Rambo/Uno… di noi

Tempo fa la rivista Area pubblicò una lunga inchiesta in più puntate sui “miti fondatori” di intellettuali come Pietrangelo Buttafuoco, Gianfranco de Turris, Annalisa Terranova, Giano Accame e altri. Dalle interviste risultava che molte di queste personalità avessero iniziato a frequentare un certo sentimento del mondo leggendo, appena adolescenti, le avventure dei personaggi di Salgari. Ebbene, il Sandokan della mia generazione si chiama invece John Rambo.

Un personaggio così centrale nell’immaginario collettivo degli anni ’80 da indurre in queste settimane Mediaset a riproporre i primi tre episodi della saga con un battage pubblicitario imponente e martellante, non privo di trovate divertenti e originali (vedi l’uso di “All you need is love” dei Beatles come sottofondo per le crude immagini di Stallone che sbaraglia i nemici a colpi di mitra).

Investire in modo così potente sull’ennesima riproposizione di pellicole in circolazione da qualche lustro è segno che si ha a che fare con un vero e proprio mito. Premiato, del resto, anche dai dati auditel: venerdì 23 maggio la proiezione del primo Rambo ha totalizzato tre milioni di telespettatori con il 15% di share, superando nettamente la prima tv di “Eccezzziunale veramente Capitolo Secondo… Me”, di Diego Abatantuono.

I maligni lamenteranno ovviamente che di fronte al teleschermo si sia raccolta la generazione del riflusso, del disimpegno, delle tv commerciali e di Ronald Reagan. Quel Reagan che sdoganò il personaggio affermando «la prossima volta manderemo Rambo» dopo una qualche operazione di politica estera maldestramente condotta dagli statunitensi.

Rambo come eroe reaganiano, reazionario, profeta in armi della parabola americana, quindi? Le cose non stanno esattamente così, e l’identificazione del veterano con la causa repubblicana è solo apparente. Lo ha riconosciuto lo stesso Stallone, che ha spiegato:

«Rambo è assolutamente apolitico. Sì, una volta, negli anni Ottanta, il presidente Ronald Reagan, che io comunque ammiravo, se ne uscì con la battuta: Rambo è sicuramente repubblicano. E siccome erano gli anni della sfida con il libico Gheddafi, quell’uscita ha identificato Rambo con l’aggressività militare americana. Ma nulla è più lontano dalla verità: Rambo è una creatura solitaria, non fa parte della macchina militare». Il dizionario Morandini traccia un quadro non dissimile: «Piacque a destra perché ha al centro un ex eroe in divisa; a sinistra perché esalta un emarginato che combatte contro l’ordine costituito, accenna qualche critica allo Stato Maggiore dell’esercito americano per l’uso delle armi chimiche nella “sporca guerra” e all’opinione pubblica statunitense per l’ingratitudine verso i reduci che non l’avevano vinta».

Ed in effetti, il primo e più autentico capitolo della saga sembra andare esattamente in questo senso.

httpv://it.youtube.com/watch?v=wDSqjJjxkSw

L’eroe della pellicola di Ted Kotcheff (regista anche di un sottovalutato “Fratelli nella notte”) non si trova a dover fare i conti con l’America liberal, kennedyana e pacifista, quanto piuttosto con il paese profondo, montano, rurale.

Contro Rambo si schiera la Guardia nazionale, composta da “bravi patrioti” e soldati della domenica che come da stereotipo machista fumano un sigaro quando credono di aver ucciso il nemico.

«Con quella bandiera sulla giacca è facile che ti metti nei guai», lo apostrofa lo sceriffo Will Teasle. Eppure egli stesso porta la stessa bandiera sull’uniforme.

E’ in effetti contro l’autorità costituita che Rambo scatena la sua furia, non contro pericolosi sediziosi. Il conflitto che si instaura subito tra i due è a ben vedere per nulla “politico” in senso stretto, quanto piuttosto “territoriale”, etologico, primordiale. Il Vietnam non è che un pretestoNon era la mia guerra! Lei me l’ha chiesto, non gliel’ho chiesto io. E ho fatto quel che dovevo fare per vincerla, ma qualcuno ce l’ha impedito», spiega Johnny tra le lacrime nel dialogo finale). «Questa è la mia città», ripete in continuazione lo sceriffo. «In città sei tu la legge, qui sono io», è la risposta dell’ex soldato nel mezzo della boscaglia.

