Diciamolo subito e chiaramente: il carovita non dipende dal malgoverno dei Prodi o dei Berlusconi. Sedesse a Palazzo Chigi uno scienziato dell’economia, non cambierebbe nulla. E’ il sistema, questo sistema che si rifà ai santi e intoccabili principi del libero mercato capitalista, che produce povertà. Ed ha ragione Tremonti: sono le speculazioni finanziarie (sul petrolio nella fattispecie in cronaca…), strumento ed esito del turbocapitalismo avanzato, che affamano popoli e stati. Frenarle dall’interno del sistema stesso è impossibile. Femarle più che mai.
“Aumenta il pane, la pasta, la benzina governo X, governo di rapina”, si urlava un tempo
(sostituire alla “X” il nome del capocameriere di turno). Erano gli anni ’70, quando il debito statale cominciava ad avvitarsi in una spirale in alto che non conosce, ad oggi, rimedio altro che il taglio della spesa pubblica. Esattamente come vogliono gli istituti di credito di cui siamo debitori (Fmi e Banca Mondiale in testa…). E Berlusconi – oggi, lui come ieri, altri – per mano del suo Ministro dell’Economia Tremonti, esegue.
Nei prossimi tre anni sono previsti e saranno realizzati tagli per 15 miliardi di euro ai ministeri che sono la fonte di gestione della cosa pubblica, ergo: dello stato.
Primi tra i quali a subire la scure: il Tesoro, lo Sviluppo Economico (viene da chiedersi come possa esserci ripresa economica se si tagliano i fondi alla “ricerca per le innovazioni”, mah!) e, subito dopo, Istruzione e Cultura, ovviamente. Sorprende, semmai, in un governo che sbandierava essere la sicurezza ai vertici dei suoi pensieri missionari, il pesante taglio al Ministero dell’Interno di quasi 1,6 miliardi di euro. Ma – si sa – un conto sono gli slogan di campagna elettorale e altro, spesso tutt’altro, le prassi reali del giorno dopo.
Intanto, a maggio 2008, i prezzi, rispetto a un anno fa, registrano gli aumenti di (in percentuale):
- pane +12,9;
- pasta: +20,4;
- latte: +11,1%;
- carburanti: +15,5;
- trasporti aerei: +14,2.
A fronte di tanto, gli italiani tirano la cinghia, che alla fine gli strozzerà la vita, su tutto, con percentuali che vanno dal -0,8 per le spese alimentari, al -11,4 per abbigliamento e calzature, passando per un bel -8,3 per sport (eventi e attività) e cultura (libri, giornali, cinema, teatro, etc…).
Ora, se c’è una cosa che abbiamo imparato col sudore della nostre meningi e con il pianto delle nostre tasche è che il sistema di produzione capitalista va in crisi quando i consumi calano, ovvero: quando si produce più di quanto si riesce a vendere. In casi di questo tipo si parla, in riferimento al ciclo economico, di “slump” che è l’esatto contrario del “boom”.
In una fase “slump” del ciclo economico, caratterizzato, come lo è l’attuale, da un aumento generalizzato dei prezzi delle merci e da una diminuzione prolungata del potere d’acquisto dei salari, si produce inflazione che, difatti nel 2008, toccherà, secondo previsioni, la media annua del 3,4%.
httpv://www.youtube.com/watch?v=8_anbEJsr6s
Quando si era ancora proprietari della nostra moneta (la lira per intenderci…) e si era sotto stretta inflattiva, si poteva ricorrere al giochetto della svalutazione, ovvero: si accettava un cambio monetario più sfavorevole per le nostre spese di acquisto dall’estero ma si favoriva il processo di acquisto dei nostri prodotti al di là di confine.
Ovvero, ancora: quel che non potevamo comprare dei nostri prodotti lo si vendeva a migliori condizioni di cambio in altri paesi. Il ciclo economico produttivo riprendeva sviluppo e i prezzi interni potevano scendere facendo recuperare potere d’acquisto ai salari.
