Nucleare con riserva…

NUCLEARE? MA L’AVETE MAI PRESO UN TRENO?
Sì al nucleare, ma con riserva

Uno dei temi di maggiore attualità in questi giorni è il ritorno al nucleare. La proposta è del ministro Scaiola: aprire nuove centrali per fare fronte soprattutto al rincaro dei carburanti, ma più in generale per risolvere il problema energetico i un paese che non dispone di materie prime e che con un referendum suicida ha scelto, venti anni fa, di rinunciare all’indipendenza energetica. Lo stesso Scaiola, per sua ammissione, ha votato contro il nucleare venti anni fa.

Molto è stato scritto circa le infondatezze alla base
della scelta di rinunciare al nucleare,
prima tra tutte la preoccupazione di eventuali incidenti
,
generata dalla tragedia di Chernobyl,
ignorando che l’Italia è circondata da centrali nucleari straniere.
Il Piemonte occidentale, per esempio, quello dei No Tav,
ha subito qualche anno fa gli effetti di un incidente
avvenuto alla centrale francese di Grenoble.

Sul numero zero di questa testata, Luigi Di Stefano
metteva opportunamente in luce la necessità di un ritorno
all’energia nucleare
non solo a causa del rincaro delle materie prime,
ma anche perchè la struttura dell’economia italiana non permette altra
soluzione, visti anche i venti anni di ritardo accumulati.
E chiariva che il favor verso questa soluzione non impone una contrarietà
a discorsi sulle energie alternative o rinnovabili, tutt’altro.

Tuttavia, ora che il ritorno al nucleare, da proposta politica programmatica,
è diventata una riforma in corso di attuazione, occorre prendere
in considerazione come poter realizzare nell’Italia di oggi una centrale
nucleare… sopravvivendo.

Appurato, infatti, che la necessità dell’indipendenza energetica
passa per le centrali nucleari
e che, trattandosi di un servizio essenziale,
esse dovrebbero essere ripristinate dallo stato e non affidate a privati
(ma dati i tempi che corrono non è così scontato), ci si trova di fronte
al problema di affidare il nucleare ad uno stato
che non è in grado nemmeno di far funzionare i treni
.

Chi nell’Italia di oggi prendesse un treno (eccezion fatta
per gli Eurostar, gli Intercity in prima classe e i TGV e per i Minuetto,
ma per questi ultimi è solo questione di tempo,
dato che sono vettura nuove) si troverebbe di fronte a:

freni rotti che sulle tratte lunghe prendono talvolta fuoco e puzzano
ad ogni rallentamento,
riscaldamento/aria condizionata rotta in metà degli scompartimenti,
soppressioni improvvise e ritardi nelle tratte brevi e lunghe,
zingari che dormono e cambiano il pannolino ai figli,
controllori con divise logore e senza bottoni, che ad onor del vero
il più delle volte si fanno in quattro per i viaggiatori,
vetri così sporchi da non riuscire a vedere il panorama durante il viaggio.

Chi scrive gira il Piemonte in treno in lungo e in largo da tre anni
almeno tre volte a settimana,da Verbania a Tortona, da Casale a Bardonecchia,

e si chiede come possa provvedere alla manutenzione
di una centrale nucleare uno stato che non è in grado di pulire
il finestrino di un treno
. Uno stato che privatizza i settori
essenziali dell’economia per togliersi il pensiero, dopo aver accuratamente
tagliato sulla manutenzione.

Nel settembre del 1914 Filippo Corridoni si dichiarava contrario
alla municipalizzazione delle tramvie milanesi
: ciò non perchè egli
fosse liberale ovviamente,
ma perchè vedeva già nell’Italia di allora un
carrozzone fatiscente e clientelare, improduttivo e per nulla rispondente
alle esigenze della collettività.

Corridoni scriveva che nell’Italia di allora,
il settore pubblico era di gran lunga il più antieconomico e il meno produttivo:

«…Gli impiegati attendono il 27 del mese e i ministri o le giunte municipali pensano a soddisfare le esigenze dei deputati che possono votar contro e dei grandi elettori che possono sostenere la lista contraria. E così, come ora vediamo in ferrovia ogni sorta di esseri inutili adibiti a mansioni delicate e difficili, oppure messi in soprannumero a titillarsi l’ombelico, domani, nel servizio tramviario, vedremo il personale , specialmente d’amministrazione, raddoppiarsi e, con esso, raddoppiarsi anche le esigenze e diminuire la produttività».

É evidente che nell’Italia di oggi,
dove è quasi del tutto scomparsa la figura dell’ispettore sul lavoro,
ogni creazione di un nuovo settore del pubblico
rischia di nuocere alla comunità quasi quanto una privatizzazione
.

Visto che il ritorno del nucleare sembra cosa fatta,
forse è il caso di porsi il problema.

Giovanni Di Martino

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