House vs. Tersilli

Ogni epoca ha la sua icona, il suo eroe capace di incarnare il carattere di un paese, di rappresentare lo spirito del tempo sul grande schermo dell’immaginario collettivo. Ma ad ogni cambio di stagione, ad ogni scarto della storia, ad ogni varco delle coscienze, nel territorio fantastico dei pensieri sociali, l’icona del tempo che va e quella di quello che viene si incontrano, si guardano negli occhi, come in uno degli interminabili duelli dei film di Sergio Leone. Ed allora, magari con la musica inconfondibile di Ennio Morricone, sulle schermo sembra di poter vedere il medico della mutua col viso pacioccone di Alberto Sordi guardare indispettito e sorpreso la figura avanzante del Dr. House. Scorbutico e decisionista, irriverente, capace di slanci altruistici ineguagliabili pur di salvare il suo paziente.

Il vecchio contro il nuovo: due stili di vita, due filosofie, due caratteri a confronto. Da una parte l’Italia di ieri, dell’opportunismo e dei corporativismi, delle piccole beghe e dei grandi egoismi, delle appartenenze sciatte e del politichese enigmatico, della concertazione infinita, dell’indecisionismo delle coalizioni, del passo lento e delle tattiche furbesche. Dall’altra, l’Italia di domani, che a milioni si appassiona al Dr. House e sogna una società in cui la retorica buonista e inconcludente venga sostituita da parole di aspro buon senso, dette da gente con le palle che sappia prendersi la responsabilità delle proprie decisioni, che non cerchi l’eterno inciucio dell’anima.

httpv://it.youtube.com/watch?v=OlB8VN44gNI
Hugh Laurie, Dr House M.D.

Quei milioni che si affannano a vedere il Dr. House sono una grande manifestazione di massa contro l’Italia di ieri, l’Italia dei perenni ricatti e dei trucchi incessanti. Insomma, l’Italia incarnata alla perfezione da quella maschera sociale che fu Alberto Sordi nel film di Luigi Zampa del 1968. Quello stesso Albertone nazionale contro cui Moretti aveva inveito ferocemente nel suo primo film, Ecce Bombo del 1978, dove aveva inserito una scena in cui il protagonista, sentendo in un bar un uomo dire: «Tanto sono tutti uguali.. rossi neri…», lo aggredisce urlando: «Rossi neri tutti uguali? Ma che siamo in un film di Alberto Sordi? Ma che siamo in un film di Alberto Sordi?». Poi, cacciato da quello stesso bar se ne va gridando «Ve meritate Alberto Sordi! Ve lo meritate!».

Già, adesso si può dirlo senza paura di essere accusati di revisionismo: eccome se aveva ragione Nanni Moretti a scagliarsi contro quell’Italia profondamente moderata e compromissoria, quell’Italia all’eterna ricerca di favore giusto, del politico giusto, della spinta giusta. Alberto Sordi fu gonfaloniere e maschera della seconda metà del Novecento italiano. Sia per intuizione personale, sia per diretta appartenenza, Sordi è l’allegoria della piccola borghesia peninsulare nella sua contraddittoria e contorta sopravvivenza. Nell’alternarsi delle vicende e situazioni, egli narra la prassi e la psicologia della sproporzionata base di massa della prima repubblica. Egli prestò il suo strepitoso talento per riprodurre singolarmente la cultura, l’ideologia e l’azione degli anti-eroi dell’imperialismo straccione italiano, quell’Italietta della tresca e dell’espediente che dichiara, vuole, deve e non può, recalcitra o vacilla, figlia ingrata dei principi rinascimentali. Quella incarnata da Sordi è un’Italia che ancora cerca di sopravvivere, seppure boccheggiante, e che continua a vivere nel piccolo cabotaggio ricattatorio, negli interessi di bottega, di partito, di corrente, di famiglia, di clan, di bocciofila, di circolo degli scacchi… Un’Italia che guarda al particolare prima che al generale, minoritaria nell’anima perché sostanzialmente individualista. Un’Italia che non vuole scegliere perché c’è sempre un noi più piccolo con interessi “essenziali” da difendere. C’è un paziente da salvare, c’è una rivoluzione da fare? C’è sempre qualcun altro che dovrebbe intervenire, azzardare, sporcarsi le mani. Nell’Italia di ieri la responsabilità non era mai individuale.