Era un giochetto lecito a cui hanno fatto ricorso anche tante altre monete illustri: dal dollaro (anche di recentissimo, dopo il crack dei mutui subprime), alla sterlina, allo yen.
Purtroppo, però, la sua pratica richiede un piccolissimo accorgimento: essere sovrani della propria moneta. Cioè: poterne disporre liberamente.
Quella sovranità l’abbiamo persa con l’ingresso nell’euro che, come si sa, non fa riferimento ad alcuno stato, essendo quello ipoteticamente europeo di là da venire, ma a quella entità che porta il nome assai tristemente noto di Banca Centrale Europea. Bce, per gli amanti degli acronimi.
Alla quale banca, come a qualsiasi altra banca centrale, chiedere di svalutare di propria sponte la sua merce, ossia la moneta, è quasi un atto di lesa maestà. Lo fa se c’è uno straccio di stato che glielo impone. Altrimenti, nisba. La Bce, pertanto, proprio perché nessuno glielo impone obtorto collo, di svalutare l’euro non ci pensa proprio. Esso Ente, super nazionale irrevocabile e fuori dal controllo di chicchesia, predilige una via del tutto diversa per riportare l’inflazione a percentuali sostenibili: aumentare i tassi d’interesse che andranno ad incidere in aggravio sui muti e sulle spese a credito.

Il che potrebbe essere un rimedio valido se l’inflazione fosse dovuta ad un eccesso di domanda delle merci in mercato rispetto alla produzione, come talvolta è accaduto in passato. Ma - lo abbiamo visto – questa volta non è affatto così: l’italiano in particolare e l’europeo in genere, di fronte ai rincari preferisce (?) ridurre i consumi. E questo, un superavveduto di economia come Trichet (foto sopra), lo sa benissimo.
Ciononostante, l’esimio banchiere si appresta a ricucinare per il popolo suddito di Sua Maestà il Denaro la sua personalissima ricetta, già praticata l’ultima volta non più tardi di un anno fa, con esiti opposti da quelli auspicati, come dato in evidenza.
Infatti, il presidente della Bce, ha annunciato solennemente nel suo intervento di pochi giorni fa, di fronte a quel fantasma dell’Europarlamento, che al prossimo vertice del 3 luglio è «possibile» un aumento di un quarto di punto del tasso d’interesse che, quindi, passerà dal 4 al 4,25%.
Nessuno degli eurodeputati presenti, a quanto c’è dato di sapere, ha rivolto al Sig. Trichet questa semplice domanda:
“Considerato che, come è assodato, l’aumento generalizzato dei prezzi è dovuto alle speculazioni finanziarie sul petrolio e, quindi ai costi energetici di produzione: per quale alchimia l’ulteriore aumento del costo del denaro, e consequenziale riduzione del potere d’acquisto del salario, favorirà la ripresa dei consumi e il contenimento della spinta inflattiva?“.
miro renzaglia








INFLAZIONE GIUGNO AL 3,8%, MASSIMO DA ’96
ROMA – L’inflazione a giugno è salita al 3,8% dal 3,6% di maggio portandosi così ai massimi da luglio 1996. Lo comunica l’Istat nella stima preliminare, aggiungendo che su base mensile i prezzi sono aumentati dello 0,4%.
In base alla stima provvisoria, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo registra a giugno una variazione del +0,5% rispetto a maggio e del +4% su giugno 2007, la variazione tendenziale più alta dal gennaio 2001. L’inflazione di fondo si porta al 2,7% (dal 2,6% di maggio), mentre il tasso di inflazione acquisito per il 2008, cioé quello che si registrerebbe se l’indice dei prezzi al consumo rimanesse allo stesso livello misurato a giugno nella restante parte dell’anno, è al 3,2%.
Al netto degli energetici l’indice registra una variazione positiva del 2,9%. Sulla base dei dati finora pervenuti, precisa l’Istat, gli incrementi tendenziali più elevati si sono registrati nei capitoli abitazione, acqua, elettricità e combustibili (+7,2%), trasporti (+6,9%) e prodotti alimentari e bevande analcoliche (+6,1%). Una variazione nulla si registra per i servizi sanitari e spese per la salute, mentre calano i prezzi per le comunicazioni (-2,3%). Su base mensile gli aumenti più forti si sono verificati nei trasporti (+1,4%), abitazione, acqua, elettricità e combustibili (+0,6%) e prodotti alimentari e bevande analcoliche (+0,4%). Nessun capitolo ha invece registrato variazioni congiunturali negative.
