Legge 180. 30 anni fa

Franco Basaglia e la Legge 180: una vergogna nazionale del servizio sanitario

È stato un anniversario assai silenzioso. Ovvero non ne ha parlato nessuno. Ma proprio nemmeno uno. Neanche una righetta sui quotidiani, chissà anche tra gli annunci mortuari del tipo “il caro estinto”. Eppure trent’anni fa, in Italia, si veniva a verificare una rivoluzione antropologica di non poco conto. Ebbene sì il 13 maggio del 1978 la malattia psichiatrico-mentale spariva dall’Italia. Ovvero i matti non esistevano più.

Temuti ed osannati nei secoli dei secoli, con la Legge 180 dello psichiatra Franco Basaglia (nella foto), poi Legge 833 del 23 Dicembre 1978 pazzi, folli, dementi, alienati e quant’altro a scelta uscivano, ad eufemismo, dalla scena. Si chiudevano così ed a seguire i manicomi e propri accessori, in alcuni casi a giusto titolo perchè veri e propri esempi di orrore sociale. Via la massima segregazione, la contenzione, la camicia di forza, l’elettroshock e le medicine. Moderna rivoluzione fu quella e così di non più considerare, secondo Basaglia e l’antipsichiatria degli anni ’60 e ’70 sullo stampo di certa libertà sartriana, “il malato mentale alla stregua di un individuo pericoloso ma al contrario un essere del quale devono essere sottolineate, anziché represse, le qualità umane. Il malato è di conseguenza in continui rapporti con il mondo esterno, in quanto gli è permesso di dedicarsi al lavoro e al mantenimento dei rapporti umani”. Sì tutto bello, meraviglioso, come la casetta del Mulino Bianco tra fiori ed arcobaleni.

Ma c’è sempre un “ma”, pesante come un macigno perché si dimenticava, allora ed anche ora, in tutta quella e questa euforia di modernizzazione socio-sanitaria, di far aprire delle strutture d’assistenza ed accoglienza alternative e di tradurre nella dura e crudele realtà tutto l’apparato teorico legislativo della 180. Briciole palliative si concretizzavano in surrogati di manicomi ad orari burocratici ben precisi (Dipartimenti di Salute Mentale, Centri d’Igiene Mentale, Centri di Salute Mentale, etc.), sabato, domenica e festivi a regime ridotto o chiusi perché è noto che in quei giorni i matti non sono matti.

La sinistra, molto radical-chic e poc’altro nella sostanza, gridò in tripudio all’evoluzione miracolosa di certa novella psichiatria e poi si assise sulla poltrona del totale menefreghismo, lasciando i malati in completo abbandono ed i familiari soli nella loro disperazione. Per non parlare della più generale confusione nella cura delle innumerevoli patologie cliniche. Per non vedere tutti quei poveri relitti umani abbandonati, come profughi naufragati, ai bordi delle strade e nelle stazioni ferroviarie o della metropolitana, ad elemosinare un nulla, mostrando ancora le stimmate delle corde a serrare mani gonfie e polsi scarni negli accessi umorali di putrida follia. Per non sottolineare il numero vieppiù crescente di omicidi e suicidi, consumati nella consunzione legale più completa.

Nel 1993 lo scrittore Mauro Covacich nel volume Storie di pazzi e di normali (Teoria ed.), evidenziando il fallimento dell’eccessivo ottimismo dell’antipsichiatria già menzionata, così scriveva:

«… L’ascolto alla parola dei folli è di una disarmante povertà. Relegata tra le mura familiari impreparate, dibattiti inutili sulla burocrazia sanitaria, cattivo uso. Solo disagio, paura, pena e repulsione».

