No al calcio postmoderno

Vorreste veramente che io adesso mi metta a fare ancora i commenti dell’europeo? Vorreste che mi mettessi anche io, a dire, dire, dire, del fatto che Marcello Lippi sarà il nuovo (neanche tanto) allenatore dell’Italia? E poi che dovremmo parlare di Totti che ritorna e Nesta no? E dovremmo dire, come qualcuno fa notare, che Berlusconi porta sfiga all’Italia del calcio?

No, vi prego, non mi chiedete questo. A me non me ne frega niente sapere chi vincerà l’europeo, perché uscita l’Italia me ne disinteresso totalmente. E neanche provate a parlarmi di calcio-mercato, che è una delle cose più odiose che ci sono in questo sport, e che fa vendere le copie dei quotidiani sportivi anche d’estate, quando questi non hanno assolutamente niente da dire.

Parliamo di altre cose, sempre inerenti al calcio, ma di un calcio che piace a noi.

Ad esempio: i tifosi croati a detta di tutti, sono stati la migliore tifoseria di questo europeo, che imponeva per l’appunto ai tifosi come e in che modo bisognava tifare. Il loro è stato un tifo incessante, hanno acceso torce nonostante il divieto, e per di più hanno esposto uno striscione con scritto: AGAINST MODERN FOOTBALL. Contro il calcio moderno.

migliorato, calcio postmoderno

Ma cos’è il calcio moderno?

Il calcio moderno è quella tendenza che il calcio e i suoi padroni, hanno cominciato a prendere quando si è capito che qualche cosa di nuovo poteva sostituire il vecchio calcio. Allo stadio poteva essere sostituita la comoda poltrona di casa, ai vecchi colori delle squadre di calcio potevano essere sostituite maglie sempre nuove, con sponsor sempre diversi e colori non del tutto attendibili con la storia societaria. Ai tifosi onnipresenti, caldi e appassionati poteva sostituirsi un tifoso nuovo, che può tranquillamente fare anche shopping nel suo stadio. Alle bandiere si potevano sostituire giocatori che ogni anno cambiano squadra per ingaggi sempre più alti. E tante altre cose.

Questo processo oggi ha portato appunto agli europei di Austria e Svizzera dove come detto c’erano delle regole per tifare. Ha portato alla scomparsa di “90 minuto”, e al monopolio televisivo non solo sui tifosi ma anche sulle squadre perché i mostri dello schermo pagano le squadre per trasmettere le partite. Ha portato a stadi sempre più vuoti, sempre più difficili da vivere, e alla perdita di ogni colore tipico in uno stadio di calcio (la bandiera, lo striscione, la torcia, la coreografia). Ha portato a squadre schiave della borsa, dei buffi o degli sponsor.

Ma la nostra è solo nostalgia per un calcio che non c’è più? Per i vecchi sopra Monte Mario, per gli striscioni con teschi ed elmetti, per le bandiere di ogni squadra? No, non è solo nostalgia. E’ un modo diverso di vivere il calcio, lo sport e la vita in generale.

Ed è per questo che in questa lunga estate in cui resterò a casa, nella quale non commenterò una riga di Olimpiade e mercato dei calciatori, ci dedicheremo appunto ad una visione diversa dello sport. Parlando di personaggi, storie e vita.

Per questa prima puntata propongo il Manifesto Contro il Calcio Moderno (clicca qui), creato anni fa da Lorenzo, l’avvocato-amministratore del sito www.asromaultras.it (clicca qui) che ha fatto nascere poi una rete di ultras e tifosi che in questi anni hanno cercato di contrastare il calcio moderno.

Questo è il link del manifesto che è datato 1999, e che quindi sembra anche sorpassato per alcune cose ormai avvenute e alle quali siamo abituati come se fossero normali (come le quotazioni in borsa, i nomi sulle maglie dei giocatori, le partite tutte ad orario diverso e i settori ospiti ormai chiusi), ma che ci fa capire quanto sia diverso il modo di intendere il calcio per un appassionato che vuole fedeltà, agonismo, fisicità, orgoglio ed anche tradizione.

Ed è solo un assaggio. Da qui in poi comincerà un viaggio nell’immaginario di un calcio che ancora sogniamo diverso.

Per cominciare propongo due libri: uno è Febbre a 90° di Nick Hornby che è il racconto di una vita passata dietro all’Arsenal, e l’altro è Barcollo ma non mollo scritto da un ragazzo di Roma che fu stampato in proprio nel 2001 e che racconta il processo di repressione che poi ha portato alla fine del tifo negli stadi.

Altri spunti non mancheranno.

Simone Migliorato

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