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Piccola editoria, stampa periodica e World Wide Web

Gli editori ed i librai si lamentano. I piccoli editori si lamentano di più. Quelli che hanno finalità diverse ed aggiuntive rispetto al… fatturato, ancora di più.

Lo fanno perché trattare carta induce ad essere lagnosi di carattere?
Oppure esiste uno scenario effettivamente in evoluzione,
di cui vanno affrontate sia criticità che opportunità,
senza illusioni ma anche senza rassegnazioni?

In realtà, il numero di titoli pubblicati in media in lingua italiana negli ultimi cinque o dieci anni non ha precedenti nella storia, così come il numero di titoli che si trovano ad essere contemporaneamente disponibili nei canali commerciali.

Un primo fattore che è cambiato è che è a parità di numero di libri venduti, vengono vendute molti più titoli, e molte meno copie di ciascun titolo. Anche per la grandissima editoria internazionale, Harry Potter è diventato ormai la proverbiale ed elusiva balena bianca, che consente alla sua autrice di ottenere ciò che vuole e diventare la donna più ricca d’Inghilterra.

Questa però non è solo la conseguenza di una frammentazione dei gusti del pubblico, ma anche di una radicale diminuzione dei costi fissi di pubblicazione rispetto al costo marginale della singola copia.

I “manoscritti” non solo non sono più manoscritti, ma sono direttamente in forma digitale, della correzione di bozze si occupa in gran parte il PC dell’autore, ed anche l’ultima fase dell’impaginazione ha visto da tempo andare in pensione le fotocompositrici dedicate ed i relativi costi di ammortamento: non si parla più neanche di “desktop” publishing, perché ormai non ne esistono altri tipi oltre a quello che uno gestisce da un computer generico. Ma gli stessi costi iniziali di stampa sono cambiati, e consentono oggi di raggiungere la parità sulla vendita di tirature molto più modeste, o di ridurre vantaggiosamente l’entità delle tirature aumentandone la frequenza a parità di costi.

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Questo ha cambiato sensibilmente il rapporto tra “domanda” ed “offerta”. Anche al di fuori di ambienti particolari, per gli autori pubblicare è diventato più facile: un tempo, in campo “tecnico” ed accademico, uno doveva spazzare l’istituto e fare esami per vent’anni prima di avere forse la fortuna di vedere una buona parola messa da un professore con un altro professore curatore di una collana, che a sua volta aveva la collana solo perché controllava i diritti, o l’adozione, di libri di testo che erano gli unici a realizzare un vero guadagno. Oggi le porte sono spalancate, specie a chi riesca a produrre “instant books” su temi ritenuti a torto o a ragione d’attualità e di moda.

Nello stesso tempo, certo, è diventato molto più difficile farsi notare, e qualsiasi cosa uno scriva è inevitabilmente soffocato da un “rumore di fondo” pressoché impossibile da penetrare, del resto nello stile generale di una società in cui si può dire più o meno tutto (ma anche su questo nell’Europa dei reati di opinione vi sarebbe molto da discutere)… e nulla di ciò che dice ha la minima importanza.

Ma questo è davvero molto peggio che non essere pubblicati affatto? Inoltre, a prescindere dal fatto se in effetti il mercato librario si stia restringendo in termini assoluti (“la gente non legge più libri, guarda la televisione o i DVD o naviga su Internet”), sembra plausibile che l’ampliamento dell’offerta e della scelta, con la sua capacità di coprire gusti, ambienti, interessi ed opinioni maggiormente estesi, sia un fattore che semmai contribuisce ad ampliarlo o almeno a rallentarne l’implosione rispetto a quello che potrebbero permettere i cataloghi striminziti di poche opere ed ancor meno autori di un tempo.

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Ancora, questa evoluzione limita positivamente il tradizionale, soverchiante vantaggio concorrenziale dei grandi editori, in termini di economie di scala, e di “potenza di fuoco” sul piano pubblicitario, promozionale, e distributivo.