E prima di lui nel 1986, ancor più duramente perché in questi casi non si deve essere gentili, Maria Luisa Zardini, Presidente dell’Associazione per la riforma dell’assistenza psichiatrica (ARAP), nel libro La tragedia psichiatrica (Sugargo ed.) così si rivolgeva ai suoi lettori:

«L’odierna irresponsabile legislazione psichiatrica condanna malati di mente e familiari a un’odissea di indicibile sofferenza ed emarginazione. Continua silenziosamente nel nostro paese un massacro psichico e fisico di massa che solo poche voci hanno osato denunciare: una minoranza arrogante e ben annidata nell’apparato dello Stato è riuscita a imporre a migliaia di italiani, col favore della legge e di gran parte della stampa, un’esistenza assediata, giorno e notte, dall’angoscia, dalla violenza, e dal sangue, spogliata d’ogni più elementare diritto umano: il diritto all’incolumità fisica e alla sicurezza, il diritto alla dignità personale, il diritto all’assistenza medica e alla tutela contro le aggressioni alla propria persona o ai propri beni o al proprio domicilio. La legge 180/833, smantellando le strutture psichiatriche e pretendendo di curare la malattia mentale in una miriade di piccoli ambulatori di quartiere che sono diventati una colossale rete di clientele politiche, di parassitismo e di sperperi, e sono stati regolarmente disertati dai malati era sbagliata alla radice e non poteva che approdare all’azzeramento dell’assistenza e della ricerca. Finalmente qui parlano le vittime. I malati ma soprattutto i loro familiari. Queste testimonianze di un’indicibile umanità ci fanno toccare con mano la realtà vergognosa e atroce in cui si è tradotta e ridotta la tanto esaltata rivoluzione antipsichiatrica di dogmatismo ideologico, ostracismo sociale, dove il sogno delle nuove cliniche è pretta chimera…».

Mario Tobino (nella foto sotto), scrittore e premuroso psichiatra di “vecchio stile” amava i suoi malati. Era loro legato da quella pietas rispettosa. Sapeva che con la sola paziente comprensione e quella certa dose di medicine avrebbe potuto aiutarli ad affrontare le ombre demoniache sull’impronunciabile Golgota del flagello.

«Soffrì molto, quasi isolato, per l’avvento delle Leggi 180 e 833 del 1978 che sancirono la chiusura degli Ospedali psichiatrici in Italia. Condusse con pochissimi medici una battaglia impari contro la demagogia e la mistificazione socio-politica che negarono l’esistenza e la specificità della follia. Volle che fino a quando un solo malato fosse presente in ospedale, questi dovesse essere curato ed assistito, ma non avvenne così».

Rese testimonianza di tutto ciò ne Le libere donne di Magliano (1953), Su per le antiche scale (1971) e ne Gli ultimi giorni di Magliano, pubblicato nel 1982.

«Un vero e proprio ‘j’accuse’ polemico – come ebbe a scriverne nella prefazione al testo Fausto Gianfranceschi – contro la 180 che ha abolito manicomi e matti».

«Il bastimento della follia è ancorato, immobile, nuovi deliri non sono accettati, non si ricevono nuovi passeggeri», sottolineava Tobino nel nome degli atroci errori compiuti da un progresso regressivo.

Non date retta, così, a chi vi favoleggia di concreti miglioramenti, profonda dignità e quant’altro. Tutto falso! Le misere conquiste che i parenti dei matti o pazzi (ricordiamo che non si usano, qui, termini gentili o politicamente corretti) hanno ottenuto in questi anni, le hanno avute solo combattendo con grande dignità, caparbietà, martirio ed al prezzo di quella che vuolsi coraggiosa sopravvivenza di fronte alla quotidianità caotica di urla, botte, minacce, morte solo e sempre. Senza speranze ma con la buia ed atroce prospettiva di non poter nemmeno morire in pace.

Grazie, Repubblica italiana, ‘sì democratica, per aver gettato nel dimenticatoio tanti dei tuoi figli, innocenti e disgraziati. Sacrificati all’egoismo del puro interesse economico e personale di numerosi e “luminosamente saggi” tuoi rappresentanti.

Grazie Repubblica Italiana, ‘sì democratica, per aver distrutto intere famiglie che te ne renderanno adeguato merito nel più infimo dei gironi dell’inferno dove sono state, da ultimo, relegate.

Recita l’art. 3 della Costituzione Italiana:

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge senza distinzioni… di condizioni personali e sociali”. Ed ancora, l’art. 31: “La repubblica Italiana tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività… La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana».

Recita una farsa, appunto, e null’altro in più o in meno…

Susanna Dolci

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