VOLA LA PASTA(+22%), DIESEL ALLE STELLE (+31%)
Sono ancora alimentari e carburanti le voci che fanno accelerare l’inflazione a giugno. In base ai dati forniti dall’Istat nella stima preliminare, i prodotti alimentari e bevande analcoliche sono cresciuti del 6,1%, con un forte incremento soprattutto per la pasta i cui prezzi salgono in un anno del 22,4% (dal 20,7% di maggio). Il pane registra un leggero rallentamento (+13% dal 13,3% di maggio). In forte tensione anche il comparto energetico, dove si
registra un aumento dei prezzi del 14,8% tendenziale (dal 13,1% di maggio) e del 2,8% su base mensile. L’aumento congiunturale é dovuto soprattutto ai carburanti, in particolare al gasolio, i cui prezzi in un mese sono cresciuti del 5,5%, portando l’aumento tendenziale a sfondare il +31,2% (dal 26,3%); la benzina in un mese è aumentata del 4,7% e in un anno del 12,6% (dall’11,1%).
Il mese di giugno, precisano i tecnici dell’Istat, è ancora caratterizzato da tensioni congiunturali sui prezzi dei beni, che in un anno crescono del 4,4% (dal 4% di maggio), mentre i servizi rimangono stabili al +3%. Negli alimentari, in particolare, si registra una variazione del 6,5% in un anno per i prodotti lavorati e del 5,4% per quelli non lavorati, mentre rispetto al mese precedente la variazione è rispettivamente del +0,5% e +0,4%. I prezzi di pane e cereali aumentano a giugno dell’11,6% (dall’11,3%) trainati soprattutto dalla pasta (+22,4%), mentre il pane è in leggero rallentamento al +13% (dal 13,3%). Stabile il latte (+11,1%), mentre continuano in accelerazione i comparti della frutta (+7,6%), degli ortaggi (+3,2%) e delle carni (+4,1%), in particolare quella bovina (+5%), mentre il pollame è stabile al +5,1%.
In forte tensione anche l’energia che registra un aumento del +2,8% dal mese precedente e del +14,8% in un anno (dal 13,1% di maggio). L’aumento congiunturale dell’energia è dovuto soprattutto ai carburanti, con il diesel che cresce del +5,5% in un mese (+31,2% in un anno) e la benzina del +4,7% da maggio e del 12,6% da giugno 2007. L’aumento dei prezzi dell’energia si ripercuote su casa (+7,2% nel capitolo abitazione, acqua, elettricità e combustibili) e trasporti (+6,9%). In particolare i trasporti aerei segnano un +13,4% e quelli marittimi un +9,3%. Tra i servizi legati alla stagione delle vacanze, inoltre, per gli stabilimenti balneari si registra un +9% e per i camping un +6,2%.
In controtendenza, infine i prezzi dei medicinali che in un anno diminuiscono del 5,8% (stabili su base mensile) e gli apparecchi telefonici (-11,4%) che però registrano un aumento dell’1,4% rispetto al mese precedente.
IL COMMENTO POLITICO
VELTRONI: GOVERNO PENSI A FAMIGLIE
“L’inflazione sale come non accadeva da anni. I prezzi al consumo hanno raggiunto valori che non vedevamo da dodici anni e a salire sono soprattutto quelli del pane, della pasta e degli altri generi di prima necessità. Salgono i prezzi alla produzione del 7,5%. Frena il mercato dell’auto e la produttività del Paese continua a decrescere”. E’ l’analisi del segretario del Pd Walter Veltroni dopo la diffusione dei dati Istat.
