Fuori dal cattiverio

Correva il gennaio del 1996.

Sul primo numero del settimanale l’Italia
diretta da Pietrangelo Buttafuoco,
oggi scrittore di grande successo, era Pierluigi
Battista, ora vicedirettore del Corriere della Sera,
a firmare un articolo dal titolo chiarificatore:

«Che noia, voi del cattiverio».

Se lo vai a leggere, adesso, pensi davvero a una manciata di cose: la prima, eccome se aveva ragione Battista, a scagliarsi contro una nuova cultura di destra che – nonostante il nuovo scenario – non riusciva a proporsi oltre la logica e le beghe del ghetto da anni ’70; la seconda, che palle, sempre quegli stessi nomi, sono ora passati altri dodici anni e i protagonisti di “quella” cultura sembrerebbero pressappoco sempre gli stessi: qualcosa non funziona. E, poi, c’è la terza, forse la più importante: prende spunto dal titolo, da quella parola, “cattiverio”, che sostanzialmente, per un certo periodo, ha rischiato di diventare quasi il sinonimo della cultura politica della destra italiana.

E allora ti viene in mente che è arrivato il momento, finalmente, di tagliare con questo “grande equivoco” attraverso il quale la destra italiana ha limitato la sua ragione sociale a succhiare e riproporre “cattivi pensieri” da un immaginario impolitico e psicologico col, pretesto del “politicamente scorretto” e di un presunto “pensiero forte”. Una scorciatoia che, se forse era un espediente per cercare visibilità ai tempi di un’opposizione obbligata e minoritaria, oggi acquista le sembianze ridicole di quelle armi fantasy che i bambini usano a carnevale.

Comunque – qualche anno più tardi – sempre Pierluigi Battista è tornato sull’argomento e ha tematizzato il “cattiverio”:

«Quel recinto infetto e inavvicinabile di chi, nei criteri correnti
di conformità a un modello assunto come equivalente ideologico
del bene e del giusto, è condannato a star fuori dai circuiti della rispettabilità
e del commercio sociale delle idee. Chi aderisce a quel modello di conformità
non può che assaporare dalla raffigurazione di quell’accolita di reietti appestati
il sapore di una rutilante corte di mostri uniti dalla più irrimediabile delle sconfitte».

In un continuo gioco di specchi deformanti, quindi, una certa destra italiana si è ritrovata, quasi senza accorgersene, a interpretare e recitare un ruolo macchiettistico e insensato rispetto a una società in continua evoluzione: cupa, dura, inflessibile, affascinata dall’estremo e da ogni forma possibile di pensiero forte, una certa destra stereotipata ha così modellato la propria presunta identità sull’immagine che gli avversari avevano fornito di lei.

Sarà stato il naturale istinto di conservazione dovuto al ghetto o sarà stata l’autorappresentazione negativa di un mondo in perenne crisi di transizione, ma una cosa è certa:

alcuni settori della destra italiana ancora si portano
addosso le stigmate di una impoliticità, culturale prima che politica,
che li costringono a esaltarsi solo ai margini della società,
reietti e maledetti dal “mondo dei normali”.
Quasi che la propria identità si riesca a concretizzare esclusivamente
nell’essere “altro” dal mondo normale,
nel pensare per forza fuori dagli schemi, nel vivere comunque “dalla parte del torto”.

Un retaggio culturale che alcune frange ancora oggi non riescono a scrollarsi di dosso e che, nonostante tutto, si riconosce negli eterni atteggiamenti “fuori le righe”, “esagerati”, “urlati”, di una comunicazione politica che tende a non ammorbidirsi sulla vita delle gente ma piuttosto ad autorigenerarsi con certezze apodittiche che riescono solo a costruire muri invalicabili.

È una certa destra con la perenne “bava alla bocca”,
incupita di fronte al mondo che cambia, astiosa e incattivita
che diventa spietata per incapacità di comprensione.

Fulvio Abbate nel suo ultimo romanzo ambientato negli anni Settanta, Quando è la rivoluzione, delega il ruolo della destra a un Dobermann dal nome esoterico e alchemico, Athanor. Bava alla bocca, appunto.