Naturalmente, lo scenario “tanti libri venduti destinati ad essere venduti in poche copie ciascuno” è cosa che crea problemi alle librerie – che già soffrono del moltiplicarsi dei punti vendita librari, dalle edicole agli autogrill agli ipermercati, e che vedono così peggiorare il rapporto tra metri quadri espositivi ed immobilizzo di capitali da un lato, e vendite dall’altro.

E’ interessante d’altronde come questi problemi le vedano reagire in modo inverso alle strategie tradizionali: ad esempio, il cliente è incoraggiato a restare nei locali al di là del tempo strettamente necessario all’acquisto – magari bevendo un caffé –, il centro librario viene proposto anche come punto di ritrovo, e qualche libreria milanese vede oggi addirittura tavoli di consultazione stile biblioteca e cartelli con su, ironicamente, “è consentito sfogliare i libri” (prassi un tempo anatema dei librai, in quanto utilizzo gratuito della merce da vendere e/o causa di una sua possibile usura tale da renderne impossibile la vendita successiva).

L’ovvia ragione per questo mutamento di approccio dei punti vendita “fisici” dipende d’altronde dal loro tentativo di enfatizzare al massimo ciò che può distinguerli dalla vendita online, che esattamente in questo settore ha avuto il suo più grande successo, a partire da Amazon per scendere giù giù alla miriade di piccole iniziative animate parallelamente a librerie tradizionali, da distributori, o direttamente dall’editore.

Anche questo però è un fenomeno che dovrebbe essere guardato con interesse dalla editoria militante o di piccole dimensioni, e più come un’opportunità che come una maledizione. Per decine di anni, e in sostanza dal dopoguerra, circola in un certo ambiente il mito della “distribuzione” e della “censura”. La seconda è esistita ed esiste certamente, ma il suo ruolo è stato costantemente sopravvalutato, perché con la prima in fondo problemi non molto diversi incontravano anche gli editori di manuali di giardinaggio, a fronte di situazioni di oligopolio dominati dal potere e dagli interessi delle grandi catene distributive e dei grandi editori, lasciati sostanzialmente indisturbati anche dalle authority sull’editoria o sulla concorrenza, ed in grado di imporre condizioni capestro, tanto al dettagliante quanto al piccolo editore, o di ignorarli del tutto; oligopoli che oggi appunto vengono meno proprio e solo per il mutamento della struttura del business.

In effetti, la vendita online è potenzialmente un grande livellatore, con scarse barriere all’entrata, e che mette un libro noioso di Mondadori o Rizzoli esattamente sullo stesso piano di un libro noioso della Gatto Verde Editrice. Anche se non lascia molte illusioni alla Gatto Verde Editrice sul reale interesse del pubblico a quanto la stessa pubblica o alla sua capacità di presentarlo e promuoverlo correttamente, quando questo non suscita alcun riscontro, essendo ridotta la possibilità di ricorrere all’alibi della disciminazione ideologica o commerciale, la vendita online quanto meno le dà una possibilità, il che è più di quanto le riservava il mercato tradizionale.

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Un modello di business con una forte componente di vendita diretta, del resto, rafforza i margini del piccolo editore sulla singola copia, o la sua capacità di mantenere prezzi comparabili appunto a quelli della grande editoria. E converge con quanto si diceva prima nell’incoraggiare tirature piccole e ripetute, sino al limite del “just-in-time” definitivo in cui la singola copia viene stampata, rilegata e venduta ad ordine giò raccolto, virtualmente senza creazione di magazzino, ed immobilizzo di risorse, spazio e capitale con ritorni di entità e tempi sempre difficili da prevedere.

Certo, muovendosi in tale direzione un aumento dei costi di produzione della singola copia c’è, anche perché come la tecnologia sta abbattendo quelli di tali soluzioni, parallelamente abbassa anche i costi di formule più tradizionali; ma la forbice si sta chiudendo, ed il vantaggio di poter tenere un numero sostanzialmente illimitato di libri a catalogo, mai esauriti, insieme con gli altri vantaggi già rilevati, andrà sempre più a compensare la differenza residua, liberando anche risorse che possono essere investite invece nell’attività di vendita, che è poi quella fondamentale in un mercato, che destinato o meno che sia a restringersi ulteriormente, si renderà comunque sempre più concorrenziale e difficile.