“A questo si aggiunga – evidenzia Veltroni – la crisi di Alitalia che dopo mesi non ha ancora una soluzione e i quattromila esuberi prospettati. Ieri ho parlato di un paese che é sull’orlo di un tracollo e questi dati confermano quella valutazione. Il governo sembra invece non accorgersi della gravità della situazione ed è preoccupato solo dei problemi del presidente del Consiglio”. Il Pd, afferma il leader del pd, chiede “immediatamente un intervento a sostegno di salari stipendi e pensioni. E’ questa la vera priorità del Pese e non il lodo Schifani”.
BONAIUTI A VELTRONI: DA CHE PULPITO SALE PREDICA
“Da che pulpito sale la predica? Non può parlare di salari, stipendi e pensioni degli italiani chi ha portato al disastro il comune di Roma che è la Capitale d’Italia”. Così il portavoce del governo Paolo Bonaiuti replica alle dichiarazioni del segretario del Pd Walter Veltroni sull’inflazione.
http://www.ansa.it/opencms/export/site/visualizza_fdg.html_104708942.html
L’analisi della situazione e del suo “governo” mi pare perfetta; ma a me, da profano in materia, sfugge un risvolto che ingenua logica suggerirebbe:
se in fase di slump la gente non compra, i prodotti vanno invenduti, i distributori non diminuiranno i prezzi per recuperare quote, conseguendo un tampone all’inflazione?
So che sarebbe sperare in un potere auto-salvifico del mercato, in cui ormai non si può più seriamente credere, ma chiedo che qualcuno mi spieghi perché ciò non si possa verificare. Grazie
P.S. Favolosi Pink Floyd!
Maurizio, il calo dei prezzi per invenduto , come dici te, si chiama deflazione, esattamente il contrario della inflazione odierna. Ma oggi il problema è diverso, non puoi abbassare il prezzo del prodotto se i costi industriali salgono seguendo logiche esogene, quindi non controllabili come il prezzo delle materie prime.
Finalmente un pezzo concreto!complimenti sentiti!
Grazie Riccardo
Questo (si alzano i costi di produzione e calano gli acquisti) allora comporterà che molte aziende dovranno ridimensionarsi o chiudere, e evidentemente quelle europee più piccole?
Con aumento di disoccupazione e riduzione ulteriore dei consumi… mi sembra un loop continuo e crescente: cosa può spezzarlo?
In generale io direi che una ricollocazione dello stile di vita (viviamo=consumiamo al di sopra delle nostre possibilità) sia salutare e magari sarà fondamentale.
Questo (si alzano i costi di produzione e calano gli acquisti) allora comporterà che molte aziende dovranno ridimensionarsi o chiudere, e evidentemente quelle europee più piccole?
Con aumento di disoccupazione e riduzione ulteriore dei consumi… mi sembra un loop continuo e crescente: cosa può spezzarlo?
In generale io direi che una ricollocazione dello stile di vita (viviamo=consumiamo al di sopra delle nostre possibilità) sia salutare e magari sarà fondamentale.
a completamento della risposta che già ti ha dato Riccardo, e anche del mio articolo,
aggiungo che oggi, correntemente, si usa il termine “inflazione” per designare un periodo del ciclo economico caratterizzato dall’aumento dei prezzi (nel caso corrente, dovuto ai maggiori costi di produzione causato dal vertiginoso aumento del petrolio…)
la fase di “deflazione”, invece, non è intesa come contrario di “inflazione”, ovvero: corsa al ribasso dei costi delle merci, ma come riduzione del potere d’acquisto dei salari…
un ciclo economico di “slump” (o di “crisi”) può essere caratterizzato da una o da tutte e due le fasi…
nel caso attuale, per esempio, è difficile distinguere dove cominci a incidere l’una e dove l’altra: io propendo per la prima ipotesi (inflazione) ma è chiaro che anche i salari in fase “stocastica” (almeno in Italia) hanno peso…
sui rimedi, dall’interno del sistema capitalistico, ci sono poche soluzioni: l’unica che intravedo è quella in cui gli speculatori finanziari dirottino su obiettivi diversi dal petrolio le loro mire…
ma l’unica alternativa che gli garantirebbe lo stesso profitto è l’industria delle armi…
con la conseguenza, come puoi bene immaginare, di altre “guerre al terrorismo” o agli “stati canaglia” come frequentemente ci ricordano i loro emissari politici ai vertici dell’Impero…
un correttivo, ma a tempi medi (non meno di 5/10 anni) può essere rappresentato da una progressiva emancipazione dal ricatto petrolifero con l’avvio, come da programma di questo governo, di una politica di ritorno al nucleare…
tra i palliativi, invece, non storcerei tanto il naso, come fanno i radical chic di sinistra, sulla credit card statale di soccorso alle famiglie al di sotto di un certo reddito… anche se non si capisce bene da dove verrebbero stornati i fondi necessari
(ho paura, come spiega Dicè nell’articolo che puoi leggere su questo numero de “il Fondo”, che una maggiore pressione fiscali sui petrolieri nostrani , come conta di fare Tremonti, finisca per determinare un ulteriore rialzo della rivendita al dettaglio di benzina, gas, etc…).
