80 anni fa, il Che…

«Non mi piace il modo in cui i venditori dei beni di consumo di massa si sono appropriati della figura di mio padre».

Lo sfogo di Aleida, la più grande dei quattro figli nati dal secondo matrimonio di Ernesto Guevara, detto il “Che”, giunge inaspettato e a ciel sereno, mentre il mondo si appresta a commemorare gli ottanta anni dalla nascita del celebre medico argentino diventato icona della rivoluzione cubana. Un anniversario che cade proprio oggi e che ha riacceso in tutto il mondo l’interesse verso una figura certo controversa ma non priva di fascino: l’attore Benicio del Toro ha infatti da poco vinto la palma per la migliore interpretazione al festival di Cannes per il suo ritratto del Che nel film di quattro ore e mezzo che gli ha dedicato Steven Soderbergh.

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(Steven Soederbergh, Guerrilla, Cannes, 2008)

Un mese fa è stata inoltre inaugurata una statua in suo onore a Buenos Aires. Per non parlare di Cuba, che cercherà con l’occasione di riaccendere un orgoglio patriottico che da anni dà segni di cedimento.

«E’ imbarazzante – ha tuttavia tuonato Aleida Guevara al quotidiano londinese Guardian –, un uomo che ha lottato ed è morto cercando di rovesciare lo sfruttamento capitalista e gli eccessi materiali non dovrebbe essere utilizzato per vendere t-shirt, analcolici, vodka, telefonini e costumi da bagno».

La memoria del Che vive quindi il suo trionfo generalizzato o la sua morte per “assorbimento” da parte del mondo che il guerrigliero aveva tentato di combattere? Difficile dirlo. Certo è che nella storia la figura del ribelle argentino ha spesso trovato fortuna dove meno ce lo si aspettava.

E’ di qualche anno fa la traduzione italiana di un testo di Jean Cau, (Una passione per Che Guevara, Vallecchi 2004, 114 pp., 15 euro) in cui ben si spiegava questa infatuazione che ha origine nell’amore per la libertà e per l’anticonformismo più che nel fanatismo ideologico. Ed è noto come anche fra la gioventù ribelle non proveniente da sinistra in tutto il secondo dopoguerra la figura del Che abbia comunque riscosso ammirazione. Non sono mancati, in questi anni, le interpretazioni più o meno convincenti di chi ha visto nel medico argentino prestato alla rivoluzione echi di Mishima o D’Annunzio, Lawrence d’Arabia o Berto Ricci.

Qualcuno, leggendo le sue epistole che terminavano sistematicamente col motto “Patria o muerte”, ha anche fatto il grande passo: macchè marxista, Che Guevara è uno di noi. Sottointeso: uno “di destra”, un “nazionalrivoluzionario”, massì, persino un “fascista”. Il che, forse, è chiedere troppo.

C’è comunque da interrogarsi sui motivi di questo fascino bipartisan. C’è da chiedersi quale sia il “vuoto” che, nell’animo dei contemporanei, reclama ora e sempre di essere riempito con le figure degli eroi e dei ribelli. Ed è certo una domanda che trascende la figura di Guevara. C’è, insomma, una sete di ribellione, nella nostra società che sembra ben lungi dall’esser placata.

L’attualità editoriale ce ne dà una conferma, anche in questo caso in modo trasversale rispetto alla distinzione tra destra e sinistra. Gli scaffali delle librerie si stanno in effetti riempiendo di saggi che hanno la parola “ribelle” nel titolo. Tre casi emblematici: Cristopher Hitchens, Consigli ad un giovane ribelle (Einaudi Stile Libero, 116 pp., 12 euro); Michel Onfray, La politica del ribelle (Fazi, 329 pp., 17,50 euro); Alain de Benoist, Pensiero ribelle. Interviste, testimonianze, spiegazioni al di là della destra e della sinistra, (Controcorrente, pp. 419, 30 euro). Tre titoli simili, tre intellettuali molto diversi fra loro ma evidentemente accomunati da un anelito alla libertà che non trova adeguata possibilità di esprimersi nella società dell’omologazione globale. I primi due saggi sono stati scritti da autori con itinerari intellettuali che hanno origine a sinistra. Poco tempo fa, tanto Hitchens che Onfray ingaggiarono una polemica religiosa dai toni molto aspri contro il fanatismo e l’intolleranza.
I due libri, che anche nel titolo originale contengono la parola “ribelle” (ma in inglese è contrarian), sono stati scritti a distanza di anni (1997 Onfray, 2001 Hitchens) ma curiosamente escono contemporaneamente in questi giorni in Italia.

