Global-No-Global-Sì…

“È inutile, la globalizzazione è un fatto”
Francesco Tullio Altan

INCIPIT

Con il termine globalizzazione si indica quel fenomeno di crescita progressiva delle relazioni e degli scambi a livello mondiale in diversi ambiti, il cui effetto principale è una decisa convergenza economica e culturale tra i Paesi del mondo. Questa semplice definizione “wikipediana” dà una idea funzionale del termine. Tuttavia procedendo per definizioni enciclopediche si rischia di perdere qualche elemento. Mi è sembrato quindi giusto scrivere un articolo sulle origini della globalizzazione, su come certi fattori possano in un determinato punto geografico influenzare decisioni prese a migliaia di chilometri e soprattutto cercare di capire attraverso l’analisi se la globalizzazione è la formula ideale per il progresso umano.

DALLA POLITICA ESTERA ALLA GLOBALIZZAZIONE

Fino a 50-60 anni fa il centro del sistema era lo stato. Ogni nazione aveva un proprio sistema che veniva inquadrato nello stato e nelle rappresentanze territoriali. Quando questa entità si configurava per agire all’interno del paese, si diceva che si adottava una politica interna, mentre per gli scambi commerciali con altre nazioni, per la diplomazia e per tutti gli altri tipi di trattative, si diceva che si faceva della politica estera.

Questa concezione realista si basava sul principio di costruire stati ossia negava l’autorità di una società internazionale atta a distruggere le tradizioni, i popoli e il sistema economica dei singoli paesi.

Tuttavia con l’avanzare di nuovi problemi che richiedevano interventi globali questo metodo di far politica ha iniziato man mano a dissolversi. Temi tipo l’ecologia, il nucleare o le crisi idriche hanno prodotto una frattura tra i realisti che ha costretto tutto il mondo politico-economico ad aprirsi verso una politica di tipo “globale”. Oggi l’America sembra interfacciarsi come uno stato realista. Ogni paese al di fuori del suolo americano è visto come una conquista coloniale, i trattati economici vengono stipulati solo per i propri interessi e i protocolli per aumentare il livello di vita medio non vengono visti di buon occhio(vedi protocollo Kyoto[1]). Questa è un delle incongruenze del sistema globale: lo stato che forse ha spinto più di tutti per una politica aperta è in realtà il primo che si pone verso gli altri in modo ottocentesco.

A seguito della crisi precedentemente accennata si imposero due nuove categorie di operatori internazionali: i razionalisti e i kantiani. I primi sostenevano l’esistenza di una società internazionale che deve basarsi sulla diplomazia e il libero scambio mentre i secondi dicevano che vi è si una comunità internazionale ma essa deve fondarsi su norme morali.

TECNOLOGIE E CONCORRENZA COMPARATIVA

Uno degli elementi che ha aperto la strada alla globalizzazione è stato il progresso tecnologico. Con l’avvento dei nuovi sistemi di comunicazioni, delle catene di montaggio avanzate e dei nuovi elaboratori si è verifica la nascita di nuovi attori sul campo mondiale: le società di telecomunicazioni derivate direttamente da branche della difesa[2]. Questi cambiamenti (esempi pratici sono la ricerca spaziale, internet, i cellulari e gli aerei) hanno determinato un mutamento nello stile politico e hanno modificato il modo di pensare di ogni singolo essere umano. Oggi è raro, se non impossibile, trovare individui che riescano a basarsi esclusivamente sulle risorse trovate nel proprio quartiere e che non usino sistemi di comunicazione attuali come il cellulare o internet.

Ogni giorno, insomma, si alimenta sia la parte sana della globalizzazione (scambio di informazioni, confronto, nuove forme di lavoro) che la parte negativa (eccessive dipendenze, schiavitù verso multinazionali, nuove forme di lavoro). Insomma per ora non si può parlare di globalizzazione come cosa negativa bensì di un cattivo uso dei mezzi messi a disposizione dalla globalizzazione.

