Ben tornato, pasticcione!

Il naufragio della nazionale italiana ai campionati europei austro – elvetici ha provocato l’allontanamento dalla guida della nazionale del commissario tecnico Roberto Donadoni. Per quanto eliminato solo ai rigori e non sul campo, per quanto eliminato dalla squadra vincitrice del torneo, e per quanto il giudizio complessivo su Donadoni come allenatore possa essere positivo (anche per aver tentato di far giocare a calcio una nazionale abituata solo a difendersi correndo dietro ad un numero di maglia), va ammesso che la nazionale italiana del 2008 giocava male, non attaccava e soprattutto non era più nemmeno in grado di difendersi.

Forse Donadoni ha pagato anche troppo la difesa ad oltranza di Toni, ma forse non è mai piaciuto agli italiani (non dimentichiamoci che si tratta di un sacchiano), e soprattutto alla F.I.C.G., in quanto nominato (pare su suggerimento del suo amico Albertini) proprio durante la vacanza delle cariche dovuta a Calciopoli (e degnamente conclusa con l’ascesa di un uomo nuovo, Antonio Matarrese).

Prima di congedare Donadoni, tecnico capace e persona corretta, che non perde mai la calma e non affida le sorti della sua squadra a riti scaramantici, andrebbe ricordato che la sua Italia trova Francia e Scozia nel girone di qualificazione e Olanda, Francia e Romania nel girone eliminatorio del campionato europeo. I risultati e il gioco possono aver traballato, ma sicuramente la sfortuna ha fatto la sua, visto che le armate di Trapattoni, Lippi, Zoff e Cesare Maldini, almeno nelle qualificazioni, erano solite incontrare Moldavia, Far Oer, Lituania et similia. E dopo figure molto peggiori (eliminazione con la Corea ai mondiali del 2002), imbelli commissari tecnici sono rimasti saldamente al proprio posto, pronti a condurre la nazionale verso nuovi fasti (eliminazione nel girone agli europei del 2004).

Gli italiani, comunque, sono contenti così. Tornano Marcello Lippi e la sua mentalità vincente, entrambi trionfatori a Berlino due anni or sono. Conta solo vincere, dunque. E come non importa, visto che proprio quando alzavamo la coppa del mondo, il calcio italiano sembrava che stesse per purificarsi per sempre, ma è rimasto tutto come prima. Conta solo vincere, magari all’ultimo minuto e senza merito, come dimostrano gli onori tributati all’Italia di Zoff, forse la peggiore, dopo aver eliminato ai rigori e con demerito, una delle più belle nazionali olandesi mai viste.

Quindi ben venga Marcello Lippi, che è abituato a vincere e probabilmente continuerà a farlo. In fin dei conti a risultare anacronistici sono oggi solo più quelli che pensano che il calcio possa ancora essere uno sport. Perchè, sportivamente parlando, le classifiche si girerebbero. E allora, tra gli ultimi ci sarebbero proprio Lippi, Capello, Trapattoni e molti altri vincenti di lusso che tanto sarebbero piaciuti a Gianni Brera, l’alfiere protoleghista ed autocompiaciuto del difensivismo e del non gioco all’italiana, per il quale la competenza sportiva doveva restare indietro proprio come il libero nello schieramento del suo amico Nereo Rocco.

In ogni sport, quello che conta per fare una valutazione, non è il punto di arrivo, ma il punto di partenza, ossia quanto più ci si allontana dal punto di partenza. Per fare un esempio, se il calcio fosse uno sport, un allenatore partito dalla terza categoria ed arrivato fino in serie B dovrebbe valere di più di Fabio Capello, che inizia la su carriera di allenatore guidando il Milan di Sacchi due volte campione d’Europa e del mondo, e che dopo allena solo squadre già forti con portafogli tali da soddisfare ogni suo capriccio. Ma tant’è.

Lippi, dunque. Poco importa se Marcello Lippi, da giocatore professionista, non sia estraneo a quel mondo che il suo ex amico Carlo Petrini ha definito “il fango del Dio pallone”. Un mondo fatto di combine, scommesse e punture senza nemmeno cambiare l’ago tra un giocatore e l’altro.

Poco importa se Marcello Lippi, da allenatore professionista, prima di approdare alla corte di Giraudo, Moggi e Bettega, sia un mediocre (vedere le stagioni di Siena, Cesena, e soprattutto di Bergamo, dove centra un nono posto facendo il record di punti e viene esonerato a furor di popolo tanto la squadra gioca male).

Poco importa se dietro la Juventus di Marcello Lippi, che vince tutto del periodo 1994 – 98, ci sia l’ombra del doping e il tutto sia venuto fuori, con una condanna penale per frode sportiva in primo grado (al processo, me presente, viene fuori anche che si utilizzavano i cardiotonici per stimolare i giocatori). Poco importa che la sentenza di corte d’appello di assoluzione, pubblicata a nove colonne su tutti i giornali, sia poi annullata dalla Cassazione e che la notizia non abbia avuto alcun riscontro mediatico.

Poco importa se Marcello Lippi, come allenatore, fuori da quella Juventus non batta un chiodo (all’Inter resta un anno e una giornata…) e sia costretto a tornarvi per rivincere quasi tutto.

Poco importa se la seconda Juventus di Marcello Lippi, per rivincere tutto, assuma tale Jens Bangsbo Anderesen, genio danese della preparazione atletica e dell’allenamento, pur avendo già a libro paga un allenatore (il nostro Marcello mondiale!) e un preparatore atletico (Giampiero Ventrone).

E poco importa se la nazionale di Marcello Lippi affronta e vince un mondiale (giocando male, tranne che in semifinale e finale, quando affronta due squadre forti), e rappresentando un campionato che si è appena concluso con la retrocessione a tavolino della squadra arrivata prima, dalla quale proviene il capitano, Fabio Cannavaro.

Il suo commissario tecnico aveva detto alla RAI che “il doping, nel calcio, non esiste”. Sentiamo se il suo capitano è d’accordo:

httpv://it.youtube.com/watch?v=AitVEGXwwdY

Giovanni Di Martino

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