Onfray in particolare merita una menzione a parte. Personalità visceralmente di sinistra e non privo di un certo narcisismo intellettuale, il francese è da anni impegnato a tracciare la strada di una sinistra autenticamente libertaria che superi gli irrigidimenti leninisti. Nel far questo, tuttavia, il filosofo transalpino finisce per attingere non solo a Nietzsche, ma anche a Jünger, Spengler, Marinetti. Lo si vede bene in un altro suo testo uscito lo scorso anno presso Fazi, ovvero La scultura di sé. Saggio in cui venivano anticipati molte delle tematiche presenti anche ne La politica del ribelle, ma che tra un elogio del condottiere rinascimentale e una lode al futurista “uomo moltiplicato” finiva per debordare ampiamente le tematiche care all’area politica cui lo stesso Onfray fa riferimento. Come dire, insomma, che per pensare fino in fondo l’idea di ribellione bisogna innanzitutto ribellarsi a certi riflessi mentali.

Concetto che ha ben chiaro Alain de Benoist, personalità che non ha certo bisogno di presentazioni. Il teorico di quella che nei primi anni ’80 fu ribattezzata dai media Nuova Destra è ormai da anni, sulla scorta dell’insegnamento jüngeriano, impegnato in un proprio percorso di dissidenza intellettuale, che in un paese culturalmente conformista come la Francia significa sostanzialmente la morte mediatica. Il ribelle di de Benoist è una figura che non ha l’istintività effimera del rivoltoso o il fanatismo ideologico del rivoluzionario.

«Il ribelle – dice – è ribelle perché ogni altro modo di esistere gli è impossibile. Il resistente cessa di resistere quando non ha più i mezzi per farlo. Il ribelle, anche in prigione, continua ad essere un ribelle. Ecco perché se può dirsi perdente, non può mai dirsi vinto. Non sempre i ribelli possono cambiare il mondo. Ma mai il mondo potrà cambiare i ribelli. Il ribelle può essere attivo o contemplativo, uomo di cultura o d’azione. Sul piano strategico, può essere leone o volpe, quercia o canna. Ci sono ribelli di ogni sorta, e ciò che hanno in comune è una certa capacità di dire no. Il ribelle è colui che non cede, colui che rifiuta, colui che dice: non posso. È colui che disdegna ciò che cercano gli altri: gli onori, gli interessi, i privilegi, il riconoscimento sociale. Al tavolo da gioco, è colui che non gioca. Lo spirito del tempo scivola su di lui come pioggia sui vetri. Spirito libero, uomo libero, per lui non c’è nulla al di sopra della libertà».

Ma contro che cosa ci si deve ribellare al giorno d’oggi? Qual è il nuovo volto del Leviatano ai tempi della globalizzazione? La risposta di de Benoist è chiara:

«Di fronte all’ascesa del pensiero unico, di fronte al gonfiarsi di un’onda straordinaria di ciò che non esitiamo a chiamare il conformismo planetario, di fronte alle diverse patologie che affliggono le nostre società, di fronte alle varie minacce che su di esse gravano e che oscurano il loro avvenire, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Mi sembra tuttavia che la maggior parte di questi fenomeni ai quali tentiamo di opporci abbia una causa comune. Mi sembra cioè che questi fenomeni si rivelino come conseguenze di un’ideologia ben precisa, secolare e multiforme, che propongo di chiamare “l’ideologia dell’Identico”».

Un meccanismo omologante rispetto al quale occorre ribadire con forza la necessità e la bellezza di un mondo articolato su mille differenze. Cominciando col tracciare interiormente la prima e più importante delle differenze: quella tra sé e il mondo di coloro che nuotano secondo la corrente. Perché fra il grigio delle pecore, amava dire Jünger, si celano ancora i lupi.

Adriano Scianca

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