Se nel passato il potere di una nazione si basava sulla stabilità della madrepatria e il numero di colonie oggi si misura con una formula ben precisa: più è alto il numero di industrie che hanno sede legale, amministrativa e finanziaria nella propria nazione e più è alto il numero di proprie industrie nei paesi poveri per ottenere manodopera a basso costo. Con questa politica si ottiene il controllo dell’economia globale. Inoltre ci sono delle situazioni jolly dove poter trarre dei profitti costantemente. Un esempio è il debito pubblico dei paesi dell’Africa[3]. Non c’è una reale necessità di voler annullare il debito pubblico di taluni paesi perché esso fornisce un ammontare costante di denaro nei paesi più ricchi e dove non è possibile pagare si barattano vasti territori per pochi soldi o, peggio ancora, si preparano colpi di stato. Insomma i governi cercano di ottenere il massimo guadagno senza tenere conto dei rischi.

Lo stato sociale moderno, oramai morente non interviene più, anzi si colloca in molti casi in posizioni antietiche e liberiste. Queste azioni sono molto pesanti, annullano decenni di battaglie civili per il miglioramento della vita ed inoltre fanno intuire un nuovo scenario politico: da dopo la guerra fredda la potenza economica è l’unica arma di imposizione, persino le azioni militari portano a risultati sempre meno scarsi mentre i trattati commerciali possono far il bello o il cattivo tempo di un paese. Non a caso si dice che il nemico di oggi non ha più l’elmetto e il fucile ma la penna e il vestito firmato.

BYE BYE BOMBA ATOMICA

Le armi di distruzione di massa col passare dei decenni hanno smesso di essere definite come il fattore chiave per diventare una potenza mondiale.

Principalmente ci son due fattori che hanno portato al cambiamento di valore di tale risorsa.

Il primo motivo è dovuto al CTBT che è un trattato che proibisce di testare le armi atomiche poiché ad ogni tot di test corrisponde un peggioramento della situazione del pianeta terra.

Il secondo motivo molto più concreto è che oramai quasi tutte le nazioni possiedono degli armamenti nucleari. L’aumento della presenza di una risorsa nel mercato globale corrisponde ad una diminuzione di valore del bene in questione. D’altronde una guerra nucleare non porterebbe vantaggi per nessuna nazione.

Non demorde invece la diplomazia nucleare, che rimane uno dei migliori mezzi per lavorare con la geopolitica. La Cina per esempio vende vettori nucleari al Pakistan. Questo infastidisce gli USA a causa delle tendenze radicali del Pakistan. Stranamente ogni volta che gli Stati Uniti varano piani per bloccare il mercato di Pechino, il numero di reattori verso certi paesi del medio oriente aumenta sensibilmente. Stesso discorso si applica agli scambi che faceva Boris Eltsin con l’Iran per contrastare il potere degli Stati Uniti. La stessa campagna Pro-Tibet \ Contro-Olimpiadi potrebbe entrare nell’ottica geopolitica per discriminare l’avanzata della Cina, quindi bisogna star attenti a non vedere in ogni popolo che si “ribella” una battaglia identitaria[4].

Infine ci sono i side-B ovvero le operazioni atipiche dell’ Organizzazione Internazionale Dell’Energia Atomica nel medio e i collegamenti con certi stati come Israele. Si calcola che solo in Israele ci siano tra le 100 e le 200 testate atomiche non dichiarate[5]. Come mai allora l’America invece di invadere l’Iraq non ha invaso Israele? La politica globale passa anche attraverso gli accordi sottobanco…

RIVALUTAZIONE DELLE RISORSE

Alcuni beni hanno smesso di essere fondamentali per il controllo geopolitico. Armamenti nucleari, controllo del territorio e difesa hanno fatto spazio alle risorse idriche e al petrolio che sono diventate la causa principale delle battaglie degli ultimi decenni. Ovviamente tali motivi son sempre stati celati istigando le popolazioni con motivi nazionalisti, religiosi o etnici.

In tutto ciò lo stato si ritrova assediato. Le banche centrali quando non sono già in mano a delle multinazionali controllano a stento i flussi di capitali e i vari enti non riescono in molti paesi a fornire normative sul lavoro o sull’ambiente in modo adeguato. In molti casi lo stato diventa un tramite dei poteri forti per rilanciare politiche utilitaristiche che riguardano il conflitto tra spazio nazionale e strutture sovranazionali come appunto può essere la globalizzazione.