Vi è ragione di dubitare del resto che anche il fatto di scaricare sul prezzo di copertina i maggiori costi relativi a soluzioni in questa direzione comporti davvero qualche differenza in termini di domanda.

La verità è che i libri oggi costano poco, per quello che l’acquirente ottiene in cambio, e il prezzo nel caso di “tascabili” di poche centinaia di pagine non ha una grandissima incidenza sulle decisioni di acquisto.

E qui viene in discussione un’altra questione attinente al Web, ovvero quella della “pirateria”. Al riguardo, qualche volta non si pensa che esiste una differenza fondamentale tra un film, o peggio ancora un brano musicale, ed un saggio o un romanzo. Una canzone è qualcosa che oggi ascolto comunque con un dispositivo elettronico, normalmente apposito, ed invariabilmente alimentato o munito di una batteria.

Spesso una canzone è l’unica che mi interessa su un intero compact disc, e sono costretto ad acquistare un sacco di contenuti superflui per poter disporre di tutto ciò che mi piace veramente. Tutti questi contenuti superflui sono anzi di ostacolo alla mia fruizione del prodotto, perché mi impongono l’uso dei comandi per la ricerca del brano, sostituzioni dei supporti nei relativi lettori, etc. – a meno appunto che non estragga abusivamente copia delle parti di mio interesse per realizzarmi un’antologia personale ascoltabile in sequenza e comunque non frammischiata ad altro.

Questo però non sarebbe ancora nulla.
La circostanza fondamentale è che non fa nessuna
differenza ascoltare una canzone dal Cd originale,
da una copia abusiva del medesimo, da Internet,
o da una copia scaricata localmente da Internet;

se non appunto il fatto che il Cd originale,
a fronte di un costo di produzione minimo, ha un prezzo esorbitante –
del resto incamerato in larghissima parte dalla casa discografica – ed è più scomodo (il discorso dei film, specie per la maggioranza di spettatori che un film lo guarda solo una volta e non è interessato a collezionarlo, è analogo).

Un libro, da parte sua, è un oggetto di un materiale gradevole, con un contenuto di solito fortemente unitario, utilizzabile senza alcun dispositivo o fonte di energia, accessibile in modo non-lineare, altamente portatile ed ergonomico, fruibile in una vasta gamma di condizioni ambientali, facilmente appuntabile con segnalibri, sottolineature e note a margine (ci perdonino i bibliofili tra i nostri lettori), con una risoluzione ed un contrasto di ordini di grandezza superiori al miglior display esistente sul mercato, relativamente facile da conservare e rintracciare. E’ altresì un articolo da regalo, arreda i mobili libreria in uffici ed abitazioni, e si presta ad essere collezionato. Il suo acquisto è persino un modo comodissimo per esprimere approvazione e sostegno, anche economico, nei confronti di alcune idee; e non escluderei a priori l’idea che un certo numero di persone nel comparlo abbia anche questo di mira.

Ma soprattutto oggi il costo di un libro è paragonabile o addirittura inferiore a quello di una sua riproduzione privata (specie contando tempo, materiali, occupazione ed usura dei dispositivi utilizzati, etc.), a fronte di risultati notevolmente peggiori.

Se non voglio leggermi Il tramonto dell’occidente sul display di un PC
scrollando riga a riga,
l’alternativa è per quasi tutti sostanzialmente quella di tirarne una copia
su fogli volanti con una stampante da tavolo,
o fotocopiarne faticosamente ad una ad una le pagine da una copia cartacea.

Non è così per nulla un caso che la “pirateria libraria”
continui ad essere assolutamente marginale
rispetto a quella in materia musicale o cinematografica o software,
e principalmente limitata a cose come i libri di testo esauriti.

