“Un eskimo innocente…”

Basta la prima parola e non ti restano dubbi. È Francesco Guccini che parla.

È la sua voce. Quella che canta «il mistero delle vite che si dipanano lungo la scacchiera di giorni e strade»; quella che «a volte morde e colpisce basso e a volte sventola come bandiera»; quella che evoca «nebbie, ricordi, pene, profumo».

Una voce che, concreta e sognante, ruvida e confortevole, entra sotto pelle e parla al cuore come di cose tue. Prende un brivido a sentirlo rivolgersi a te e per un attimo viene voglia di lasciar perdere le domande sul ’68 e chiedergli, semplicemente, una canzone.
Ma la poesia, la musica, le canzoni possono avere forza rivoluzionaria?
Oddio, non esageriamo, fino a un certo punto…Le canzoni, che pure si possono fare con grande serietà, sono il fatto di un momento, qualcosa di semplice, etereo e volatile, senza tante trascendenze e velleità.
Insomma, a canzoni non si fan rivoluzioni, servono cose un po’ più robuste; però possono essere delle ottime compagne di strada, ecco, questo sì.

Il ’68, allora, è stato più un’esperienza politico-ideologica o umana ed esistenziale, una sorta di cammino di liberazione personale?

Direi che è stato più il proseguimento di una vicenda umana, che non vuol dire soltanto mia, ma di tutta quella generazione che veniva dagli anni ’50, piena di desiderio, a volte forse anche inconscio, di cambiamento. E qualcosa è cambiato davvero, a poco a poco… Il tutto è esploso dapprima fuori d’Italia, negli Stati Uniti e in Francia specialmente, e poi è arrivato anche da noi, concludendo, o forse iniziando -è sempre difficile dire se un periodo nasce o finisce- , una fase di mutazioni ad ampio spettro, innanzitutto sociali. Dunque, prima che politico, direi che il ’68 è stato un fatto propriamente umano, insomma, un fenomeno di costume.

httpv://it.youtube.com/watch?v=K60SJ_bkhAQ

Nella sua biografia curata da Massimo Cotto, Portavo allora un eskimo innocente, non ci sono riferimenti espliciti al ’68 “politico”, sebbene tante pagine siano dedicate al racconto di quegli anni. Viene da chiedersi quali fossero modelli, miti e simboli di Francesco Guccini in quel periodo…

Mah… allora venivamo tutti da una specie di ammirazione-mito per l’America, e quando dico America, intendo gli Stati Uniti. L’America era il mito in tutto: musica, cinema, arte, poesia, letteratura, moda, look. Ecco, noi nei primi anni ’60, fine ’50, leggevamo libri americani, ascoltavamo musica americana, guardavamo film americani: quelli erano gli indiscussi modelli di allora. Imitavamo le movenze di Elvis Presley e sapevamo quasi a memoria Caldwell, Hemingway, Doss Passos e Steinbeck. Per quanto riguarda invece la musica più nello specifico, agli inizi rifacevamo soprattutto certe canzoni francesi, come quelle dei cantautori Jacques Brel o Georges Brassens, e ci ispiravamo anche a qualche piccolo modello italiano, per così dire, un po’ carbonaro… Poi a metà degli anni ’60 è tornata forte la lezione americana, con Dylan in testa. Lui ci ha spalancato le porte della contestazione studentesca e della canzone di protesta, influenzando molto il comporre di quel periodo: eravamo dylaniani fino al midollo.

Era, insomma, un’America che sapeva «di Coca-Cola e burro di noccioline,
di frutta sciroppata in scatola e di macedonia, ma soprattutto di cioccolata».
Ma poi il rapporto con l’America è cambiato…

Sì, nel 1970, quando ci sono andato per rivedere finalmente Eloise, la mia ragazza americana… Ero pieno di curiosità, ma l’ America che conoscevo era fatta di miti, immaginazione e fantasie. Così il mito si è presto infranto, tra banali ma fastidiose questioni di differenza di mentalità e più seri problemi, come la discussione sull’intervento in Vietnam. Era meglio l’America immaginata di quella vissuta, l’America che amavo era quella presieduta da Paperino e non quella di oggi, capitalista, che si inventa la guerra in Iraq, governata da Bush.

Che cosa resta oggi del ’68? È più una rivoluzione
fallita o come una sorta di breccia culturale riuscita?
È difficile dirlo, ma una rivoluzione fallita no sicuramente.