Rambo, in effetti, è l’uomo che jüngerianamente “passa al bosco”, combattendo più per una legge interiore che per scelta “politica”.

Lo stesso Sylvester Stallone ha di recente parlato del suo personaggio in termini non dissimili:

«Per anni l’identificazione con Rambo mi è sembrata una maledizione. Ora invece credo che dentro tutti noi ci siano paradiso e inferno, il lato generoso e quello oscuro. E così ho capito che in realtà è un privilegio, rappresentare il versante pessimista del mondo, l’eterno soldato che non ha una casa in cui tornare».

Ecco, Rambo non ha una casa. La sua patria è là dove egli stesso combatte la sua guerra. E’ un “ribelle senza causa”, o meglio: la sua causa è la ribellione pura.

Del resto, il suo conflitto con lo sceriffo non sembra nemmeno racchiudibile entro facili schemi moralistici. Teasle non è in effetti un eroe puramente negativo, malvagio, cattivo. E’ un uomo che cerca di fare il suo dovere, che tiene alla sua cittadinanza. All’inizio è sicuramente arrogante con il vagabondo in divisa, ma in caserma non sarà lui a torturare il prigioniero.

Così come il personaggio interpretato da Stallone non è un eroe puramente positivo, solare, immacolato. E’ ora fragile, ora testardo, ora irrazionale. Come nell’Iliade, noi sappiamo benissimo per chi parteggiare, ma ci troveremmo in difficoltà dovendo condannare razionalmente e in toto il comportamento delle autorità cittadine. La fascinazione nei confronti del ricercato continuamente espressa da Mitch il poliziotto (un giovane David Caruso non ancora prestato alla scientifica di Miami) esprime bene questa ambiguità.

I ruoli stereotipati, nel film, sono confinati in due soli personaggi: da una parte Trautman, il colonnello dal piglio hollywoodiano e dalla battuta pronta, vero nipotino di John Wayne. Dall’altro lato c’è invece il sadico sergente Galt, l’unico a morire della pellicola senza troppi rimpianti da parte degli spettatori. Ma a parte questo tributo al moralismo, il resto dei personaggi appaiono straordinariamente al di là del bene e del male.

Caratteristiche che si perderanno nel secondo e terzo capitolo, qui:

  • la muscolatura diventa ipertrofica,
  • la fissità dello sguardo preoccupante,
  • la fascetta reggi-capelli stereotipata,
  • l’adesione alla causa del governo quasi assoluta,

con tanto di involontari autogol (vedi il terzo episodio, dedicato “al valoroso popolo afgano” che qualche anno dopo darà tanti pensieri alla Casa Bianca).

La rivincita di celluloide cercata in Vietnam nel secondo film, con i goffi echi da guerra fredda, appare allo stesso modo patetica e artificiosa. E’ un Rambo, quello, prigioniero del suo personaggio, reaganizzato, quasi una macchietta.

Nulla a che vedere con l’anarca guerriero che combatte la sua guerra inutile e disperata del primo film. Quello che sembra uscito da un libro di Ernst Von Salomon.

Quello per cui:

«la vita da civile non esiste. In guerra c’è un codice d’onore, io copro te e intanto tu copri me, qui non c’è niente, niente».

Quello costretto in patria ad una vita da paria:

«Io là pilotavo gli elicotteri, guidavo un carro armato, rispondevo di attrezzature per milioni, qui non riesco neanche a trovare lavoro come parcheggiatore […]. Certe volte mi sveglio e non so neanche dove mi trovo. Non parlo con nessuno, a volte per giorni, per settimane, ma come è possibile? Come è possibile?».

Ce lo chiediamo anche noi, sempre e comunque figli di Rambo.

Adriano Scianca

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