L’ Azienda Chiede i Danni alle Famiglie dei Lavoratori Morti Bruciati Morirono bruciati in fabbrica ,L’azienda chiede i Danni
Oleificio umbro vuole 35 milioni dai parenti di 4 operai
“L’incidente è stato causato dalla loro imperizia”
Morirono bruciati in fabbrica
l’azienda chiede i danni ai familiari
Il gravissimo incidente, due anni fa a Campello sul Clitunno
L’accusa: “Usarono il saldatore che era vietato per fare più in fretta”
di GIUSEPPE CAPORALE
Un’immagine dell’incendio nell’oleificio
SPOLETO – Quattro operai morti sul lavoro ed un’azienda che, a distanza di oltre due anni dal drammatico incidente, chiede ai parenti delle vittime, e all’unico superstite, trentacinque milioni di euro, come risarcimento danni. Tanto pretende la Umbria Olii dai familiari di Tullio Mocchini, Giuseppe Coletti, Wladimir Toder e Maurizio Manili. Trentacinque milioni richiesti a fratelli, figli e genitori.
LEGGI LA RICHIESTA DI RISARCIMENTO
L’atto legale porta la firma dell’amministratore delegato della società, Giorgio Del Papa, indagato dal giorno seguente la tragedia. Le accuse per il manager sono di disastro colposo con l’aggravante “della colpa con previsione dell’evento”, violazione delle norme sulla sicurezza (tra cui l’omissione dolosa dei mezzi di prevenzione) e omicidio colposo plurimo. Secondo la procura di Spoleto, Del Papa sapeva che c’era gas esplosivo (del tipo esano, molto pericoloso) nei silos saltati in aria. E proprio quel gas, per la procura, è la causa di tutto. Per Del Papa, invece, la colpa dell’incidente è da attribuire agli operai.
I quattro, lavoravano per conto di una piccola ditta, che aveva l’appalto per lavori di manutenzione di questo colosso europeo della raffinazione dei prodotti vegetali. Secondo l’azienda, gli operai che quel giorno stavano lavorando all’installazione di una passerella per collegare due silos, avrebbero dovuto sapere che le fiamme ossidriche non potevano essere utilizzate in quell’intervento. E proprio l’uso di un saldatore sarebbe stata la causa, per la difesa, dello scoppio del silos. I quattro saltarono in aria. Dilaniati e carbonizzati. Una tragedia che nel novembre del 2006 scosse l’opinione pubblica, è poi divenuta un vicenda giudiziaria a colpi di perizie.
Da un lato le 250 pagine dei periti della procura (alcuni dei quali gli stessi intervenuti per la vicenda della Thyssen), dove si sostiene la responsabilità della Umbria Olii e la causa scatenante del gas esano. Dall’altra una perizia richiesta dall’azienda al tribunale civile, e affidata ad un consulente locale che riscontra come causa dell’incidente l’uso del saldatore. In quest’ultima perizia si sostiene che pur in presenza del gas esplosivo, se non ci fosse stato l’innesco della fiamma, lo scoppio non si sarebbe mai prodotto. Un errore, scrive il perito, commesso dagli operai “per fretta e stanchezza”.
