Via Almirante, razzista…

DICE: «Giorgio Almirante è stato fascista,
è stato antisemita e scriveva sulla Difesa della razza
che occorreva fosse viva una coscienza razzista
per non fare «il gioco di meticci ed ebrei
».

Annalisa Terranova, Alirante, razzismo

Un deputato del Pd lo ha ricordato
pochi giorni fa in aula a Montecitorio.

Nessun imbarazzo nell’ammettere, da parte del
movimento politico che ne rivendica l’eredità,
il passato dello storico leader missino.

Più che legittimo, da parte della comunità ebraica di Roma,
dichiarare “sgradita” l’intitolazione di una strada capitolina ad Almirante.
Eppure, proprio perché non si fa storiografia e nemmeno revisionismo
con l’arma della toponomastica, è bene provare a fare un ragionamento
che non tenti di minimizzare e che non si limiti ad esorcizzare
.

Un ragionamento che sperimenti una contestualizzazione. Una riflessione che parte
da Giorgio Almirante ma coinvolge anche altri nomi illustri della prima
Repubblica,
anche loro “contagiati”, con diversa intensità, dal demone dell’antisemitismo
che imperversò tra gli intellettuali e i politici poi “redenti” dalla connivenza col regime,
come recita il fortunato titolo del saggio di Mirella Serri sui trascorsi in camicia nera
degli intellettuali italiani.

L’argomento è stato trattato oltre cinquant’anni fa in un volume di Nino Tripodi,
Italia fascista in piedi
, che andava forte nelle biblioteche del “ghetto” missino. L’intento
del libro era superpolemico. Tripodi si rivolgeva ai vecchi fascisti
diventati antifascisti e chiedeva
:

«Ha il diritto di contestare a me, o a tantissimi altri italiani, l’aver detto, scritto, pensato o fatto certe “cosacce” chi le ha dette, pensate o fatte come noi e più ancora di noi? “Cosacce” fasciste s’intende».

Le pagine di Tripodi erano dense di rimembranze scomode.
Si ricordava che mostri sacri come Elsa Morante e Vasco Pratolini,
per esempio, avevano collaborato al volumetto Antilei
in cui si difendeva il “voi” canonizzato da Starace.
Si ricordavano le prose apologetiche del fascismo di Luigi Chiarini,
autorità indiscussa della storia del cinema, critico venerato
dall’intellighentia di sinistra e collaboratore del settimanale comunista
Il Contemporaneo era stato firmatario del Manifesto della razza nel 1938.
Il che non ha impedito alla città di Roma di rendergli omaggio con una strada
nel quartiere segnato dalla toponomastica cinefila di Veltroni,

tra via Alessandro Blasetti e via Marilyn Monroe.

Tripodi, inclemente, ricordava anche nomi di
politici influenti, come quello di
Giuliano Vassalli,
il tre volte ministro di Grazia e Giustizia
che contribuì alla stesura del Codice di procedura penale nel 1989.
Vassalli in gioventù sosteneva che:

«l’idea fascista era troppo grande perché non possa riverberare la sua luce ovunque, in qualunque campo si portino gli sguardi e gli studi della gioventù di Mussolini ».

Inoltre, lo ritroviamo nel 1939 persino partecipe a convegni giuridici razziali,
organizzati dai tedeschi a Vienna
.

Passando in rassegna i littoriali della cultura e dell’arte l’autore
rilevava l’ottimo piazzamento per il teatro di Pietro Ingrao
e il fervore fascista che si appropriò dei più rappresentativi leader della Dc:
Paolo Emilio Taviani, Aldo Moro e Amintore Fanfani.

Quest’ultimo scriveva che era necessaria una politica razziale
che sancisse «la separazione dei semiti dal gruppo demografico nazionale
»
poiché «per la potenza e il futuro della nazione gli italiani
devono essere razzialmente puri
».

Nel 1941
, nel libro intitolato Il significato del corporativismo,
esalta
«i legami che vincolano
virtù civica, valore militare,
sanità di razza, sentimento religioso, amor di patria
».

Le rivelazioni ammiccanti di Tripodi
sulla spudoratezza degli italiani con la memoria corta
(che fu cavallo di battaglia di penne sagaci e affilate
come quella di Leo Longanesi e di Gianna Preda)
erano giocate dalla destra in chiave difensiva,
per evitare il tribunale politico tripudiante che decideva
chi stava dalla parte dei buoni e chi dalla parte dei cattivi.

In seguito, con la poderosa storicizzazione
del fascismo operata da De Felice
e dalla sua scuola,
il dibattito sul tema è diventato culturalmente
più coinvolgente
, divenendo addirittura crocevia di trasparenza nel momento in cui,
due anni fa, Gunter Grass, icona dell’intellettualeprofeta,
fece il suo clamoroso outing e confessò di avere subìto il fascino del nazionalsocialismo.

Da quell’evento-simbolo prende le mosse il libro di Pierluigi Battista
Cancellare le tracce. Il caso Grass e il silenzio degli intellettuali
italiani dopo il fascismo
in cui si squaderna il voltagabbanismo di intellettuali
e politici “tra due bandiere” senza complessi ideologici.

Un libro che ripropone i casi clamorosi di Eugenio Scalfari
e Giorgio Bocca
– il cui passato di entusiastica adesione al regime
era stato oggetto di numerosi articoli di questo stesso giornale.

Eugenio Scalfari, su Roma fascista nel 1942
osservava che
: «soltanto la disuguaglianza può portarci
all’aristocrazia
». Giorgio Bocca sul giornale della
federazionefascista di Cuneo nel 1942 scriveva
:
«Sarà chiara a tutti
la necessità ineluttabile di questa guerra intesa
come ribellione dell’Europa ariana al tentativo ebraico di porla in schiavitù
».

Si rammenta infine la pubblicazione di un opuscolo del gruppo
parlamentare di Democrazia proletaria, nel 1985,
che contro Giovanni Spadolini riesumava gli articoli scritti
su Italia e Civiltà nel 1944, dove l’ex presidente del consiglio
lamentava che il fascismo avesse perso poco a poco
«il suo dinamismo rivoluzionario proprio mentre riaffioravano
i rimasugli della massoneria, i rottami del liberalismo, i detriti del giudaismo
».

Accanto a casi noti come quelli citati,
Battista annota la documentazione fornita nel saggio
di Annalisa Capristo L’espulsione degli ebrei dalle accademie italiane,
nel quale si spiega che dinanzi ai provvedimenti del 1938
in cui si stabiliva l’espulsione degli elementi di razza ebraica
dalle accademie, gli intellettuali italiani non solo non opposero
resistenza ma manifestarono la loro adesione con la compilazione
di moduli contenenti esplicite dichiarazioni antisemite.
L’elenco è vasto e imabarazzante: si apre con Luigi Einaudi
e si chiude con Renato Dulbecco,
passando per Giacomo Devoto, Nicola Abbagnano,
Norberto Bobbio
e molti altri nomi “chiarissimi”.

Certo
non è possibile espellere dalla memoria del Paese tutti questi personaggi
,
né negare il loro contributo alla storia delle idee e della democrazia. Né si può
relegarli ad espiare nel limbo degli impresentabili.

La stessa operazione di conciliazione è dovuta a Giorgio Almirante,
che volle guidare con determinazione la comunità missina all’interno delle regole
democratiche preservandola fin dove e fin quando ha potuto dalla deriva
dell’estremismo e del terrorismo. Lo fece non perché fascista ma perché italiano.

Diamogliene atto.

Annalisa Terranova

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