Dr House vs Medico della muta, quindi: è questa la sfida culturale che in questi giorni, in questi mesi, a destra come a sinistra, ognuno nel proprio ruolo, tutti gli italiani dovranno affrontare. Per uccidere, finalmente, il nostro padre democristiano, quel dottor professor Guido Tersilli, il medico della mutua, vero prototipo dell’eroe piccolo borghese italiano e della sua filosofia. Personaggio senza vere qualità, ma abile nell’intrallazzo; opportunista, cinico, arrivista e senza morale, Tersilli dal nulla costituisce il suo piccolo impero sfruttando le necessità del prossimo, nel modo più odioso: facendo affari sulla salute altrui. Attenzione, però, Tersilli non è il diavolo, non è maligno per natura, ma è determinato, così come i suoi assistiti non sono scevri dal peccato, ma anzi anch’essi sfruttano a mani basse l’assistenzialismo sanitario gratuito, offerto dal personale politico nazionale in cambio del consenso dal mugugno ipocrita. Un uomo sorto dalla meschinità, intriso d’essa, deciso a scrollarsela di dosso, ma per mezzo di scorciatoie d’ogni tipo, senza pudore, senza una vera coscienza. Un uomo che invidia, odia i suoi superiori, che comprende quanto siano irraggiungibili, ma che resta soffocato dal suo menefreghismo e si limita a gretta imitazione di una presunta aristocrazia. Per questo, un uomo che esonda disprezzo per tutti coloro che sono al di sotto del suo gradino sociale piramidale, schiacciandoli e umiliandoli senza pietà e rimorso. Quando poi giunge al potere, un uomo che diviene spietato con chiunque, crudele oltre ogni immaginazione e predisposizione.

Ecco come Bruno Vespa descrive il dottor Tersilli nella prefazione dell’ultima edizione del libro di Giuseppe D’Agata da cui fu tratto il film con Sordi:

«Lo sguardo liquido e ipocrita, il rigoroso perbenismo da sepolcro imbiancato, l’arrivismo sfrenato a qualunque prezzo camuffato da nobile fedeltà al giuramento d’Ippocrate. Soprattutto, la convinzione ferrea che gli ammalati siano numeri, fatturato, misera e inconsapevole massa di manovra di interessi colossali e inconfessabili…».

Per il cinema Sordi è stato, nel bene e nel male, quello che Andreotti è stato per la politica, o Mike Bongiorno per la televisione: un gigante, un pezzo di storia italiana, un monumento vivente, un padre della patria. Una patria simpatica, artistica e solare, a volte eroica, ma profondamente qualunquista. E sostanzialmente egoista.

httpv://it.youtube.com/watch?v=SqPMoVv2eio
Alberto Sordi, Il medico della mutua

Proprio lì, in quella maschera eterna, che va recuperato il bandolo della matassa della gran parte dei mali italiani. Ed è per questo che lo scontro-metafora tra Dr. House e il professor Tersilli è quanto di meglio per comprendere lo sforzo definitivo, rivoluzionario, che il sistema politico italiano deve compiere per riuscire a redimersi.

Come infatti spiega il sociologo Franco Cassano:

«da noi la politica ha rinunciato di suo al diritto-dovere di decidere per timore di perdere consensi, mostrandosi debole di fronte ai ricatti corporativi. Sicché ha condannato se stessa e il paese al piccolo cabotaggio e all’assenza di futuro. La politica insomma si è adattata alla derubricazione del suo spessore, sostituendo le idee generali con la pervasività: nomina tutto e tutti, inclusi i primari ospedalieri. Questo nominificio è una palude, la morte della politica, mentre della politica vera il paese ha un grande bisogno».