Al contrario, la situazione descritta cambia drasticamente l’equilibrio delle conseguenze della presenza parziale o integrale delle opere “editoriali” sul Web. Mentre una canzone o un programma per PC una volta resi gratuitamente disponibili in tal modo devono in sostanza trovare un modello di business diverso da quello della vendita di supporti per autofinanziarsi, questo per i testi lunghi continua a non essere vero.

In realtà, una versione digitale di un saggio consente di fare un mucchio di cose che con la carta sono impossibili: l’accesso a volontà in ogni tempo e luogo per tanto solo che vi sia in giro un terminale generico, l’effettuazione di ricerche automatiche nel testo, il prelievo istantaneo di citazioni perfettamente accurate mediante taglia-e-incolla, la navigazione ipertestuale all’interno del testo stesso e sopratttutto nell’enorme mole di altre informazioni analogamente disponibili in Rete, talora l’opportunità di partecipare ad un forum di dibattito sui temi trattati e/o di ivi confrontarsi con l’autore, etc.

E soprattutto, mentre l’accesso ad un volume cartaceo
presuppone un’occasione di conoscenza e contatto
con il libro stesso, e normalmente una decisione
d’acquisto che riflette gli interessi o le opinioni preesistenti
di un pubblico limitato, i link ed i motori di ricerca
espongono il contenuto dell’opera online potenzialmente a chiunque.

In tale quadro, è tutto da dimostrare che esista una perdita di vendite potenziali in dipendenza dalla “pirateria”, o dalla deliberata messa a disposizione da parte dell’autore e dell’editore dell’opera (chi legge un libro a video è qualcuno che, qualsiasi sia la ragione di tale scelta, difficilmente lo comprerebbe su carta).

Ma, ove anche tale ipotetica perdita fosse dimostrabilmente reale, appare ragionevole pensare che la medesima sia iper-compensata dall’incremento di visibilità correlato all’accessibilità ed utilizzabilità della versione online, e dagli effetti che questa a sua volta può generare in termini di vendite (“interessante questa cosa che ho trovato sul Web, magari domani me lo compro”; o, meglio ancora: “clicco qui e domani mi arriva a casa rilegata in un elegante volumetto”). E questo senza neppure contare i dividendi “politici” che in fondo sono almeno parimenti ricercati da qualsiasi iniziativa editoriale che non sia strettamente a fini di lucro.

Salva restando la fondamentale esigenza che ogni iniziativa si paghi, o arrivi il più vicino possibile a farlo, così tra l’altro da consentire iniziative ulteriori, vale la pena di chiedersi: è meglio incassare mille euro da mille compratori, o perdere trecento compratori, guadagnarne altri trecento, ed in compenso avere cinquecento lettori supplementari? Per non parlare degli effetti indotti sulla notorietà dell’editore, dell’autore, della collana, etc., e delle potenzialità di nuovo commerciali, oltre che politiche, che essi ovviamente ingenerano.

A controprova, non è un caso che i cosiddetti classici, per cui sono scaduti i diritti d’autore, e di cui ormai sono generalmente disponibili versioni Web, non vedono affatto scomparse le relative edizioni cartacee.

Ed è anche perfettamente concepibile che la versione “fondamentale”
di un libro finisca per essere un domani quella online,
il modello di business di colui che la pubblica e mantiene sul Web diventando quello del servizio consistente nello stamparla, rilegarla e recapitarla a richiesta, per chi ne desideri una copia cartacea, sulla base di un prezzo definito non da una poco necessaria e velleitaria “esclusiva”, ma dal costo di tali operazioni, più naturalmente il margine commerciale necessario a finanziarne l’organizzazione.

Ciò tanto più negli ambienti in cui mentre l’attività editoriale deve essere necessariamente organizzata in forma aziendale, l’attività dell’autore, e spesso del traduttore, è normalmente prestata per ragioni di militanza, di promozione personale – ad esempio politica, accademica o… egomaniaca -, di amicizia o altro, bassissimi risultando comunque i possibili risultati economici, in paragone al lavoro investito, rispetto a qualsiasi altra attività retribuita.