DALLE ARMI AGLI ASSEGNI

Uno spin-off interessante da analizzare è l’evoluzione di certi movimenti da rivoluzionari a gestori dell’economia, ovvero quella fase che i tecnici definiscono establishment.

Il primo esempio che mi viene in mente sono i sandinisti in Nicaragua che gestiscono alcuni settori dell’economia. Caso molto più concreto è il Vietnam dove l’esercito popolare oltre a controllare le infrastrutture statali gestisce circa 300 imprese partendo dalle banche fino ad a arrivare alla produzione di preservativi.

Anche molti paesi del medio oriente noti per le loro lotte anti-imperialiste si sono trasformati in agenti di commercio per poter trafficare petrolio verso gli altri paesi. Ciò è l’esempio significativo che non in tutti i casi una politica di globalizzazione può far perdere la sovranità nazionale. Tutto ovviamente dipende da come si gestisce la situazione. La stessa Ue, in fondo, non ha portato nessuna nazionalizzazione dell’Europa solo l’aumento di scambi regionali, di nuove imposte e di parametri da rispettare[6].

POVERTA’ E GLOBALIZZAZIONE

Non è detto che la povertà sia una conseguenza della globalizzazione, in fondo persone classificabili come povere o estremamente povere esistevano già prima della mondializzazione dell’economia. Tuttavia si può affermare che certe politiche mondiali hanno portato ad una peggiore distribuzione delle risorse primarie, umane ed economiche così da aumentare il dislivello tra i vari ceti della popolazione, insomma una cattiva gestione del pianeta.

La povertà inoltre è anche una conseguenza del minore numero di servizi che offre lo stato. Uno stato che ritrae i propri servizi sociali o carrozzoni industriali in molte occasioni porta ad un miglioramento del servizio per i più agiati e ad un aumento della precarietà nelle masse.

Ma per capire se la povertà incombe non serve per forza analizzare il PIL. Si può far un osservazione di facile intuizione: in uno stato come l’Italia il segnale che la povertà sta aumentando si può ricondurre alla riduzione della varietà della dieta, all’aumento della mala sanità, al minor numero di italiani che vanno in vacanza e alla riduzione delle attività ricreative collettive.

Tuttavia bisogna ripetere che la povertà è un fattore più difficile da trattare rispetto alla diseguaglianza e una politica propensa ad aumentare tale divario è una politica che non vuole aver alcun interesse se non di tipo utilitaristici e privatistici.

Nei paesi del terzo mondo (come l’Africa o certe zone del medio oriente) l’aumento della povertà si manifesta con la continua mancanza di accesso alle strutture sanitarie. Secondo uno studio della scuola londinese sulle malattie tropicali, con gli adeguati finanziamenti della comunità mondiale si potrebbe ridurre il contagio dell’HIV del 42%. In questo situazioni poi operano dei poteri forti, come le mafie, per trarre profitti. Non a caso in paesi come la Thailandia[8] la tratta di bambine e bambini vergini minorenni è una delle merci più pagate. Dopo il primo rapporto, a causa delle possibili infezioni veneree, il costo della prestazione crolla del 95%.

DA LOS ANGELES A PARIGI PASSANDO PER ROMA

Un altro dato di fatto è che la criminalità, come l’economia, si è globalizzata. Secondo un rapporto ONU alcune mafia sono diventate un potere finanziario talmente importante da riuscire addirittura ad influire su certe situazioni negli stati più deboli.

Ma non è solo un problema di crimine organizzato. Negli ultimi anni a seguito di particolari processi sociali si stanno verificando delle vere e proprie rivolte nelle megalopoli.

Le rivolta di Los Angeles del ’92[8], le recenti rivolte nelle periferie francesi[9] nonché i moti accaduti in Italia a seguito dell’omicidio di Gabriele Sandri[10] non sono casi di violenza isolata, come vorrebbero far sembrare i media o alcune forze politiche. Questi esempi globali rappresentano lo sfogo di una generazione costretta ad abitare nei ghetti del futuro: spazi urbani gerarchizzati, polarizzazione degli abitanti in pieno stile apartheid e militarizzazioni dei gruppi sociali sono solo alcuni elementi che stanno sempre più affiorando nelle megalopoli.

