Manifesto del silenzio

Manifesto per il silenzio
Ovvero: quando il rumore inquina la vivibilità

Il ed in “silenzio è la condizione ambientale definita dall’assenza di perturbazioni sonore”. Oppure è “l’astensione o cessazione dal parlare”. “Il silenzio è d’oro” recitava un adagio di proverbiale saggezza. E va preservato nella sua e nostra sopravvivenza, aggiungiamo a mo’ di prescrizione medica salvavita.

Ciò che ci conforta è che anche il critico inglese Stuart Sim la pensi alla stessa maniera. Tanto da aver scritto un vero e proprio manifesto in difesa della silenziosità et similari. Editato da poche settimane per la Serie Bianca della Feltrinelli, il suo volume ha già ottenuto attestazioni di stima… mute… ma non per questo meno apprezzate.

Basta con le confusioni, l’inquinamento acustico, il sacco brutale d’innocenti padiglioni auricolari, decibel e strilloni. Si dia avvio ad una vera e propria riscossa del silenzio sui rumori e di una certa dose di equilibrio tra i “suoni” e la “quiete”.

«Per molti di noi – scrive Sim – il rumore è una tortura mentale, un’esposizione prolungata ai suoi effetti fa sì che il pensiero e i comportamenti razionali diventino sempre più difficili da mantenere».

Troppe parole, pardon chiacchiere blaterate, non portano che ad una tattica fuga che nemmeno Ludwing Wittgenstein potrebbe arginare con il suo famoso incipit: «Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere». SSSTTTT…

Pace, calma, quiete…. Quelle stesse che accompagnano da millenni riflessioni monastiche, visioni divine, contemplazioni delle più ctonie divinità, vita e morte legate a quell’attimo filosofico di nulla prima dell’inizio e della fine, battaglie e combattimenti da sempre danzanti nella silente immobilità pre e post dell’ultima sfida.

Marc de Smedt nel suo Elogio del silenzio, nel 1992, registrava che «il silenzio è lacerato dal rumore» e che (fortunatamente) «ci sono spazi di silenzio e un mistero del silenzio che devono essere conquistati» perché «È l’ora del silenzio,/ di diventare la torre/che l’avvenire brama» (René Char).

httpv://www.youtube.com/watch?v=NokC2LlNC5M
(Simon and Garfunkel, The sounds of silence)

Dal canto suo, Sim affonda il coltello nella piaga mortale di un uso scorretto di ciò che è frastuono e martellamento, parlando di città sempre più invivibili, grattacieli cantanti, aeroporti assordanti, cantieri di lavoro urlanti e, da ultimo ma non meno aberrante, delle tecniche militari che politicamente usano il rumore per provocare morte:

«Quando il governo di Israele usa i bang sonici prodotti dagli aerei che volano a bassa quota per ‘indebolire il supporto offerto dalla popolazione civile ai gruppi armati palestinesi responsabili […] degli attacchi suicidi’, gettando scompiglio, con le risultanti onde d’urto, tra gli sfortunati abitanti della Striscia di Gaza, la politica del rumore raggiunge un nuovo livello, molto più minaccioso e allarmante, che non può più restare incontestato. Anche le forze armate statunitensi stanno mettendo a punto particolari dispositivi che producono rumore, da usare in alternativa alle armi convenzionali; è facile ipotizzare che questa tendenza sia destinata a rafforzarsi presso gli eserciti di tutto il mondo».

La difesa del silenzio è, dunque, necessaria.

«Senza il silenzio, un vero e proprio diritto regolarmente calpestato, non sembra possibile dedicarsi alle funzioni più creative che caratterizzano la specie umana».

Silenzio è poesia, arte ed architettura, letteratura, estetica, post-moderno, de-costruzione ed ineffabile, musica (“parola di verità” nietzschiana), filosofia, libri e biblioteche, lingua e parola, bellezza e perfezione, pensiero ed informazione.

«Moltissimi sono i silenzi – ci dice l’autore in un’intervista rilasciata ad Il Giornale del 7 giugno scorso – e ciascuno è collegato a uno stato d’animo (…). Il silenzio è irresistibile di notte, a passeggio per le strade o seduti in poltrona a casa di amici (…). Molti di noi hanno un bisogno fisico di rumore ed azione. Siamo esseri sociali ed adoriamo interagire. Ma allo stesso modo è parte di noi riflettere e rilassarci nella quiete più totale. Il problema è che oggi ciò ci viene impedito. Non possiamo più esprimere questo lato della natura umana».

E quasi a fargli eco, Stefano Zecchi dalle pagine del medesimo numero del summenzionato quotidiano ribadisce: «A tutto volume per non sentire nulla e per fuggire dal proprio io».

Allontanarsi del tutto da quella condizione beckettiana di assoluta essenzialità che solo un deserto sa offrire nella sua distruzione di ogni senso. Quella sterminata ed immobile distesa di sabbia rovente che culla l’essere umano nel ciclo della continua perdizione e ritrovamento più totali, densamente espressi nel capolavoro della nulla silenziosità ed offerti nei lontani 1977 e 1990 dall’egocentrico narratore Paul Bowles e dall’ancor più individualista regista cinematografico Bernardo Bertolucci ne Il tè nel deserto:

«È davvero giunto il momento di alzare la voce in difesa del silenzio e contro la politica e cultura del rumore, ed è per questo che concludo il mio manifesto con un tono così spudoratamente battagliero».

Così chiude il suo saggio Stuart Sim, con lo sguardo danzante come la famosa stella, alfine, su quell’ Oceano del silenzio ‘sì ben fatto di sua storia che, nel lontano 1988 ed a seguire, Franco Battiato, Fleur Jaeggy ed Alice andarono a cantare nella sua possente semplicità:

httpv://www.youtube.com/watch?v=tfqwo73wjVU

Susanna Dolci

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