E veniamo agli aspetti che riguardano la stampa periodica, che naturalmente riguardano anche la presente rivista:

La stampa periodica è qualcosa che le liste di distribuzione di posta elettronica, i blog, le Webzine, i forum, hanno reso superata?

La risposta è no.

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Tanto per cominciare, per usare del linguaggio un po’ barocco con cui oggi vengono discusse queste cose, la Rete (a parte la distribuzione via e-mail, il cui utilizzo per comunicazioni uno-a-tanti diventa d’altronde sempre meno pratico) è una tecnologia “pull”, una rivista è una tecnologia “push”.

In altri termini, l’abbonato non deve fare nulla per ricevere la rivista, la riceve comunque, almeno sinché paga; ed anche gli altri suoi lettori sono oggetto di una offerta attiva, se non altro sotto forma di un’esposizione in un punto vendita cui accede.

Se poi, in fondo, da un punto di vista strettamente finanziario una volta scomparsi i costi di pubblicazione della rivista non sarebbe un dramma se scomparissero anche le relative entrate in termini di abbonamenti. i

In realtà tale modesto pagamento periodico svolge una funzione anche non economica, ma psicologica, rendendo molto più probabile che la rivista ricevuta venga letta e conservata (piaccia o no la cosa, che idee come “ciò che non costa nulla non vale nulla”, o “devo usufruire di ciò che ho pagato” siano ben radicate nelle mentalità correnti è un fatto, come dimostra la sostanziale inutilità di sprecare copie su destinatari regolari non paganti – a parte naturalmente il servizio stampa – che potrebbero essere utilizzati per attività di prospezione).

La raccolta di abbonamenti e la vendita relative alle copie cartacee costituisce inoltre un’occasione ed un modo di rendersi attivi in un’attività di proselitismo e diffusione per lettori, editori, autori che quanto meno si aggiunge a quant’altro sia possibile fare per le idee o i messaggi rispecchiati dalla rivista medesima, a partire dalla raccolta degli stessi in senso letterale sino alla più modesta attività consistente nella segnalazione di nuovi possibili destinatari di richieste d’abbonamento o nell’incoraggiamento all’abbonamento ed all’acquisto nella sfera delle proprie relazioni personali.

Infine, se la diffusione cartacea condivide come abbiamo visto con la posta elettronica il fatto di non richiedere un’attività del destinatario, presenta una “volatilità” nettamente inferiore tanto a quanto spedito elettronicamente, presenta peculiarità simili a quelle che abbiamo già esaminato con riguardo ai libri, ed è suscettibile di finire in biblioteche, collezioni private, magazzini di arretrati, etc.

D’altra parte, che la pubblicazione online non sia un’alternativa significa non solo che non può rimpiazzare la carte nelle funzioni descritte, ma anche che non vi è alcuna ragione per cui non possa affiancarsi a quest’ultima.

Anzi, esistono ragionevoli basi per ritenere che quest’ultima
resti comunque una scelta praticamente obbligata.

Tanto per cominciare, l’esperienza dice che la stampa periodica, più ancora dei libri, ha i seguenti difetti:

  • predica pressoché solo ai convertiti;
  • è eminentemente vulnerabile alla repressione;
  • presenta difficoltà di distribuzione;
  • vede in ciascun numero rapidamente esaurito, se non la propria disponibilità materiale, il proprio “ciclo vitale” (vedi la bassa commerciabilità degli arretrati).

Soprattutto parlando di testate a bassa tiratura e periodicità, lo spreco, rispetto al perdurante interesse oggettivo dei contenuti, non esclusi quelli in certo modo legati all’attualità del momento di pubblicazione, è drammatico, soprattutto per ambienti che non gestiscono un’industria culturale capace di generare a ciclo continuo una grande messe di testi di discreta qualità e sostanzialmente allineati.