“Se la giustizia consente questo, cos’altro può succedere?” commenta sconsolato, Klaudio Demiri, unico superstite, che al momento dello scoppio era fortunatamente a bordo di una gru. Lui, ancora oggi, vive nell’incubo di quelle tremende sequenze di inferno e fuoco.
Intanto, l’11 luglio il giudice penale deciderà se disporre o meno il processo per Del Papa. A gennaio è fissata l’udienza civile per discutere del risarcimento. Il professor Giovanni Cerquetti, docente di diritto penale generale alla facoltà di giurisprudenza di Perugia, e legale di uno dei familiari delle vittime, parla di “azione irrituale e comunque infondata. Un caso singolarissimo, con azioni civili che espongono chi le ha promosse a quella che il codice di procedura civile definisce come “responsabilità aggravata per lite temeraria”".
Il legale non si riferisce solo alla maxi richiesta di risarcimento, ma anche alla precedente azione civile intentata contro i periti della procura. “Ci troviamo di fronte ad azioni di estrema gravità e sono assolutamente convinto che l’ordinamento possa garantire alle vittime di queste iniziative improvvide, tutte le tutele giuridiche idonee a ripararsi da questo attacco inaudito”.
Italia, salari inferiori del 20%
Se si confronta il potere di acquisto, la differenza sale al 22%. E si lavora 30 ore all’anno in più degli altri Paesi
MILANO – In Italia i salari sono inferiori di quasi il 20% alla media Ocse, ma se si guarda il potere d’acquisto il divario sale al 22%. Lo afferma un rapporto dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, che raggruppa i Paesi più industrializzati del mondo). Il rapporto smentisce un altro luogo comune, cioè che gli italiani lavorano poco. Al contrario nel 2007 in Italia si è lavorato in media 1.824 ore, dieci in più dell’anno prima e trenta in più della media Ocse.
SALARI – Il salario medio loro annuo in Italia nel 2006 è stato pari a 31.995 dollari, inferiore del 19,5% rispetto ai 39.743 dollari che costituiscono la media Ocse, ma sotto anche la media dell’Europa (37.516 dollari), della Ue-15 (38.759) e anche della Ue-19 (36.706). Se poi si considera il livello dei salari in termini di potere di acquisto, il dato italiano scende a 29.844 dollari, -22% rispetto ai 38.252 dollari della media Ocse e 34.322 della medie europea.
DRAGHI – Anche il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha lanciato l’allarme salari riprendendo in parte uno dei temi recenti più cari al sindacato, il quale chiede un innalzamento del tetto dell’inflazione programmata (1,7%) per essere più realistico rispetto all’inflazione reale (3,8%), innalzamento che vede contrari governo e Confindustria (secondo la quale il potere di acquisto dei salari è cresciuto e non diminuito) che non vogliono che si inneschi una spirale salari-prezzi, come richiesto anche dalla Banca centrale europea. Secondo l’Ocse, invece, i salari medi reali sono diminuiti dello 0,2% nel 2006 (mentre negli altri Paesi sono cresciuti dell’1,1%), dopo essere aumentati dello 0,8% nel periodo 1995-2000.
E’ interessante sottolineare come nell’apatica e indolente società italiana di oggi sia passata senza che nessuno protestasse la detassazione degli straordinari. Manovra liberista e scellerata, che insiste sulla produttività dei lavoratori anzichè porre in essere quadri normativi per creare produttività dal sistema industriale complessivo. Si creeranno situazioni ottocentesche, si impediranno nuove assunzioni e si porranno gravi problemi di sicurezza sul lavoro. Ma alla fine, nessuno si è posto il problema che in fase di stagnazione economica le fabbriche non hanno bisogno di aumentare la produttività in quanto i beni giacciono nei piazzali o nei magazzini, e quindi invece di aumentare le ore lavorabili e detassate aumenterà notevolmente il ricorso alla C.I.G. e ai licenziamenti. E per i disoccupati non ci sono ammortizzatori sociali in questo paese…….