È la destra che sta coi poliziotti anche quando manganellano senza motivo,
la destra che sbraita contro gli immigrati senza nemmeno cercare di capire il fenomeno,
che si strappa le vesti contro il velo,
che riesce a immaginare il suo ruolo politico solo nella rappresentanza della pancia
del paese.
Che fa la faccia feroce, a prescindere (avrebbe detto Totò).
Che si specchia nella maleducazione e la vive come parte di sé,

tanto da poter far dire a un Michele Serra poco comprensivo ma, sostanzialmente, nel giusto che esiste in Italia

una «destra dei Suv»,
che parcheggia in doppia fila,
che non conosce senso civico,
che passa col rosso…

D’altra parte, la pubblicità dell’ultimo modello di Chevrolet Captiva-Suv a sette posti che supera i duecento chilometri orari e costa intorno ai 38mila euro – è stato annunciato da insistenti inserzioni con lo slogan: «La cattiveria non è mai stata così attraente».

Una destra sociologica, “attratta dalla cattiveria”, che nell’immaginario collettivo, volente o nolente, concentra su di sé tutti i difetti della società contemporanea: egoista, qualunquista, ignorante, utilitarista, menefreghista, cinica, cattiva e… chi più ne ha più ne metta.

Rossi, cattiverio La RussaQualcuno penserà a un semplice caso, ma certo è che, nel 2003, quando gli sceneggiatori dei Simpson decisero di dare la voce di un politico al cattivo Garth, chiamarono Ignazio La Russa che commentava: «I Simpson sono cattivi ma simpatici e il mio personaggio è un simpatico supercattivo». Una boutade, ovviamente.

Ma la cattiveria, forse è giusto ribadirlo, se in letteratura può ricoprire il ruolo che le compete, in politica non può mai diventare in alcun modo simpatica. Un esempio concreto? Se un letterato come Charles Bukowski poteva permettersi di scrivere e di pensare che «la differenza tra dittatura e democrazia è che in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini, in dittatura non dobbiamo sprecare il nostro tempo andando a votare», il politico no, non può né scrivere, né pensare una cosa del genere. Qualsiasi elogio della cattiveria porta, infatti, un atteggiamento impolitico nei confronti della società.

Stereotipi, si dirà giustamente. Ma stereotipi dai quali fuggire come fossero peste, soprattutto per una cultura politica che, inutile negarlo, ha nel suo dna antropologico il gusto perverso della porta chiusa in faccia al mondo. Messa con le spalle al muro dalla forza incontrollabile della storia, la destra italiana a un certo punto della sua storia si era purtroppo chiusa in se stessa fino a tradire le proprie origini e la propria vocazione originaria. Dalla politica – la capacità di interpretare il proprio tempo e di fornire risposte alla maggioranza della società – alla testimonianza per la testimonianza.

Il pessimismo tragico e l’impoliticità diventarono i capisaldi della tentazione
“cattivista” «tipica – ha spiegato Monica Zucchinali – di quei nuclei
che si trovano a operare in condizioni di grave pericolo oppure di ristretta minoranza».

È questo il dato, antropologico prima che politico, che ha caratterizzato gran parte della destra italiana degli anni Settanta, vittima due volte dell’esclusione dall’agone politico: la prima a causa dell’oggettiva impraticabilità tattica e strategica; la seconda, forse più importante, a causa della mutazione genetica a cui è stata costretta.

Una mutazione puntualmente registrata anche da Renzo De Felice nella sua Intervista sul fascismo nella quale descriveva una destra:

«che non combatte, non lotta per un futuro», ma lotta «per un’affermazione… di tragico pessimismo, di un superomismo che sa di morire ma dice “voglio farvi vedere che ho il coraggio di battermi contro di voi, anche se vi fermo un decennio solo, un anno solo, per un giorno solo, è un’affermazione della mia personalità contro di voi..” Qui, ormai, non siamo più su nessun terreno, altro su quello del fanatismo fine a se stesso, del “muoia Sansone con tutti i Filistei”».

Una mutazione genetica che l’ha fatta passare da una concezione maggioritaria, solare, vitalista, attivista, volontaristica a una concezione recriminatoria, antagonista, minoritaria, “cattiva” dell’azione politica. In perenne ricerca di un’identità perduta, la destra italiana troppe volte si è arresa accettando l’identità che altri le hanno imposto. Rimestando nel torbido della storia recente, facendosi carico dell’indicibile e dell’ingiustificabile.