Tale problema oggettivo non è probabilmente estraneo alla tradizione di molti ambienti minoritari o marginali di reinventare e riscoprire costantemente… l’acqua calda, andando in gran parte perduto ad ogni generazione il patrimonio di dibattiti, di ricerca, di riflessioni più direttamente connesse all’attualità, della generazione precedente, semplicemente per il fatto che non sono più facilmente reperibili, o per lo meno non sono più note o consultate le relative fonti; così che piccoli tesori storici, esistenziali, retorici, di lotte, di speranze, di maturazioni, di dubbi, finiscono per svanire dalla coscienza collettiva “come lacrime nella pioggia”, malgrado il sangue, sudore e lacrime che la loro acquisizione è costata.

Ora, non è quasi necessario sottolineare la rilevanza che il Web può assumere rispetto a tutto ciò. Come già notato altra volta,

  • che va sul World Wide Web è “per sempre”;
  • è quasi impossibile da colpire – cosa che rende non solo meno efficaci, ma anche meno probabili tentativi repressivi rispetto alla sua diffusione in ogni forma, stante l’effetto pubblicitario indiretto che generano per il “contenuto proibito” -;
  • e soprattutto è potenzialmente esposto non al solito migliaio (nella più utopistica delle ipotesi) di credenti e combattenti di perfetta ortodossia, ma sostanzialmente a chiunque sia connesso ed abbia una conoscenza almeno passiva della lingua in cui la rivista è pubblicata.

    Sulla versione Web di tale rivista può infatti ben capitare non perché ne condivida in partenza le idee, ma ad esempio perché la scopre tramite in motori di ricerca come una delle poche fonti che pubblica una discussione approfondita del fatto X, dell’argomento Y o del soggetto Z; o perché qualcuno la linka, su base ad esempio di reciprocità, od avendone a sua volta apprezzato i contenuti.
    e soprattutto è potenzialmente esposto non al solito migliaio (nella più utopistica delle ipotesi) di credenti e combattenti di perfetta ortodossia, ma sostanzialmente a chiunque sia connesso ed abbia una conoscenza almeno passiva della lingua in cui la rivista è pubblicata.

Di nuovo, come si coniuga la cosa con le esigenze di imprenditorialità la cui soddisfazione unicamente può garantire la crescita, e la stessa sopravvivenza, delle iniziative nel tempo?

L’esperienza altrui, certamente basata su studi, competenze e ricerche che non sarebbe certo facile replicare, pare indicare un trend tanto più aggressivo quanto più “avanzato” e competitivo è il mercato coinvolto.

Se in Italia molte pubblicazioni tentano ancora di usare il Web come puro canale pubblicitario, come “teaser” (“ecco l’inizio dell’articolo, se vuoi sapere come va a finire compra la rivista”) o come canale di diffusione a pagamento (pubblico le cose, ma devi pagare un tot al mese, o al bit, o a minuto di collegamento, per leggerle; o almeno devi pagarle se sono nuove oppure al contrario puoi leggere le cose nuove gratis, ma devi pagare per accedere agli archivi, e così via), tutto questo sembra destinato ad essere spazzato via.

Ad esempio, Ziff-Davis, il più grande editore tecnico americano, dall’informatica all’alta fedeltà ai videogames, ormai pubblica sul Web l’intero contenuto delle sue riviste, mano mano che si rende disponibile, con settimane di… anticipo (!) rispetto alla sua apparizione su carta.

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Ora, si può discutere sul fatto se in realtà il numero di persone che comprano riviste di informatica sia complessivamente inferiore in termini assoluti a quello che esisterebbe se comprare la rivista fosse l’unico modo per leggere i relativi articoli. Ed anzi, questa è in effetti la conclusione più plausibile. Nondimeno, la scelta fatta dall’editore citato, che è una società quotata in borsa e non un’impresa di beneficenza, significa che lo stesso è sicuro che la percentuale di lettori che comprano le sue riviste anziché quelle della concorrenza è maggiore se i loro articoli sono anche presenti sul Web.

Nulla richiede comunque di fare fare scelte così estreme. Malgrado ciò che può suggerire una considerazione superficiale della questione,

è però effettivamente tutto da dimostrare che vendite od abbonamenti
di una rivista impegnata siano davvero destinati a scendere,
anziché aumentare, quando ad esempio online
finiscano gli arretrati sino a due numeri fa.

