alle idee, ma saper rinunziare sempre al tornaconto personale». Eppure, il duce era ben consapevole della difettosa natura umana ed ancor di più di quella italica, perciò non perdeva occasione per ribadire che «i sotterfugi, le conventicole, le piccole congiure, la calunnia, la critica subdola, le miserie di ogni genere ripugnano alla concezione morale del Fascismo». Ciò nonostante, fu colto alla sprovvista dal tradimento del 25 luglio.

Sorge il sospetto che aver assaggiato gli agi del potere sia stato prodromo di gravi contaminazioni ed abbia inevitabilmente contributo all’annebbiamento di alcuni saldi principi, troppo spesso decantati e raramente praticati. Perciò, sarebbe impietoso emettere una condanna inesorabile e definitiva a carico di tutti i protagonisti. Meglio sollecitare – almeno coloro che hanno fatto politica a destra e che oggi fanno della politica il loro ‘pane quotidiano’ (in tutti i sensi…) – ad una riflessione sulle parole del giurista Carlo Costamagna:

«Vi è qualcosa nella vita oltre il fine individuale e il mondo della realtà non si circoscrive alle cose che cadono sotto i nostri sensi o soddisfano i nostri bisogni materiali».

Seppure la condanna sia stata risparmiata (o appena rinviata…), si voglia concedere a lor signori un’ulteriore attenuante adottando un’intuizione del poeta tedesco Johann Wolfgang Goethe: «Agire è facile, pensare difficile, agire secondo il pensiero incomodo».

Fabio Meloni

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