Casalavoro. Fine pena?

Le prime dichiarazioni del nuovo ministro della Giustizia,
il forzista Angelino Alfano, sono state improntate
alla ricerca di un clima di distensione con il Csm
e la Magistratura, dopo anni nei quali il conflitto
tra potere politico e giudiziario
ha raggiunto picchi notevoli.

In particolare, l’attenzione è stata puntata sulla riorganizzazione della
formazione dei togati,
con la promessa di attivare a breve la scuola
di Magistratura, e la spinosa questione della sempre più grave carenza di
personale amministrativo negli uffici giudiziari, resa tale anche dal persistente
blocco dei concorsi che si perpetua di legislatura in legislatura.

Non ultimo, è stato affrontato il tema del riordino dei ruoli direttivi
dell’organo di governo dei giudici
, tra l’altro in attesa di formulare
il proprio parere sul pacchetto sicurezza predisposto dal Berlusconi IV.

Qualche riflessione sovviene.

Principalmente, ci si chiede se ed in che modo il Governo affronterà
la questione della separazione delle carriere,
non tanto tempo addietro
motivo ripetuto quasi ossessivamente, ed ora sottoposto al comune silenzio.

Poi, se si procederà ad una significativa opera di snellimento
organizzativo
necessario a garantire gli standard minimi di qualità
dell’applicazione della giustizia, soprattutto in termini di durata dei processi.
Il fatto che il ministro abbia affrontato la questione dell’anemia di personale
amministrativo fa ben sperare, ma come sempre saranno i fatti, ed ancor più
la volontà effettiva, a dare una risposta.


Sarebbe necessario anche tornare a riflettere sugli istituti
di pena vigenti, ed in particolare
su uno la cui esistenza è ignorata da molti.
Si tratta delle case di lavoro. Si tratta, sempre per usare i termini del codice
penale, di una particolare misura amministrativa di sicurezza applicata ai soggetti
che, scontata la pena, il giudice ritiene ancora socialmente pericolosi, oppure
come punizione per coloro che hanno violato misure non detentive quali la libertà
vigilata, il divieto di soggiorno o il divieto di frequentare determinati luoghi.

Il periodo di permanenza presso di esse non può essere inferiore ad un
anno
, e cresce sempre più in ragione della più o meno intensa predisposizione
all’antisocialità da parte del detenuto. In teoria, il giudice può anche, non
disponendo la libertà dopo un congruo periodo, sancire un ergastolo di fatto,
un “ergastolo bianco”, ai danni di chi, formalmente, la propria pena l’ha pagata
.

In Italia sono quattro (due in provincia di Modena, una a Favignana, una a
Sulmona), ed hanno una popolazione di circa seicento unità, composta
per lo più da ex tossicodipendenti (anche se le sostanze stupefacenti continuano
a girare con una certa facilità), sbandati vari, soggetti con problemi psichici anche
di una certa entità, e persino figure che hanno avuto un ruolo negli Anni
di Piombo, come l’ex Prima Linea Michele Pegna.

L’aspetto paradossale di tutto ciò è che, nelle cosiddette case di lavoro,
si lavora poco o nulla
. Qualche laboratorio artigianale improvvisato, lavori di
fatica fondamentalmente inutili, e per il resto un’allucinante inerzia, una sorta di
coma civile per il cui mantenimento, tuttavia, lo Stato, e più precisamente il
ministero di cui è titolare l’on. Alfano, spende ogni anno cifre non indifferenti.

Il tema è stato sulla bocca di alcuni parlamentari, negli anni addietro,
dissolvendosi non appena le questioni legate alle alchimie partitiche hanno
cominciato ad imporsi con veemenza. Ora non giunge nulla nemmeno
dalle associazioni impegnate nell’assistenza alla popolazione carceraria.

Rimane, però, chi riflette. E cerca di sviluppare un discorso sulla
situazione degli istituti di pena che non cada nell’utopismo né,
tantomeno, in un brutale ed egoistico autoritarismo
. Anche per porre fine
ad una gestione penitenziaria, ormai inveterata, che si pone come causa di
sprechi sempre più ingenti, dando luogo a situazioni di sperequazione strutturale
di livello decisamente scandaloso.

Si spera che tutto ciò torni all’attenzione di chi di dovere. Perché la dignità
umana non può essere internata, e perché senza il ritorno ad una concezione

socialmente funzionale e razionale della pena e dei suoi modi di svoglimento, si
potrà solo continuare sulla strada, terribile, del sistema penitenziario come
produttore di delinquenza ed emarginazione a circuito chiuso
.

Marco Zenesini.

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