Con il ’68 è successo qualcosa che ha lasciato tracce indelebili. Ma, purtroppo, subito dopo il fenomeno si è fortemente politicizzato, fino alle conseguenze, che tutti conosciamo, degli anni di piombo… Adesso è tutto diverso, al giorno d’oggi le cose si evolvono e mutano in maniera estremamente veloce, ed è faticoso dire con lucidità che cosa è rimasto. Certo costumi, abbigliamento, sessualità in quegli anni hanno visto cambiamenti fortissimi, ancora attuali.

In Adulti con riserva. Com’era allegra L’Italia prima del ’68,
Edmondo Berselli sostiene che con il ’68 ideologico la politica
abbia preso il sopravvento sulla fantasia e sia rimasta
uccisa la carica creativa degli anni ’60. Condivide?

Sì e no.
Di carica creativa ce n’è stata anche dopo il ’68,
anzi, forse negli anni
successivi ancora più di prima, perché il ’68 vero
e proprio è stato decisamente troppo politicizzato.
Ma l’idea di Berselli è più complessa: secondo lui
prima del ’68 eravamo più inconsapevoli e inconsci di tutto e quindi, forse, più felici…

Dunque l’ideologia non è riuscita a uccidere la poesia della rivolta giovanile?

In parte sì e in parte no. Da quel momento ne sono successe di tutti i colori, è accaduto tutto e il contrario di tutto. I tempi intorno a noi cambiavano, crescevano le persone convinte di avere la verità in tasca e si aprivano gli anni ’70, un decennio controverso, fatto di sogni ma anche di piombo.

«Portavo allora un eskimo innocente dettato solo dalla povertà,/ non era la rivolta permanente: diciamo che non c’ era e tanto fa./ Portavo una coscienza immacolata che tu tendevi a uccidere, però/ inutilmente ti ci sei provata con foto di famiglia o paletò…/».

Che cosa rappresenta il suo “eskimo innocente” e quali sono le analogie e le differenze tra il mondo di Eskimo e quello delle nuove generazioni, il mondo che ha cantato in Culodritto?


Be’, il vivere è sempre quello, è storia antica, ma il cambiamento è totale. Noi venivamo dalla guerra e dal dopoguerra, eravamo immersi in una realtà talmente diversa che i giovani, e i giovanissimi soprattutto, non riescono neanche a immaginarla. Era il mondo delle case distrutte, delle città per terra, dei viaggi sui carri bestiame… sono altri universi. Definisco il mio eskimo innocente perché non lo presi come divisa, ma come cappotto che costava poco, lo comperai perché faceva freddo, a Trieste, finito il servizio militare. “Innocente”, insomma, nel senso che non era politicizzato, non aveva significati ideologici.

Che cosa leggeva nel ’68?
Be’, adesso non ricordo con esattezza… Amavo molto Jorge Luis Borges: l’ho scoperto agli inizi degli anni ’60 e tutto quello che usciva me lo leggevo. Borges è uno scrittore che reinventa il tempo: molti miei brani sono giocati sul filo della memoria, mi piace guardare al passato e nelle mie canzoni si respira forte il senso del tempo che passa. Comunque, a casa nostra, nonostante le origini modeste, si è sempre letto molto, di tutto un po': fantascienza, gialli, romanzi d’avventura e anche la poesia, da quella dei poeti medievali a quella di Eliot, Gozzano e Garcia Lorca. La poesia mi era entrata dentro a Pavana e mi colpiva, più che per la bellezza in sé, per la sua capacità di raccontare storie. Il mio cruccio, invece, erano i fumetti: Linus, Snoopy, Paperino, la passione giovanile della mia generazione. Dovevo leggerli di nascosto, perché mio padre me li proibiva, temendo mi disabituassero alla vera lettura.

Ma nel ’68 leggeva più Marx e Marcuse o Kerouac e Salinger?
Ho letto Salinger e Kerouac piuttosto prima del ’68, On the road per la prima volta nel ’59. Letture politiche, invece, non ne ho mai fatte in vita mia: leggevo narrativa, saggi, mi interessavo di tradizioni popolari, tutto un altro genere di cose, sicuramente non Marx, né Marcuse.

Si sente più figlio degli anni ’60 o del ’68?
Di nessuno dei due! Io purtroppo sono figlio degli anni ’40 ed è allora che è cominciata la mia formazione, che poi ha attraversato tutti gli anni ’50. Iinsomma, son partito molto molto prima…ahimè!