In tutto ciò, le politiche statali hanno favorito alcuni regimi di segregazione e i vari media cavalcano il clima di terrore. Anche il ricorrere a misure di sicurezza non efficaci stimola il cittadino a non credere nello stato e nella polizia.

Tuttavia deve essere chiara una cosa: molti casi, tra cui quelli citati prima, non possono essere risolti con metodi repressivi. Bisogna coglierne le cause, analizzare gli eventi e cercare di prevenire prima di sopprimere.

TUTTO QUANTO UN PO’ PUNTUTO E CHE SAPEVA DI ESTREMA DESTRA

Di fronte ad una cultura globale incapace di fornire elementi come la speranza, la collettività e la vita si è visto un aumento del nazionalismo etnico. Queste nuove forme di nazionalismo hanno come base religiosa la concezione dell’autorità dello stato come fornitore di ordine politico e sociale. Ovviamente l’aumentare della crisi ha portato nei gruppi sociali di ogni ceto, razza e religione una nuova ondata di xenofobia che si è riversata da una parte con un “embargo” culturale e dall’altro con una ghettizzazione sociale. Nel primo caso è interessante notare come in molti gruppi di diversa origine politica vi sia concezione della vita dell’avversario che diminuisce la capacità di tollerare le ambiguità: la scarsa tolleranza trova poi una giustificazione ideologica in posizioni conservatrici-progressiste, caratterizzate tra l’altro dalla convinzione che gerarchia e sottomissione (o anarchia nel senso più becero del termine) siano necessarie in campo sociale e che in campo etico-morale esista un’unica fonte di verità. D’altronde non a caso le violenze politiche stanno ritornando di moda come mezzo d’aggregazione verso quei gruppi incapaci di alcuna azione sociale nel proprio territorio.

CONCLUSIONE

E’ arduo comprendere tutti i meccanismi con cui si può arrivare al miglioramento della vita umana. Se la globalizzazione ha portato da una parte ad un aumento di taluni diritti e a forti leggi per salvaguardare l’ambiente dall’altra si sta assistendo ad un ritiro sempre maggiore dello stato assistenziale ed un aumento dei conflitti sociali.

Pensare che tutto possa migliorare è un’utopia poiché le politiche adottate dai potenti son state tutte ad alto rischio e hanno portato enormi scompensi. Se si vuole creare realmente qualcosa di nuovo è necessario porre dei forti e radicali cambiamenti puntando altrove.

Bzzt!

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Note

[1] Il Protocollo di Kyoto della Convenzione sui Cambiamenti Climatici – http://www2.minambiente.it/sito/settori_azione/pia/docs/protocollo_kyoto_it.PDF
[2] Società Di Massa E Sfera Pubblica – http://www.comunicazione.uniroma1.it/materiali/20.51.15_seconda%20lez.ppt
[3] Wikipedia – Cancellazione Del Debito – http://it.wikipedia.org/wiki/Cancellazione_del_debito
[4] Giovanni Di Martino – Il Tibet Come Moda – http://www.eurasia-rivista.org/cogit_content/articoli/EkplFFVEupCzjMxMHV.shtml
[5] John Steinbach – CovertAction Aprile/Giugno 2001 -http://www.tmcrew.org/csa/l38/wwi/israelnukenation/index.htm
[6] Mariano Aguirre – I Giorni Del Futuro – Asterios Editore – 1996
[7] Essere In Thailandia da AlfaZeta n.46 – http://www.griffini.lo.it/laScuola/prodotti/sud/essereprostitute/essereprostitute.htm
[8] Paolo Tomaselli – Los Angeles 1992: i giorni dell’odio – http://www.sapere.it/tca/MainApp?srvc=dcmnt&url=/tc/storia/percorsi/LosAngeles/La_Home.jsp
[9] Fabrizio Massantini – Francia: perchè le rivolte parigine – http://www.liduonlus.it/pag.asp?Id=144
[10] http://www.gabrielesandri.it/

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