Che schiava di Roma…

CHE SCHIAVA DI CASSANO MAGNAGO…
Bossi contro Mameli

Una decina di anni fa, quando la Lega Nord riscuoteva enormi successi correndo da sola, Bossi aveva decretato l’indipendenza del Nord, creando il termine “Padania”, e addirittura facendo eleggere ai suoi simpatizzanti il “Parlamento del Nord”. Ogni anno si ripeteva il rito che vedeva il capo della Lega raccogliere l’ampolla di acqua del Po, e una di quelle estati, per riposarsi tra una e l’altra fatica controrisorgimentale, il Bossi si recava all’opera, a vedere il Nabucco di Verdi, la cui aria più famosa diventerà l’inno del partito. Prima di sedersi dichiarava ai giornalisti di essere venuto a vedere l’opera dei suoi padani alla riscossa, confondendosi grossolanamente con I Lombardi alla prima crociata.

Il ventennio di politica leghista è pieno di errori di quel tipo, più o meno grandi, e per lo più commessi dal suo capo. Che in questi giorni ha rispolverato il suo fervore antinazionale, proprio come in quell’estate del 1997, nel quale disse di utilizzare il tricolore come la carta igienca (ma con parole sue) e invitò una signora a fare più o meno altrettanto (sempre con parole sue), riuscendo a farsi condannare per il desueto reato di vilipendio alla bandiera (art. 292 del codice penale). Proprio quel tricolore nato nella padanissima Reggio Emilia e utilizzato per la prima volta dalla Repubblica Cisalpina, ossia da uno stato italiano del nord.

Oggi Bossi ha altrettanto educatamente reagito alla diffusione di Fratelli d’Italia, l’inno della repubblica a cui ha giurato fedeltà nel 2001, come ministro delle riforme (ma che ministero è?). E fin lì, uno se lo aspetta. Sono le motivazioni del gesto che vanno a sommarsi agli altri errori che l’Umberto ha snocciolato nel corso del tempo.

Bossi, così come il suo capogruppo alla camera, ribadisce che non si sente schiavo di Roma, dimostrando di non aver capito, e forse nemmeno mai letto, il testo dell’inno, dove ad essere “schiava di Roma” è la Vittoria e non l’Italia. Ma non finisce qui. Bossi afferma di preferire il Piave all’inno di Mameli, ignorando che La leggenda del Piave è stata scritta dal napoletanissimo E. A. Mario (Ermete Giovanni Gaeta all’anagrafe), e che non commemora uno dei fiumi della Padania, ma commemora forse l’unica occasione (oltre ai mondiali di calcio) in cui gli Italiani, da Trento a Siracusa, sono stati un popolo. Addirittura in assemblea costituente, nel 1947, La leggenda del Piave perse il ballottaggio finale per diventare inno nazionale proprio in favore di Fratelli d’Italia (il cui vero titolo era Il canto degli Italiani). Pare che ufficiosamente La leggenda del Piave fosse stato l’inno nazionale dal 1945 al 1947 e che (almeno così si dice) la mancata ratifica si debba ad Alcide De Gasperi, indignato dal rifiuto di Gaeta di scrivere l’inno della Democrazia Cristiana.

E così fu Fratelli d’Italia, destinato ad essere oggi storpiato da calciatori fascistoidi tipo Buffon che si esaltano cantando impettiti “stringiamoci a corte” al posto di “stringiam’ci a coorte“. Già inno ufficioso della Repubblica Sociale, anche in quanto non caro ai Savoia, scritto un secolo prima dal giovane patriota mazziniano genovese, e musicato da Michele Novaro, non è nemmeno il componimento migliore del suo autore, del quale, almeno ad avviso di chi scrive, è molto più da preferire Suona la tromba, musicato da Verdi, e anch’esso divenuto una marcia militare della RSI (con qualche locuzione modificata e con il titolo di Non deporrem la spada).

Ma, come direbbe De Gregori, tutto questo Bossi non lo sa. E si limita a rispondere ai rimproveri di Fini affermando che nell’inno di Mameli si afferma che “i bimbi d’Italia si chiaman balilla“, come a dire: tu lo difendi perchè è un inno un po’ fascista. Il tutto nell’ignoranza più totale del fatto che il balilla fu prima di tutto un eroe padano, come Mameli… e come Bossi.

Giovanni Di Martino

Condividi
  • Print
  • Digg
  • StumbleUpon
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Yahoo! Buzz
  • Twitter
  • Google Bookmarks