Lei ha tradotto in italiano Mrs. Robinson per i Royals,un gruppo beat di Ravenna. Francesco Merlo, in un articolo pubblicato su Repubblica, ha scritto che per capire a fondo lo spirito del “vietato vietare” e cogliere la vera essenza degli ideali di ribellione dei giovani sessantottini, è molto meglio ascoltare Simon e Garfunkel piuttosto che pensare a slogan, cortei e manifestazioni di piazza. Lei che dice?
Condivido, ma erano comunque le diverse forme in cui si manifesta quello stesso fenomeno che stava accadendo. Io ad esempio me ne andai in Olanda ad inseguire i Provos, un gruppo di ragazzi che -in Italia ancora non succedeva- viveva già allora fuori casa: nella stesse stanze si mescolavano lingue e nazionalità, c’era una coppia di gallesi, una di norvegesi, io e un altro italiano… Si parlava, ci si confrontava e tutto questo per me era entusiasmante, ma soprattutto forse lo era il fatto di avere vent’anni, era questa la vera bellezza. Avevamo la forza della giovinezza, quella che spinge a fare, provare, cercare… erano i tempi in cui nelle osterie di Bologna si beveva, ci si raccontava, si leggevano poesie e si cantavano canzoni con la chitarra; si masticava la notte tra allegria e voglia di vivere. Forse è proprio la giovinezza il rimpianto più grande di quegli anni.

Quindi, il ’68 come metafora di una tappa obbligata del percorso personale di ogni ragazzo verso la maturità?
Sì. Rappresenta la continua voglia di fare, cambiare, migliorare, tipica dei vent’anni. Fra l’altro, il ’68 era un fatto che riguardava soprattutto gli studenti; in quegli anni non c’erano ancora le medie unificate e le differenze sociali tra chi lavorava e chi studiava erano molto marcate. Gli studenti costituivano una specie di piccola classe elitaria molto attiva, che muoveva, faceva, sperimentava…

Le sembra un’immagine più sessantottina
e rivoluzionaria una ragazza in minigonna o un corteo di eskimi e bandiere?
Non si può scegliere. Assolutamente tutte e due, sono due facce della stessa medaglia.

La sua canzone Dio è morto è stata censurata dalla Rai e trasmessa da Radio Vaticana, con tanto di elogi di papa Paolo VI. Come mai?
Sugli elogi del papa in realtà ho qualche dubbio… penso che siano più che altro una trovata di propaganda, credo che Paolo VI, poveretto, non l’abbia mai ascoltata. Però, a differenza della Rai che non volle saperne di metterla in onda, neppure quando entrò nella hit parade dei dischi più venduti, Radio Vaticana trasmise la canzone. E questo per via di quel gruppo che sosteneva, il fondo di miro renzagliain linea con la spinta innovativa di Giovanni XXIII, la nuova tendenza della Chiesa di allora, una Chiesa molto diversa da quella di oggi. Quei giovani capirono, riuscendo a trovare una loro chiave interpretativa, che la canzone non era blasfema, ma anzi un invito trasversale alle nuove generazioni, a pensare e rinnovarsi, lasciando uno spiraglio di speranza. Il Dio che muore è un dio con la d minuscola, un dio laico, simbolo dell’autenticità.

«Quando la piazza fermò la sua vita/ sudava sangue la folla ferita/ quando la fiamma col suo fumo nero/ lasciò la terra e si alzò verso il cielo».

1970, Primavera di Praga: la prima canzone a celebrare il sacrificio di Yan Palach. Che cosa simboleggia lo studente praghese che si è dato fuoco nel 1969 in Piazza San Venceslao?
È un simbolo oltre le appartenenze politiche, senza strumentalizzazioni o sovrastrutture. Rappresenta un gesto di libertà, un grido contro tutte le tirannie, il desiderio libertario che è sempre esistito nell’uomo e che io ho sempre avvertito molto forte in me. Un ideale, che qualcuno ha difeso fino all’estremo sacrificio, che non ha colori o etichette, non può essere fatto proprio da un’ideologia e va ben al di là degli schieramenti di destra e sinistra.

Siamo alla fine.
Qualcosa sul ’68 che non Le ho chiesto e Lei vorrebbe raccontarmi…

Non saprei… perché vede, esserci è diverso che raccontarlo dopo. A esserci si provano sensazioni, per l’età del momento, per gli amici di allora, per il mondo che c’era, che a raccontarle dopo a volte sfuggono. E allora è un po’ quella malinconia di quando hai conosciuto una persona e poi l’hai persa. E con lei se n’è andata una parte di te.

a cura di Cecilia Moretti

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