E così la destra è diventata più sambabilina di quanto già lo fosse sulle orme del film di Lizzani San Babila ore 20: un delitto inutile che racconta la giornata di quattro ragazzi, le loro violenze e le loro idiozie, quattro monomaniaci che celebrano nel rituale del sangue la propria solitudine e la propria angoscia di sconfitti. Si è innamorata dell’arancia meccanica di Kubrick, ha osannato l’etica ultras, ha cercato di spacciare una nuova etica guerriera negli anni in cui il mondo sognava la pace. La destra sempre altrove, comunque alternativa, per forza minoritaria: a questo ha portato il gusto perverso per il “cattiverio”.

Adesso, in questo nuovo periodo di creativo rimescolamento
d’identità politiche, la cultura della destra italiana deve invertire la rotta
e recuperare la grande vocazione politica novecentesca,

deve quindi saper dividere il grano dall’oglio, riconoscendo e recuperando dalla propria tradizione l’essenziale, ciò che in realtà non solo può sopravvivere al cambio di stagione, ma le fornisce un ruolo da battistrada per tutte le altre culture politiche.

E se proprio bisogna trovare un eroe, un esempio, per questa nuova stagione, il poliziotto Michelangelo Fournier, all’epoca del G8 a Genova vice questore aggiunto del primo Reparto mobile, fa al caso nostro.

L’anno scorso, Fournier – che si è definito «da sempre di destra» – ha deciso di raccontare quello che era veramente successo alla scuola Diaz, accusando i suoi colleghi per le violenze gratuite:

«Io sono cresciuto da ragazzo con la passione per gli anarchici di destra come Longanesi e Prezzolini e ho studiato a Roma al San Leone Magno. Se sono di destra? Diciamo che se mi chiedi chi sono i più grandi uomini del ’900, dico Roosevelt, Ho Chi Minh, Ataturk, Nelson Mandela e Lech Walesa. E aggiungo che nella mia libreria, accanto a Jünger e Céline, ci sono Gogol e Dostoevskij, Steinbeck e Kerouac. E Tiziano Terzani… Che uomo. Se pensassi che la polizia è fatta di lupi – ha spiegato – me ne sarei andato quella notte del 22 luglio di sei anni fa. Se non fossi e non mi sentissi poliziotto democratico tra poliziotti democratici di un paese democratico, non avrei detto ai magistrati di Genova quel che ho detto. Non sarei più tornato in una piazza e in uno stadio. Non avrei avuto più il coraggio di guardare negli occhi i ragazzi del nucleo che comando. Invece, io, nelle piazze e negli stadi ci sono tornato, almeno cento volte l’anno da sei anni a questa parte. A prendermi gli sputi, i sassi, le bottiglie, a sentirmi gridare da qualche punk-a-bestia o da qualche ragazzino di buona famiglia con la kefiah “servo dei servi dei servi”. E ci sono tornato perché negli occhi ho continuato e continuo a portarmi dietro l’immagine terribile e la terribile lezione di un paio di trecce zuppe di sangue…».

Un eroe vero di una destra possibile, Fournier: una destra maggioritaria perché aperta al mondo, altruista, che ama l’uomo per quello che è e non per quello che vorrebbe che fosse, che non si azzarda a giustificare l’ingiustificabile, che non si attarda su posizioni estremiste e xenofobe.

Serve una destra, quindi, con una vocazione inclusiva capace di utilizzare in modo fecondo le diverse ispirazioni culturali, ideali e religiose. Una che non può ridursi alla rappresentanza di settori limitati della società civile, che non si crogioli nelle affermazioni e nelle provocazione del cosiddetto “politicamente scorretto”. Ma una destra politicamente corretta, a pieno titolo dentro l’immaginario condiviso e la cultura comune degli italiani.

Ma per accettare questa sfida bisogna disarmare un bipolarismo urlato, rissoso, “raccatta-tutti”, un bipolarismo sorretto solo dalla logica dello scontro, della contrapposizione di un “noi” contro “loro”. Un bipolarismo cattivo.

Prendendo in prestito la strepitosa battuta del romanzo
dello scrittore afgano Khaled Hosseini, Il cacciatore d’aquiloni,
per la destra italiana è arrivato il momento di «poter essere buona».
Di tornare fino in fondo a essere se stessa. Per uscire, definitivamente,
dal tunnel del cattiverio.

Filippo Rossi

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