Alle banche… Alle banche…

Senza neanche bisogno di doverlo prevedere, perché regolarmente annunciato, la Bce, per mano del suo presidente, l’assai tristemente noto Jean-Claude Trichet (nella foto sotto a destra), ha provveduto il 3 luglio appena scorso a rialzare il tasso d’interesse dal 4 al 4,25%.

Chiariamo subito che il tasso reale d’interesse del prezzo del denaro, dall’ingrosso (Bce) alla rivendita al dettaglio (quello che vi praticherà la banca in cui avete sottoscritto o sottoscriverete il mutuo…) sale dal 4,25 al 4,50%.

Ne consegue, solo per fare due conti approssimati per difetto, che, per esempio: la rata di un mutuo di 150.000 euro, estinguibile in trent’anni, passa dalla poco modica cifra di 836 euro mensili a quella più esosa di 866. Un aggravio di 30 euro che, moltiplicati per 12, erodono altri 360 euro dalle tasche dei mutuandi.

Questo, ovviamente, ad aggiungersi alle altre volatilità sul reddito dovuto al rincaro di tutti i generi di prima necessità e al ristagno dei salari che, privi di qualsiasi meccanismo di adeguamento al costo della vita (la vecchia scala mobile, per intenderci…), hanno un valore di acquisto sempre più povero…

Se il rialzo dei tassi era previsto, era prevista pure (confrontare il nostro articolo sul numero precedente “La richetta di Trichet) la giustificazione ufficiale del nuovo salasso.

Parole di Trichet:

«Sulla base delle nostre analisi abbiamo deciso di aumentare i tassi di un quarto di punto. Questa decisione è stata presa per contrastare l’aumento dei rischi alla stabilità dei prezzi nel medio periodo (…) la stabilità dei prezzi resta l’obiettivo primario (…) L’inflazione rimane la principale preoccupazione, dei cittadini di Eurolandia, da qui la decisione odierna».

E, non contento del suo sovrumano sforzo filantropico di «mantenere la stabilità dei prezzi», minaccia ulteriormente: «Non ci siamo [il suo “ci” equivale al nostro “mi”, ndr] impegnati in modo preventivo sulle future mosse sui tassi».

La sua logica è questa: i prezzi crescono per via dell’inflazione; l’inflazione, secondo scuola liberista, cresce se circola più denaro delle merci disponibili; si riduce la quantità di moneta circolante alzandone il prezzo, quindi: i prezzi delle merci, non più soggette a eccesso di domanda, rimangono stabili.

Ammesso e non concesso che questa logica sia stata valida in qualche caso passato, è del tutto inadeguata sia a spiegare che, tanto ma tanto meno, a rettificare l’attuale situazione di crisi economica.

Il perché è molto semplice ed è riducibile a tre osservazioni da fare senza neanche ricorrere al microscopio:

  1. il rialzo dei prezzi NON è dovuto ad un eccesso di moneta circolante: l’attuale tasso d’inflazione, inferiore al 3%, è fisiologico e, decimo in più decimo in meno, non inciderebbe significativamente sui prezzi delle merci; prova ne sia che negli anni ’70/80, vivevamo con tassi d’inflazione spesso a due cifre e i prezzi delle merci non registravano neanche lontanamente l’impennata che stiamo subendo oggi con le mirabili scelte monetarie del superesperto Trichet;
  2. è assolutamente assodato che di fronte al generalizzato rialzo dei prezzi in registrazione, l’italiano, in particolare, ha già scelto di rinunciare ai consumi (meno 2,75% da maggio dell’anno scorso) come, invece, NON si verificherebbe se la massa di moneta circolante fosse in esubero;
  3. la vera causa del rialzo dei prezzi è la speculazione finanziaria in corso d’opera, e irrefrenabile, sul petrolio, giunto ormai, mentre scrivo, a 146 dollari al barile.

Infatti, è dal rialzo del costo petrolio, alias: della fonte energetica da cui dipende la nostra attività produttiva, che i prezzi al consumo prendono ad avvitarsi in una spirale centrifuga ed in alto (e, en passant, c’è ancora qualcuno che nutre dubbi sull’opportunità del via alla produzione di energia nucleare!!!)…

Io dubito molto che il sig. Trichet queste cose non le sappia.

E siccome le sa, e pure bene, le vere ragioni della decisione di alzare nuovamente il tasso d’interesse dell’euro risiedono altrove. Dove?

(Quentin Metsys, Gli usurai)

Proviamo a rintracciare questo luogo accuratamente impronunciato.

Dunque, cosa si fa in genere quando le risorse da reddito non consentono almeno il pareggio con il costo della vita, ovvero: con il costo dei generi di prima necessità (alimenti, casa, vestiario, istruzione, salute…)? Ci si indebita chiedendo prestiti

Chi elargisce, per via legalmente istituzionale, i prestiti? Le banche

Cosa prestano le banche? Il denaro

E quanto costa al dettaglio il denaro? Dal 3 di luglio ultimo scorso, lo 0, 50% (reale) in più

Che cos’è il denaro? Il simbolo riconosciuto ed accettato in cambio di qualsiasi merce presente sul mercato

Chi ci guadagna, in prima ed ultima analisi, dall’aumento generalizzato dei prezzi delle merci sul mercato? I rivenditori dell’unica merce valida per tutte le merci: le banche

E, adesso, la domanda delle domande: chi è che specula finanziariamente sul petrolio, fonte – come si è detto – dell’andazzo, strangolatore di popoli e nazioni, corrente?

No, non voglio rispondere io. Per questa domanda lascio volentieri la parola, pronunciata a caldo della notizia del nuovo salto in alto imposto ai tassi dalla Bce, a Giulio Tremonti:

«Se una banca d’affari dice che il petrolio va a 200 dollari, c’è il rischio che ci arrivi davvero, magari proprio perché quella stessa banca ha acquistato future a quel prezzo…»

Il quale Giulio Tremonti (foto a sinistra), già da qualche tempo, si muove con una logica colbertiana che finirà per rendermelo simpatico…

Infatti, l’attuale Ministro dell’economia mica si limita ad additare il male e dove risiede, fa di più e indica un possibile, forse l’unico rimedio possibile: applicare, anche nei rapporti economici fra Ue ed extracomunità, l’articolo 81 del Trattato di Roma del 1956 (per la lettura integrale del Trattato, clicca qui) che così, al suo primo comma, recita:

«Sono incompatibili con il mercato comune e vietati tutti gli accordi tra imprese, tutte le decisioni di associazioni di imprese e tutte le pratiche concordate che possano pregiudicare il commercio tra Stati membri e che abbiano per oggetto e per effetto di impedire, restringere o falsare il gioco della concorrenza all’interno del mercato comune…»

Una via, per intenderci, che suggerisce pari pari l’opportunità di un più organico e incisivo intervento statale nell’economia…

Lo seguirà il governo di cui fa parte?

Lo seguiranno i ministri dell’economia degli altri stati membri UE?

E, soprattutto: glielo consentirà Trichet?

miro renzaglia

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