In cammino. Verso dove?

La destra in cammino… verso dove?

E’ stato sfornato in piena campagna elettorale e può essere definito a pieno titolo il prontuario del ‘pidiellino by An’. “La destra in cammino. Da Alleanza nazionale al Popolo della libertà” è l’ultima fatica di Alessandro Campi, professore associato di Storia delle dottrine politiche all’Università di Perugia e – dato politicamente più rilevante – direttore scientifico della Fondazione Farefuturo.

Per non ingenerare fraintendimenti, già le prime due righe dell’introduzione chiariscono profeticamente la ratio del volume («Quelle del 13 e 14 aprile potrebbero essere elezioni storiche»), tempestivamente fortificata dall’imprimatur del recensore ufficiale sul “Secolo d’Italia”, il direttore Luciano Lanna: «…l’appuntamento elettorale rappresenta un oggettivo punto di non ritorno». Un lapidario concetto al fine di disilludere qualche speranzoso militante: la scomparsa del partito non può essere messa in discussione da qualcuno (velleitari oppositori interni) o da qualcosa (l’annunciato congresso autunnale).

Esistesse chi – con tessera di An ben conservata in tasca, tipo cimelio – non avesse capito gli avvenimenti degli ultimi mesi, il Direttore elogiando il volume ha ribadito perentorio che il motu proprio finiano «di confluire nel nuovo grande contenitore del Pdl» è stato «necessario e coerente».

Forte del ruolo di ‘gosthwriter’ finiano (ma soprattutto ‘gosththinker’), Campi cerca di dipingere a tinte rosa, o se preferite azzurre, lo scenario politico che si prefigura. E miracolosamente ricompare – questa volta però nel versante dove meno te l’aspetti – una perfida e pericolosa teoria, secondo la quale chi si richiama all’identità diventa fautore di un

«ghetto fatto, più che di programmi e di proposte minimamente plausibili, di simboli del passato, di appelli ai valori, di richiami allo spirito militante e di parole d’ordine altisonanti ed evocative».

Una tesi non proprio originale. Ho il sospetto di aver sentito e letto queste parole già negli anni ’70, con tutte le conseguenze che chi c’era può ricordare perfettamente.

Il presupposto obbligato è che anche la famiglia missina, con quelle comunista, socialista e democristiana avrebbero:

«largamente esaurito il ciclo vitale, implose sotto il peso dei loro fallimenti non hanno retto l’impatto con le trasformazioni della storia ovvero si sono dimostrate incapaci di rispondere alle nuove sfide politiche».

Ecco perché – attraverso un lungo percorso di elaborazione di «un profilo culturale davvero innovativo rispetto a quello di partenza» il volume cerca di spiegare come il progetto PdL sia la «grande politica», la novità che rappresenta «un’opportunità per molti versi unica», «un’occasione d’oro per chiunque voglia fare politica partendo non dai proclami, ma dalle idee». Per chi non l’avesse ancora intuito, in questo progetto «hanno contato il buon senso e il realismo politico», la volontà di «aprirsi verso nuovi orizzonti mentali e spaziali». Non la volontà ‘predelliana’ di Berlusconi al fine di supersemplificare lo scenario ed essere così sempre più ‘dominus’ incontrastato della politica e della legislazione nazionale.

Campi si riferisce ad una destra (chissà se si potrà chiamare ancora così visto che lo stesso autore paventa una «uscita della destra dalla scena politica nazionale») che ha l’occasione «di dare corpo e concretezza alle ambizioni egemoniche che An ha manifestato sin dalla nascita».

Non conta, perciò, che per realizzare finalmente questo predominio agognato si rinunci alla storia, all’identità, al simbolo, si rettifichi la propria collocazione, si perpetuino ripensamenti, abiure e pentimenti, si adotti la strategia del ‘minestrone insipido’.

E’ sufficiente un po’ di marketing politico spinto, avviato dopo una precisa ed attenta indagine di mercato, con l’obiettivo di superare:

«una volta per tutte le idiosincrasie, i riflessi condizionati, le chiusure comportamentali e gli automatismi mentali ereditati dalla tradizione missina, che sinora avevano impedito ad An di aprirsi a un rapporto costruttivo ed egemonico con importanti settori della società italiana».

Mentre, ovviamente, è retrogrado, gretto, zoticone, «vittima inconsapevole di una vera e propria trappola mentale» chi la pensa e la immagina diversamente.

Infine, da apprezzare lo sforzo dell’autore per conciliare, armonizzare, rendere perfettamente coerente il passato dei tanti protagonisti con questo nuovo percorso politico ed ideologico. Tanto da spingersi ad ispirare aperture al multiculturalismo, all’immigrazione e nel rapporto con le religioni.

Ma questo verrà dopo, prima necessita un’altra indagine di mercato.

Fabio Meloni

rossi, viterbo, caffeina

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