Il Dr. House contro il medico della mutua, allora, per non sentire più i ragionamenti del dottor Tersilli così come raccontati nel libro di Giuseppe D’Agata dal qual fu tratto il famoso film con Sordi:

«La meccanica della prestazione ha un andamento fatale e inesorabile. La visita, la cura? Chi si può permettere di fermare la marcia di una catena di montaggio per occuparsi di un singolo, insignificante pezzo, che è uguale a tutti gli altri? Si prende il pezzo anomalo e lo si scarta: i pezzi che incalzano non possono aspettare. L’importante è che il mutuato non muoia, il che rappresenta un piccolo lutto, una perdita per tutti i medici mutualisti; se però muore, se proprio è destino che debba morire, pazienza. Purché la catena non si fermi».

Ed è proprio la catena perversa di un consociativismo appiccicosa che in Italia deve essere spezzata una volta per tutte, perché una politica forte è quella che affronta di petto i grandi problemi, che mobilita speranze ed energie, non quella che vive di consulenze, gettoni di presenza, provvedimenti ad hoc per gli amici e le lobbie.

Troppa gente vive di politica e non per la politica. Come troppa medicina vive “di malati” e non “per i malati”. Spezzare la catena corporativa in cui ogni anello è un piccolo interesse settoriale: ecco quello che bisogna fare per non vergognarsi più, da italiani, di un’Italia dozzinale che non siamo ancora riusciti a scrollarci di dosso. «Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono», cantava Giorgio Gaber nel suo testamento politico culturale. Per non ridere più di quel riso consolatorio che cerca di trasformare in nostri difetti peggiori in simpatici caratteri di un’eterna commedia dell’arte.

Forse aveva veramente ragione Pier Paolo Pasolini quando si scagliava contro la “maschera” Alberto Sordi, colpevole di una comicità inutilmente rassicurante:

«Ma di che specie è il riso che suscita Alberto Sordi? Pensateci bene un momento: è un riso di cui un po’ ci si vergogna», perché la comicità di Sordi «nasce dall’attrito, con la variopinta e standardizzata società moderna, di un uomo il cui infantilismo anziché produrre in genuinità, candore, bontà, disponibilità, ha prodotto egoismo, vigliaccheria, opportunismo, crudeltà..». è per questo che, secondo Pasolini, con Sordi riusciamo a ridere solo noi italiani: «Perché solo noi conosciamo il nostro pollo. Ridiamo e usciamo dal cinema vergognandoci di aver riso, perché abbiamo riso sulla nostra viltà, sul nostro qualunquismo…».

L’analisi di Pasolini prosegue, spiegando in sostanza come la comicità di Sordi, (e in particolare quella del Sordi-dottor Tersilli, aggiungiamo noi), può avere successo nell’Italia democristiana del secondo dopoguerra perché quell’Italia, in definitiva, mancava totalmente di senso civico:

«Per pubblici stranieri – spiegava Pasolini – è difficile ridere su un modo di vita che è il peccato stesso, è il male stesso, senza rimedio, senza contraddizione. Essi non conoscono l’arte di arrangiarsi, o, se ne hanno sentore, la vedono molto più romanticamente. Tanta ferocia, tanta viltà è inconcepibile. Noi possiamo riderne, amaramente: ma a loro che glielo fa fare? Questa comicità di Sordi, piccolo borghese e cattolica, fondamentalmente senza nessuna fede, senza nessun ideale, non urta e non urterà mai la censura italiana: urta e urterà sempre chi possiede una sensibilità civica e morale».

