Il fu Mattia Bazar

Il Fu Mattia Bazar” e altre storie da libreria non è uno scherzo. È “soltanto”, questo, il titolo di un volumetto editato alla fine del 2007, uscito in sordina e divenuto motivo di s-conforto alle stravaganti richieste ed affermazioni che gli addetti ai lavori nelle librerie, preziosi lettori, amanti & topi di biblioteche e quant’altro di similare nella scala evolutiva dell’universo a carta stampata, quotidianamente, si trovano ad affrontare.

L’editrice della quanto mai stravagante-surreal-ironica ma veritiera iniziativa è la Orme Editori di Milano che dal 1992 si dedica alla pubblicazione di guide sull’arte, scienza e medicina naturale. Ad infiocchettare tutte le storpiature ci ha pensato l’agenzia letteraria “a servizio completo” Grandi & Associati che si è così divertita a dar corpo, in una miscellanea aneddotica, fulminante e buontempona di 112 pagine al modico prezzo di 5 euro, ai “mostri generati dal sonno della ragione”… sempre che messer Francisco Goya lo permetta.

Un vero rosario di squisitezze che non può non strapparci incolpevoli sghignazzate. Ce n’è veramente per tutti i gusti. Ecco, allora, per i classici della letteratura:

“Alla ricerca del tempo perduto di Alain Prost”, “Quer pasticciaccio brutto di Via Teulada di Gadda”,”Fanta Amara di Silone”,Fiordaliso e Boccadirosa di Hermann Hesse”, “Camera con terrazzo di Forster”,”Zampa bianca di Jack London” e “L’Homelette di Shakespeare”.

Passando dalla storia alla filosofia ed agli antichi latini e greci, vere perle di saggezza:

“Mi servirebbe un libro fotografico sulla Rivoluzione Francese”, “Uomo fava di Max Frisch”, “Fenomenologia sotto spirito di Kant”, “Candido di Volterra”, “Feretro di Platone”, “Apoteosi di Socrate”, “Apologia di Sofocle”, “Edipo a Cologno di Sofocle”, “Le pistole di Cicerone”. Senza tralasciare: “Uomo troppo uomo” e “Così parlò Zaccaria” di Nietzsche.

Per quanto riguarda teologia, riflessioni ed affini amenità, non potevano mancare:

“Sacra Sindrome”, “Vangeli ipocriti”, “Lo Zabaione di Leopardi”,”Il vomito di Jean Paul Sartre”.

E così via sino ad arrivare a vere e proprie iconografie d’ambiente:

“Il ritratto di Doris Day di Oscar Wilde”, “Il risotto di Dorian Gray”, “Il ritratto di Miriam Gay”, “Il ritratto di Dorian Gray di Orson Wells”. Ed ancora: “Il barone ruspante”, “Il barbone rampante”, “Il barone rampicante”, “Braccobaldo” ed “Il cestino dei castelli incrociati”… tutto, ovviamente, di Italo Calvino.

E datosi che chi legge è avido come le api che svolazzano di fiore in fiore, una manciata finale di primizie a misto gusto:

“Tre metri sotto terra di Moccia”, “Fifone di Conrad”, “Divina Commedia in bergamasco”, “Centomila cubetti di ghiaccio di Giulio Bedeschi”, “I malori del giovane Werther”, “Madame Bolivar di Flaubert”, “Il Giovane Golden di Solingen”, “Moby Dickens di Melville”, “Zio Vanni di Cechov”, “Tito Androide di Shakespeare”, “Il Gattosilvestro di Tomasi di Lampedusa”, “Le Sepolture del Foscolo”, “I Meravigliosi Orsetti di Buzzati” ed il “Signore degli Agnelli”.

Interpellanze, dunque, sconclusionate e spess’anche imbrillantinate di saccente pedanteria che si rivelano, alfine, fonte ispiratrice di divagazioni smaglianti. Purtroppo e però ancor qui non si favella di sospirati antidoti ed appropriate cure. L’unica soluzione che ci viene da offrire è quella di contro-battere l’arrugginito ferro dell’encefalo con un martello di raffinata e crudele saggezza. Così… per ciò che vuolsi definire “semplicemente” una buona lettura!

“Quello che non mi uccide, mi fortifica” (Friedrich Nietzsche), “Ma dove troverò mai il tempo per non leggere tante cose?” (Karl Kraus), “La citazione più preziosa è quella di cui non riesci a trovare la fonte” (Arthur Bloch), “L’intellettuale è un signore che fa rilegare i libri che non ha letto” (Leo Longanesi), “Dai libri imparo meno che dalla vita; un solo libro mi ha molto insegnato: il vocabolario. Ma adoro anche la strada, ben più meraviglioso vocabolario” (Ettore Petrolini), “I libri che recensiva li leggeva soltanto in seguito. Così sapeva già quello che ne pensava” (Elias Canetti), “Meglio tacere e far finta di essere stupidi piuttosto che parlare e togliere ogni dubbio” (Anonimo), “La conoscenza non è cultura. Il campo della cultura comincia quando si è dimenticato NON-SO-CHE-LIBRO” (Ezra Pound), “La cultura è come la marmellata: meno ne hai e più la spalmi” (Anonimo), “Non leggo mai libri che devo recensire; non vorrei rimanerne influenzato” (Oscar Wilde).

Un dubbio, però, or ora a conclusione mi sovviene..

“Dove correvano dolcissime le mie malinconie”? Ne “Il giardino dei ciliegi” di Lucio Battisti o su “La collina dei ciliegi marzolini” di Anton Cechov?

Bah… chissà…

Susanna Dolci

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