TUL: Territori Urbani Liberati

«Tra il grigio delle pecore si celano i lupi, vale a dire quegli esseri che non hanno dimenticato che cos’è la libertà. […] Ribelle è dunque colui che ha un profondo, nativo rapporto con la libertà, il che si esprime oggi nell’intenzione di contrapporsi all’automatismo e nel rifiuto di trarne la conseguenza etica, che è il fatalismo.» Junger e TAZ da Renzaglia il Fondo Così esprimeva Ernst Jünger la sua preoccupazione per una libertà che vedeva erodersi, nel suo testo Il trattato del ribelle (Adelphi). Libertà come primato della volontà su quanto è già deciso e stabilito, su ciò che è fissato. E da questa concezione usciranno la figura del ribelle e quella dell’anarca. Ma essere liberi non significa soltanto poter dire “no”, perché dovrebbe piuttosto significare il gesto affermativo, il grande dir di sì alla vita. Non troppo distante dalla visione jüngeriana si colloca l’attenzione del sufi anarcoide Hakim Bey per i rinnegati, per tutti quegli uomini che vennero esclusi o si autoesiliarono dalla società borghese della loro epoca, per vivere appieno la propria libertà secondo il loro volere. Il testo recentemente ripubblicato da Shake, Le repubbliche dei pirati (204 pp., 9,90€; la precedente edizioni titolava Utopie pirata), si concentra sulle vicende affascinanti e avventurose di coloro che intorno agli inizi del 1600 scelsero la vita del pirata, imbarcandosi sulle navi che in quel periodo iniziavano a imperversare nel Mediterraneo e facevano base nei porti di Algeri, Tunisi e, soprattutto, Salé.  e TAZ da Renzaglia il Fondo Si raccontano storie di tradimenti e di riscatti dalla schiavitù o da condizioni avvilenti, di olandesi, albanesi e altri europei che divennero grandi e carismatici capitani alla guida di feroci ciurme, si narra della conversione di molti all’Islam e dei rapporti economici e politici tra le “repubbliche” pirata del Nord Africa e i governi europei. Lo studio è di tipo genealogico, studia cioè il passato partendo dal presente, con l’intento di spiegare l’attualità e il futuro attraverso la raccolta di materiali adeguati e approfonditi nello specifico. Il testo di Bey più conosciuto è intitolato infatti T.A.Z. (Shake ed.) ed è dedicato al fenomeno delle reti di contatti e rapporti che si sono venuti a creare in questi anni tra quelle che chiama “zone temporaneamente autonome”, luoghi estranei al controllo della legge statale e lontani dall’occhio vigile del grande fratello, in cui si può realizzare almeno per un istante l’”anarchia ontologica”, una sorta di libertà narcisistica che deve molto al Max Stirner de L’unico. La presentazione che il sufi fa di queste zone è comunque piuttosto sconfortante, perché prende solo l’aspetto individualistico di autori come Nietzsche e Stirner e non riesce a calare le loro filosofie in un contesto comunitario organico durevole. Le T.A.Z., nonostante l’efficacia dell’acronimo, finiscono con l’essere un passatempo e non un progetto, uno svago più che un serio impegno destinato ad anticipare e guidare i tempi. Il modello di fondo di queste Taz, secondo il “guru” americano, sono precisamente i covi pirata che nel corso dei secoli sono comparsi sotto forma di repubbliche o comunità di liberi nei Caraibi, in Madagascar o, appunto, nel Nord Africa. Il libro appena ripubblicato da Shake in formato tascabile, appare come la premessa necessaria, e l’introduzione, alla proposta metapolitica di ribellione affrontata altrove da Hakim Bey. L’attenzione del nostro si concentra soprattutto sulla repubblica pirata di Salé, un’enclave composita di marinai e mercanti, sufi e prostitute, schiavi e ambasciatori, che si ritagliò il suo angolo di libertà nella costa nord-occidentale del Nord Africa, garantendosi sempre l’autonomia dalle ingerenze dell’impero turco, ma sapendo mantenere fruttuosi e costanti rapporti commerciali e marinari col porto di Algeri e altri dell’area del Maghreb. Nel periodo di massimo splendore, dal 1614 al 1660 circa, fino a quando la dinastia Alawita spazzò via le ultime vestigia di libertà da Salé/Rabat, si avvicendarono su quelle coste diversi capitani famigerati, spesso provenienti dall’Europa. Eclatante la vicenda del suddito di Sua Maestà John Ward, che nel 1603 venne mandato in servizio in marina e da lì iniziò una vita da pirata entrata nella storia. A cinquant’anni divenne uno dei pirati più potenti e temuti e nel 1605 disponeva di una flotta in grado di sconfiggere qualsiasi nemico. Gli venne offerta l’amnistia dal suo paese d’origine, ma la rifiutò rivendicando la sua libertà. Nell’inverno 1607-1608 i rovesci si fecero sempre più numerosi e negli anni successivi si ritirò per sempre a Tunisi a una vita da buon musulmano.

«Possiamo supporre che Murad fosse un uomo carismatico e un capo con grandi capacità, e che possedesse la qualità apprezzata sopra ogni altra dai corsari: la fortuna.» Giunse sino in Islanda e poi nel 1631 organizzò il famoso saccheggio di Baltimore, in Irlanda.