Come ha spiegato Barbara Palombelli,

«in quell’Italietta che non faceva tendenza e che nessuno imitava, gli uomini e le donne si sono specchiati per decenni nelle pellicole di Sordi perché raccontava proprio come eravamo… eravamo, anche, vigliacchi, magliari, furbi, un po’ delinquenti, ma sempre cocchi di mamma…».

Lo stesso Pasolini, benevolmente, cercava una via d’uscita verso un riscatto di Sordi e, quindi, dell’Italia intersa:

«Se in Sordi entrasse definitivamente questa contraddizione, se egli capisse che non si può ridere se al fondo del riso non c’è della bontà la sua comicità finirebbe di essere uno dei tristi fenomeni della brutta Italia di questi anni, e potrebbe contribuire almeno a una lotta riformistica e morale».

E, in effetti, il Sordi vero, sostanzialmente, odiava il Sordi personaggio:

«Non sono certo orgoglioso – ha spiegato all’inizio degli anni Novanta, con tangentopoli montante e la prima repubblica cadente – di aggiungere al “medagliere” dei miei ritratti di un italiano, e al profilo del mio “medico della mutua” un’ennesima verifica della preveggenza della finzione cinematografica nei confronti della malasanità della nostra sotto cultura civile. Il personaggio di Guido Tersilli è stato antesignano di questa sfrenata caccia ad “acchiappare quel che si può” che sembra divorare l’Italia. Ma la discesa, diventata una scalata, è rovinosa. Ciò che mi spaventa è la corruzione endemica, che serpeggia ovunque, e che va sottobraccio al veleno del consumismo. Il cittadino, indignato a parole, è spesso quello che poi cerca, nel suo piccolo, di corrompere un vigile per avere un parcheggio privilegiato. Siamo tutti travolti dal tornado di un pericoloso edonismo della vita. Di fronte ai privilegi rubati con l’inganno, privilegi di denaro e potere vero o presunto, che fanno gola a tutti in modo abnorme, bisogna essere ormai drastici. Il nostro mondo è alla ricerca di una identità sofferta e solo colpendo duramente sarà possibile ritrovare un minimo di dignità e rispetto. Nella politica, come nei lavori nobili e in quelli umili, il consumismo è diventato una regola incombente. Non è la conquista di un desiderio, ma il bisogno di avere di più sempre di più. Ecco, allora, sbucare i conti all’estero, l’intrallazzo. Diciamo con coraggio: l’Italia è, in parte, un Paese corrotto. Quei medici sono la spia di un paesaggio. E se rilanciassimo il senso etico della convivenza con noi stessi e con gli altri? Se non lo faremo, perderemo il senso della Storia, diventeremo un pericoloso e falsamente libero mercato senza alcuna dignità».

L’icona Dr. House, in definitiva, contro quella del sordiano “medico della mutua” che, purtroppo, ancora sopravvive a comporre il puzzle delll’identità italiana.

Perché – come ha spiegato Angelo Panebianco:

«la strutturazione corporativa della società italiana è l’altra faccia della frammentazione e dell’immobilismo del sistema politico. Esiste un evidente isomorfismo, una necessaria coerenza, fra la mancanza di dinamismo della società italiana e la paralisi decisionale che da troppo tempo caratterizza il sistema politico».

Le rendite sociali, i mille dottori della mutua italiani, alimentano le rendite politiche e ne sono alimentate. Si determina così un blocco di sistema che spinge lentamente il Paese verso la decadenza economica e sociale. «Il dinamismo sociale, e lo sviluppo che esso favorisce, richiede apertura e disponibilità alla competizione».

Ma la società corporativa (il dottor Tersilli) è minacciata dal dinamismo sociale (Dr. House) e ha bisogno, per riprodursi, di esorcizzare la competizione:

«Rimettere in moto la società italiana richiede che si intervenga sulle istituzioni politiche, poiché solo la decisione politica può spezzare catene e circoli viziosi».

Insomma, solo il Dr. House, inteso come metafora di una rivoluzione culturale, può battere il “medico della mutua”.

Filippo Rossi

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