Sembra in effetti molto plausibile che molti di coloro che oggi si abbonano e rinnovano l’abbonamento possano essere sufficientemente motivati a continuare a farlo solo dai seguenti, banali scopi:

  • ottenere una copia cartacea (sulla base delle considerazione già descritte per i libri, e soprattutto in presenza di una veste editoriale decente);
  • leggere gli articoli con un anticipo di qualche mese;
  • sostenere finanziariamente l’editore e contribuire ad assicurarsi la continuazione nella fornitura del materiale che evidentemetne gli interessa.

In ogni caso, a fronte dei possibili “caduti e dispersi” tra gli abbonati paganti viene in conto – oltre ai valori intangibili sopra discussi – la consistente probabilità che nuovi abbonati e lettori, sulla base di identiche considerazioni, vengano generati in connessione con la maggior notorietà e soprattutto apprezzabilità, valutabilità dell’iniziativa e dell’interesse che uno può avere per essa.

Non a caso, la miglior pubblicità ed il più grande numero di nuovi abbonati per una rivista, subito dopo i rinnovi, deriva dalla diffusione di copie omaggio; non importa lo slogan che adotti, il testimonial che ti accredita, la maggiorparte di coloro che si abbonano lo fanno perché hanno ricavato da un esame diretto di uno o più numeri l’aspettativa di essere interessati anche ai numeri seguenti.

Alcune riviste, come l’Uomo libero o Nouvelle Ecole hanno cercato di migliorare tale possibilità di “farsi un’idea” del lettore occasionale pubblicando ad esempio su ciascun numero l’indice completo dei numeri arretrati; altre, come Terra Insubre, pubblicano l’elenco di tutti coloro che hanno collaborato sino a quel momento (e che si immagina siano un campione rappresentativo di chi è destinato a collaborarvi in futuro); sempre Nouvelle Ecole adotta il sistema di un Comité de Patronage prestigioso di persone che “patrocinano” la rivista in qualche modo accreditandone i contenuti anche futuri; Letteratura-Tradizione alterna i direttori editoriali destinati a portarsi dietro collaborazioni interessanti o prestigiose; e così via.

Ma nulla naturalmente vale quanto l’accessibilità e “ricercabilità” immediata dell’intero patrimonio accumulato, e tuttora in via di accumulazione, da parte della pubblicazione.

Accessibilità del resto che ingenera un’ulteriore effetto virtuoso, in termini di motivazione degli autori, e più esattamente a collaborare, a collaborare di più, e a collaborare meglio.

Mentre l’inesistenza o quasi di pubblicità di sicuro rende irrilevante il problema di una possibile riduzione di interesse di potenziali inserzionisti, chi scrive per militanza (e non solo) tende in sostanza, comprensibilmente, ad una politica di minimo sforzo-massimo risultato. Ovvero, ricerca la massima possibile penetrazione delle idee che gli stanno a cuore in rapporto all’impegno che gli è richiesto.

Ora, la prospettiva che la propria opera non sia ristretta ad un pubblico numericamente infimo, di persone probabilmente già molto vicine ideologicamente, e per un tempo molto limitato, è ovviamente rilevante per la maggior parte dei potenziali collaboratori di una pubblicazione d’area.

Ciò specie quando tali potenziali collaboratori l’opportunità di scrivere per il Web comunque ce l’hanno già, ed è pensabile che siano portati almeno a considerare la possibilità di dividere le loro energie quando la rivista interessata ai loro contributi sul Web sia destinata a non arrivarci mai.

E ancora: proprio tale allargamento nella diffusione di ciò che uno scrive, sia in senso spaziale sia in senso temporale,. ben può indurre a sentire la responsabilità di un “prodotto” destinato a restare visibile a chiunque e per sempre, anziché ad essere sbirciato e dimenticato da cerchie parrocchiali di pochi intimi…

Stefano Vaj

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