E ancora, il pirata più conosciuto di Salé, Murad Reis, originario dell’Olanda e nato Jan Jansz:

Hakim Bey non sembra, tuttavia, avere una grande opinione dei pirati: «ma la verità è che combattere è pericoloso, ed è un duro lavoro. I corsari s’interessavano al bottino, non alla “gloria” o al “coraggio”; erano felici d’essere considerati “bulli e codardi” fintanto che vincevano.» Sembra che la prospettiva para-marxista del nostro autore finisca con l’influire negativamente sulla visione generale del fenomeno piratesco e lo induca sostanzialmente a contraddirsi sia in merito alle fonti di “prima mano” che dice mancanti (quindi come poter giudicare, con gli occhi altrui, un pirata?), come pure con affermazioni disseminate nel testo che confermano tutt’altra idea dei corsari (si veda la citazione poco sopra). Insomma, sembra assai più credibile affidarsi a una visione del capitano pirata come necessariamente carismatico e coraggioso nonché astuto, ché diversamente avrebbe avuto vita molto difficile sia sulla nave che a terra. Il fatto che nel terzo episodio della filmografia de Pirati dei Caraibi sia proprio il richiamo all’onore a risvegliare un moto di solidarietà tra fratelli della costa, non dev’essere del tutto infondato. E la nave che garrisce bandiera pirata diventa, nel finale dell’avventura, la guida e l’avanguardia di una lotta che unisce tutti i pirati riluttanti a lanciarsi in un assalto che sembra senza ritorno. httpv://it.youtube.com/watch?v=Bw-AcDYbEGk (Gore Verbinski, I pirati dei Caraibi, 2007) Salé fu dunque la prima repubblica pirata, vale a dire controllata e governata soltanto da pirati attraverso un’organizzazione differente da quella degli stati del periodo, con talune influenze di tipo anarchico e comunistico. Ma come detto, quella mediterranea non fu la sola, forma organizzativa stabile in mano ai pirati.

utopia taz Altre “utopie pirata” si realizzarono a Hispaniola e a Libertaria, dove sventolava il vessillo bianco con scritto “Per Dio e la libertà”, scelto dal capitano Mission e il prete Caraccioli, in segno di rottura con le passate scorribande: finiranno piuttosto male, travolti da un uragano. E ancora, Ranter’s Bay sempre in Madagascar e Nassau nelle Bahamas, e più tardi la celebre Isola di Tortuga e comparvero comunità di pirati anche a New Providence. L’ultima vera “utopia pirata” fu però, e in questo concorda lo stesso Hakim Bey, la Fiume di D’Annunzio e i suoi legionari, che seppe riunire anarchici e socialisti, nazionalisti e futuristi attorno alla figura carismatica del capo e al sogno di una “città di vita” gioiosa e sempre elettrizzata. Una Fiume che tutt’oggi è fonte d’ispirazione perché fucina di tutte le eresie, di quelle inquietudini che agitano gli uomini e penetrano schemi culturali altri e preesistenti: «l’eresia è un mezzo di transfert culturale», dice Bey. Attraverso un linguaggio già codificato ed accettato possono dunque infiltrarsi argomenti e messaggi fuori dall’ordinario e che finiranno, sul lungo tempo, col scardinare il discorso passato. Salgari sarebbe certamente felice di vedere che l’immaginario piratesco stia oggi riprendendo piede in fasce sempre più ampie di giovani, specie a destra. Quasi che Sandokan e il Corsaro Nero non fossero mai finiti, libri capaci ancora di dire qualcosa, di spronare all’azione e all’avvenutra. In grado di dipingere quei tratti nobili e vigorosi che altrove non si trovano, uno stile che alla televisione non si riesce a intravedere. Ed è proprio in quei Territori Urbani Liberati (T.U.L), che sono il superamento delle zone temporanee del Bey, che si concretizzano i tratti di una pirateria urbana fatta di entusiasmo e sogni che diventano realtà. Ed è proprio nella critica sterile, moralistica e preconcetta che emerge talvolta da sponde inattese che si evidenzia la mancanza della lucidità necessaria per comprendere come l’intuizione delle T.A.Z. possa essere solo un elemento che contribuisce alla costruzione di un’esperienza che ne costituisce il superamento e il perfezionamento, se non, in fondo, l’antitesi operativa. I Territori Urbani Liberati sono quelle zone autonome in modo permanente e duraturo, che si radicano in un preciso ambito territoriale e intendono divenire punti aggregativi di riferimento. Possono essere librerie in cui si aprono dibattiti, locali in cui si faccia anche cultura, stabili occupati, forum on line o stanze in affitto nel centro storico, poco cambia. Quello che importa è che ciascuno di essi è un tassello in un mosaico costruito attorno a un’eresia e a un progetto eretico ed esterno al conformismo imperante. Bisogna capire che la pirateria e i corsari sono fonte di ispirazione per un progetto che è totalmente altro ed affermativo rispetto al mondo attuale, perché propone un linguaggio rinnovato, una simbologia e dei riti propri, delle forme di comunicazione modificate. Navigare su rotte mai battute. Soprattutto, si tratta di una tendenza che non ha bisogno di negare ciò che la circonda e talvolta la considera “pericolosa”, perché non necessita di un negativo per sussistere e perché risulta originariamente estranea al linguaggio imperante – pur facendolo proprio per scopi pratici e storici. Insomma, dove garrisce la bandiera pirata, soffia il forte vento dell’avventura postmoderna, dell’arrembaggio provocatorio e arditofuturista, la festa dei colori infiammati su uno sfondo grigio e placido; cresce un progetto affermativo che si radica sul territorio in un’ottica molto simile a quella tribale, in cui mito, simbolo e rito rivestono nuovamente un ruolo forte di identificazione e distinzione.

Francesco Boco

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